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Titanic 2017

l’Italia il problema dell’Europa, non il contrario Siamo il Paese dell’Unione in cui il Pil crescerà di meno, l’unico in cui il debito pubblico aumenterà. E ancora siamo qui a prendercela con l’Euro cattivo e con le tecnocrazie ottuse? Non sarebbe meglio un salutare bagno di realtà? di Francesco Cancellato 14 Febbraio 2017 - 10:15 Dopo anni passati a dirci che il problema dell’Italia è l’Europa, dovremmo cominciare a dirci piuttosto chiaramente - noi per primi - che il problema dell’Europa si chiama Italia. Mancassero le prove, ieri la Commissione Europea ha presentato le previsioni sull’andamento economico dei Paesi dell’Unione Europea per il 2017 e per il 2018. Ed è curioso come in Italia sia passato sotto silenzio - meglio: sotto il rumore bianco della rissa permanente nel Partito Democratico, delle figuracce assortite del Movimento Cinque Stelle a Roma, delle baruffe tra Berlusconi e Salvini - un grafico piuttosto didascalico e impietoso, nello sbatterci in faccia come stiamo. Non ci vuole un master in economia per capirlo. Di tutti i ventotto Paesi europei - Regno Unito compreso - l’Italia è l’unico che nel 2017 crescerà a un tasso inferiore all’uno per cento. Già, l’unico. Perché anche la povera e misera Grecia fa segnare un lusinghiero +2,7%, che diventerà +3,1% nel 2018. Per non parlare della Spagna, che veleggia stabilmente sopra il 2%, o del Portogallo, che danza attorno tra l’1,5 e il 1%, così come Francia e Germania. Mentre noi ci fermeremo allo 0,9% nel 2017 per crescere sopra l’asticella dell’1% nel 2018. Può sembrare una classifica tra le tante, buona a piangerci addosso, ma diventa cruciale nell’anno in cui la Banca Centrale Europea diminuirà i suoi acquisti di titoli di Stato. Perché ovunque il rapporto debito/Pil scende o perlomeno rimane stabile - dal - 7 della Grecia al - 6 della Germania, dal- 3 del Portogallo ai pochi decimali di Francia e Spagna, comunque entrambi sotto la soglia del 100% deficit/Pil - mentre solo in Italia è destinato a salire dal 132,8% del 2016 al 133,2% del 2018. Ricapitoliamo per chi è poco avvezzo ai numeri. L’Europa dell’austerità e delle tecnocrazie (cit.) se la passa bene. Il Pil cresce più del previsto. La disoccupazione scende sotto la soglia del 10%, l’inflazione tende ormai spedita al 2%, nonostante i prezzi delle materie prime continuino a calare. E tutti i Paesi, tranne il nostro, ne beneficiano. Colpa delle tecnocrazie e dell’austerità? Difficile sostenerlo, visto che dove la Troika ha picchiato più duro si cresce più che da noi. Colpa dell’Euro? Altrettanto complesso da provare, visto che dovremmo spiegare come mai siamo gli unici a soffrirlo, nonostante il nostro saldo di partite correnti - la differenza tra importazioni ed esportazioni - sia, al netto di quello tedesco, il migliore tra le grandi economie dell’Unione. Che la colpa sia legata al fatto che l’Italia «da due decenni, ben prima dell’Euro, non ha più un modello di crescita» per dirla con le parole usate da Federico Fubini stamattina sul Corriere della Sera, e riportato sotto. Questo è già più probabile. Tranquilli, però: nessuno ne parla. Né alla direzione del Pd, né nelle sale server della Casaleggio e Associati. Si balla, sul Titanic. Fino all’ultima nota. deficit e taglio del debito pubblico Negli ultimi 22 anni l’Italia ha chiuso venti volte il bilancio con un attivo primario, anche superiore a Berlino. Ma il rapporto debito/Pil continua a salire di Federico Fubini Così simili in superficie, eppure così diverse a un secondo sguardo: Italia e Francia escono dall’ultimo rapporto della Commissione Ue come i due Paesi tenuti sotto esame, quelli che rischiano di non uscire mai o di ricadere in una procedura europea sui conti. Entrambe con livelli di deficit pubblici superiori a quanto avevano promesso, entrambe in ritardo sulla Germania praticamente in ogni indicatore, entrambe schiacciate da una disoccupazione troppo alta da molto tempo. Entrambe - ma questo nelle analisi di Bruxelles resta implicito - minacciate dalla marea populista proprio perché non hanno sciolto i loro nodi economici e sociali. Per l’Italia trovarsi incasellata con un partner così potrebbe essere tutto sommato consolante: vista con sospetto a Bruxelles, ma pur sempre alla pari con un grande sistema dotato di notevole influenza politica in Europa. Basta però grattare sotto la patina del linguaggio tecnocratico europeo i parallelismi non tengono davvero. Francia e Italia, a ben vedere, da tempo sono due vicende economiche lontane e continuano a esserlo. Parigi si trova in una crisi di bilancio pubblico ormai cronica, il debito di Roma è invece solo il sintomo di un problema anche più serio: da due decenni, da prima dell’euro, l’Italia non ha più un modello di crescita. Nei dati, le realtà dei due Paesi risultano quasi opposte. Negli ultimi 22 anni solo quattro volte la Francia ha chiuso il bilancio pubblico in un (piccolo) attivo «primario», cioè prima di pagare gli interessi sul debito; l’Italia invece lo ha fatto per venti anni su 22. La media dei surplus primari di bilancio dell’Italia negli ultimi due decenni è stata di varie volte superiore a quella della stessa Germania, mentre la Francia ha registrato in media disavanzi primari e questi sono, incredibilmente, pari a quella della Grecia. Eppure tutto questo non sembra servito a molto all’Italia. Fra i due è quest’ultima ad avere oggi un debito pubblico del quale ormai la Banca centrale europea è, quasi da sola, l’ultima compratrice netta; persino gli istituti di credito italiani, decisivi nel finanziare il Tesoro negli anni della grande crisi, oggi sono relativamente in ritirata: fra giugno e novembre dell’anno scorso hanno ridotto del 7,7% la loro esposizione sul debito pubblico nazionale, 32 miliardi di meno. Anche il debito di Parigi naturalmente è salito in questi anni, dal 55% a quasi al 100% del reddito del Paese. Ma naturalmente il fattore che ha permesso alla Francia di tenere la rotta e non ha sciolto i timori attorno all’Italia è l’altra grande differenza fra le due: dal 1995 a oggi l’economia di Oltralpe è cresciuta di oltre tre volte più di quella italiana, a un ritmo medio annuo dell’1,5% contro lo 0,5% scarso che ormai è la normalità in questo Paese. Senza uno stretto controllo del bilancio, l’Italia sarebbe drammaticamente saltata. Ma la lezione del passato è che tale controllo non è bastato del tutto e soprattutto non basta proprio più. I nodi sono tutti al pettine, lo mostrano le previsioni che ieri ha presentato la Commissione. Da oggi al 2018, fra i Paesi a alta disoccupazione l’Italia viene vista come quello che la riduce di meno (un decimo della Spagna); fra quelli a alto debito è il solo con la Francia che lo aumenta, e comunque più di questa; fra tutti i Paesi dell’euro, è quello dove ormai anche il deficit pubblico aumenta di più, al netto dei fattori ciclici o transitori; ed ancora una volta è il Paese che cresce meno, quest’anno e il prossimo. Solo previsioni, naturalmente. Ma un Paese che ha bisogno di finanziatori per 450 miliardi l’anno, mentre la Bce inizia a ritirarsi dai mercati, è anche ciò che gli altri vedono in lui. Dalle banche, alla giustizia, dalla lotta all’evasione, alla burocrazia: c’è troppo da ristrutturare al più presto per poter perdere anche solo un altro giorno, se c’è ancora qualcuno in Italia che non pensa solo alla data delle prossime elezioni.

Pubblicato il 14/2/2017 alle 18.52 nella rubrica diario.

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