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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
L’EUROPA E LA PATRIA
post pubblicato in diario, il 3 giugno 2018


Era la grande speranza dell'ingresso nell'Eurozona: auto-correggersi grazie alle regole europee e alla supervisione delle istituzioni sovranazionali. Purtroppo la politica e l'establishment italiano non riusciranno mai a completare il processo di auto-riforma poiché molti settori dell'impresa resteranno al riparo dalla concorrenza e i bassi tassi d'interesse sul debito pubblico ottenuto grazie alla politica monetaria europea incentiveranno la classe politica a rilassare la propria spinta riformistica, in special modo in settori come quello pensionistico, dell'amministrazione e servizi pubblici. La spesa pubblica è rimasta elevata e frammentata, il debito è esploso con la crisi, la produttività si è abbassata e le regole europee si sono irrigidite per la grande divergenza tra nord e sud del continente.

Ritornava, così, il vincolo esterno non come forma di disciplina interna, ma come intervento promosso da Bruxelles. L'inverno di Monti, che ha salvato i conti pubblici di un Paese spinto sull'orlo del default, ma ha certificato la fine di una intera classe politica avviando la primavera dei populisti. Sull'attestato di questo fallimento i partiti anti-establishment hanno vinto le elezioni del 2018.

E il patriottismo dov'è finito? La volontà di correggersi da sé? Abbiamo visto un establishment economico e politico legato ai vecchi partiti e scioccato dai risultati elettorali gioire di fronte all'impennata dello spread. Coltivare pensieri pericolosi secondo cui si doveva dibattere apertamente dell'uscita dall'euro nella campagna elettorale che pensavano imminente, ma allo stesso tempo premevano sul Quirinale perché non venisse nominato alcun ministro dalle idee eurocritiche.

Idee rischiose, quelle del piccolo establishment, perché lontane dal principio di realtà. Infatti se è vero che i mercati non tollerano l'incertezza politica ciò vale nel caso in cui sia ventilato un piano B di uscita dall'euro e, a maggior ragione, nel caso di una campagna elettorale sull'euro. Sperare di terrorizzare gli italiani prefigurando il disastro di fronte a qualunque idea euroscettica, e non solo l'abbandono della moneta unica, è una pia illusione se si considera il terremoto politico e culturale di fronte a cui ci troviamo. Significa castrare in partenza ogni speranza di riforma di una architettura europea sempre più imbolsita e delegittimata.

Da qui l'invocazione della risoluzione verso l'alto e l'esterno: saranno i mercati, le alte cariche di Bruxelles e i diligenti tedeschi a punire gli irriformabili italiani. Dietro le parole del commissario tedesco Oettinger molti commentatori hanno ostentato indignazione, ma quante volte li abbiamo sentiti ripetere concetti assai simili? Le élite del Paese per gran parte si vergognano per il voto dei propri compatrioti e non fanno nulla per nasconderlo. Il vincolo esterno diventa la scorciatoia migliore di chi considera l'Italia un paese "minus habens" rispetto ai partner europei. Per questo si guarda sempre alla rigidità della Germania o alla grandeur della Francia con parole ricolme di ammirazione, ma senza avanzare mai alcun piano strategico né per l'Italia né per l'Unione Europea, come invece fanno i francesi e i tedeschi.

Qual sia il contributo al dibattito pubblico sull'Europa di coloro che inneggiano a spread e default per l'Italia non è chiaro. O forse si: è inesistente perché è più facile dar sempre la ragione al commissario europeo straniero. Un complesso di inferiorità che si traduce in debolezza concettuale e politica secondo cui l'Italia non sarebbe nelle condizioni di partecipare al gioco del potere europeo. Non è nelle condizioni o la sua classe dirigente non vuole sobbarcarsi lo sforzo (e i rischi) di farlo?

È vero i populisti sanno cosa combattono, ma non sanno ancora cosa vogliono costruire. Intercettano pulsioni che vogliono riportare al "politico", codificato da Carl Schmitt, un paese in commissariamento permanente. Sconfinano, troppo spesso, in manifestazioni da nazionalismo d'operetta.

Patriottismo e sovranità possono incontrarsi poiché grazie al primo è possibile contrattare la seconda. Qui arriva la sfida dei populisti d'oggi: seguire la lezione di Gaetano Mosca passando dalla contestazione delle élite alla circolazione delle élite. E questo senza patriottismo, che è volontà di prendersi cura del Paese senza anestetizzarne la politica per imposizione esterna, non è possibile farlo poiché la nuova classe dirigente italiana dovrà recuperare un minimo di auto-consapevolezza, sui suoi limiti e le sue forze, e amor patrio.

Se non si vuole finire dritti in un neo impero carolingio, in cui l'indirizzo politico italiano sia formulato dall'esterno e congelato nella capacità di riforma domestica ed europea, le nuove forze politiche dovranno trovare la forza per autoriformare il Paese dall'interno per rafforzarlo all'esterno.

La ricostruzione della sovranità passa dalla capacità di correggere le istituzioni, avviare la crescita economica e, allo stesso tempo, scambiare queste azioni con la richiesta di riformare alcuni aspetti dell'Europa. Il Paese deve andare verso una sovranità contributiva rispetto all'Unione Europea guadagnando una flessibilità istituzionale che permetta di contrattare ciò che si dà e ciò che si riceve, superando un impasse su cui si è avvitata l'intera struttura europea. Per questo una sana audacia intellettuale anti-conformistica non è materiale da disprezzare quando si parla di riformare Bruxelles. Senza questa, d'altronde, la Comunità Europea non sarebbe mai nata e rinunciando ad essa mai l'Unione Europea uscirà dalla sua catalessi rischiando, a causa di questo immobilismo, di sfasciarsi sul nazionalismo.

Chi tifa per lo spread, il default e il commissariamento perenne rischia di gettare benzina sulle venature nazionaliste che già si scorgono sotto traccia ed esacerbare le reazioni. Un paternalismo ed una pedagogia, quella secondo cui gli italiani devono comportarsi soltanto in un determinato modo poiché questo è ciò che si richiede per alimentare lo status quo europeo, che si pongono lontani persino dalla lezione patriottica di Ciampi, che tutto era fuorché un pericoloso populista euroscettico. Non si cambierà l'Italia e il suo ethos assumendo toni anti-italiani, tifando per il disastro catartico, perché la storia insegna che è dal disastro economico che nascono gli incubi peggiori.

Ci sono molti modi validi per spronare, responsabilizzare e condizionare la politica, ma tifare per lo spread, lo shock esterno e, infine, per il default è la via sbagliata da prendere per la classe dirigente italiana di fronte alla crisi politica. È un atteggiamento elementare, di mera risposta irrazionale alla vittoria dei populisti, che danneggia se stessi e il Paese.

Edmund Burke scriveva che ciò che è incapace di cambiare è incapace di conservarsi. Vale per l'Italia, come Patria, per la sua classe dirigente, se ce n'è una, e anche per l'Unione Europea.






permalink | inviato da albertolupi il 3/6/2018 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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