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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
Il capitalismo municipale in Italia
post pubblicato in diario, il 19 maggio 2018


HERA, malgrado la quotazione in borsa è posseduta maggioritariamente da enti pubblici: HERA (Holding Energia Risorse Ambiente) nacque nel 2002 dalla fusione di 11 aziende operanti nel settore della pubblica utilità emiliano-romagnola.
Situazione aggiornata sulla base delle comunicazioni pervenute ai sensi di legge ed elaborate fino al 09/10/2017:
Comune di Bologna (12,599%)
Comune di Modena (6,863%)
Comune di Imola (7,375%)
Comune di Ravenna (6,470%)
Comune di Trieste (5,482%)
Comune di Padova (4,803%)
Comune di Udine (3,055%)
Questo fa il 46.47%, che vanno sommati agli altri 190 azionisti pubblici (prevalentemente comuni dei territori di riferimento), e totalizza il 49,5% del capitale sociale. Se si pensa che Consob considera il 30% come il limite a cui si può arrivare senza obbligo di OPA sul resto del Capitale...

Viene chiamato Capitalismo Municipale; molta gente, anche dotta, ritiene che i Comuni facciano bene a essere proprietari delle aziende della nettezza urbana, della gestione idrica, di quelle del trasporto pubblico locale, dell’energia, perché così il profitto di queste attività rimane all’ente pubblico anziché andare a capitalisti privati. Non sanno che il profitto è la remunerazione del capitale investito dai proprietari delle aziende, e che fra i diversi tipi di investimento quello in aziende è il più rischioso. Così, senza saperlo, incoraggia i propri amministratori a tassarla di più per poter investire in queste aziende. Forse si illudono che in questo modo i servizi erogati siano di miglior qualità e di minor costo.
Invece è vero il contrario perché l’ente pubblico proprietario dell’azienda erogatrice non pretenderà da essa la stessa prestazione che pretenderebbe da un fornitore appaltatore in regime di concorrenza. Non per niente la Comunità europea pretenderebbe proprio appalti a imprese private in regime di concorrenza. Ma gli amministratori locali italiani preferiscono non darle retta, perché grazie al conflitto di interessi dovuto ad un unica gestione di appaltante e appaltatore evitano ogni controllo.
Alcuni dotti hanno spiegato che acqua, igiene pubblica, etc. sono beni comuni e come tali non devono cadere nelle mani di speculatori, i proprietari delle imprese private. Peccato che se l’acqua non passasse attraverso i contatori verrebbe sprecata e non ce ne sarebbe abbastanza per tutti. Nessuno sembra voler spiegare alla gente che per preservare i beni comuni basta conservare la proprietà delle infrastrutture e vendere agli utenti i servizi a prezzi amministrati, non di mercato.
Invece tenersi la proprietà delle aziende produttrici dei servizi fa comodo solo agli amministratori corrotti e serve ad assegnare posti pubblici ai loro amici privati.

A questi proposito può essere interessante:
Comuni S.p.A.
Il capitalismo municipale in Italia
Il Mulino 2009
Comuni, regioni e province sono azionisti di centinaia di società di capitale: 240.000 dipendenti, un giro d’affari di 43 miliardi di euro: un mezzo impero. A partire da un’analisi dei loro bilanci, il libro dà uno spaccato della situazione di oltre 700 imprese pubbliche locali italiane, mostrandone luci e ombre, con un paese anche qui pesantemente diviso. Il "capitalismo municipale" vede protagonista il centro nord, mentre al sud, oltre all’imprenditoria privata, langue anche una iniziativa pubblica in forma genuinamente imprenditoriale.
Abbiamo imprese pubbliche che forniscono servizi pubblici locali, ma anche imprese di informatica e di logistica, imprese di costruzioni e farmacie, miniere e case da gioco. Con una "missione" pubblica spesso oscura e differenze nelle performance – anche tra imprese simili – che talvolta lasciano sconcertati. Alcuni comuni usano queste imprese per finanziarsi, altri per spendere, purtroppo senza preoccuparsi di come coprire le spese. Alcuni le usano per promuovere lo sviluppo delle infrastrutture, altri per pagare sussidi a lavoratori "socialmente utili", mascherando forme di assistenza sotto le sembianze di imprese.
Sono imprese da cui dipendono tanti servizi e flussi finanziari imponenti. Chi ha un vero progetto industriale, riesce a fare affluire nelle casse comunali utili complessivi per centinaia di milioni di euro. Chi invece le usa per spendere, riesce a creare buchi di bilancio ugualmente importanti, con pochi controlli e un sistematico rinvio delle soluzioni ai problemi. Soprattutto al sud, ma neanche il nord può scagliare la prima pietra. Forse servono riforme, ma forse, più semplicemente, il rispetto delle regole e dei vincoli di bilancio.





permalink | inviato da albertolupi il 19/5/2018 alle 13:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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