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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
"I migranti hanno votato AfD",
post pubblicato in diario, il 7 ottobre 2017


l'analisi di Roberto Giardina. ITALIA OGGI del 07/10/2017, a pag. 12.



Questa analisi del voto tedesco aiuta a capire la natura del partito Alternative für Deutschland, che i nostri media hanno classificato sostanzialmente neonazista. IC è da sempre attenta alle corrispondenze dalla Germania di Roberto Giardina, a differenza degli altri corrispondenti - e grazie alla sua estrazione liberale - riesce a sottrarsi al conformismo ideologico che contraddistingue le analisi della maggior parte dei suoi colleghi. Sarà il tempo a dirci quale sarà la linea di AfD al Bundestag, per ora, grazie alle analisi di Roberto Giardina, possiamo seguire quanto avviene in Germania con una informazione non condizionata da alcuna preconcetta ideologia.



Leggo che quelli del Pd sarebbero favorevoli allo Ius soli nella speranza e i «nuovi italiani» alle prossime elezioni voterebbero per loro. Non so se sia vero, comunque la sinistra avrebbe una sorpresa. E probabile che avvenga il contrario. Quando ero corrispondente a Parigi, decenni fa, i fattorini della grande azienda presso cui avevo in affitto il mio ufficio, provenivano in gran parte dalle ex colonie, più francesi dei francesi. Ed erano quasi tutti gollisti convinti. Tranne gli algerini che votavano compatti per il Pcf, comunisti tutti d'un pezzo, che perdevano tempo con me per spiegarmi che il mio Berlinguer era un traditore.

Chissà che penserebbero oggi di Renzi e di Bersani. Il motivo è semplice. Chi conquista la cittadinanza (ma i miei fattorini algerini l'avevano di diritto), non vuole che arrivino altri che facilmente abbiano in regalo quel che per loro è stato faticoso ottenere.

Chi ha votato per l'AfD in Germania? Com'era scontato, si continua a descrivere la Germania di Frau Angela come una sorta di IV Reich soft. I tedeschi non cambiano mai. Sempre nazisti. Comunque non è la prima volta che un partito dell'estrema destra entra al Bundestag. Nel primo parlamento, nel settembre 1949, erano presenti dodici partiti, perché la clausola di sbarramento al 5 per cento, pur esistente, non valeva a livello nazionale (fino al 53). Bastava averla superata in uno dei Länder. E al Bundestag entró dunque il Deutsche Partei (Dp), fortemente anticomunista e in parte nostalgico, che aveva ottenuto un buon risultato a Amburgo, Brema, nello Schleswig-Holstein e in Bassa Sassonia.

Gli elettori dell'Alternatave für Deutschland saranno nostalgici al dieci per cento, al massimo per il venti. Gli altri l'hanno votata per altri motivi. E la votano persino gli stranieri. Potrà sembrare paradossale, ma non lo è. I turchi con doppio passaporto sono circa un milione. Erdogan aveva invitato a non votare per i partiti anti Turchia, mai per la nemica Angela, nemmeno per i verdi, per i socialdemocratici, per la Linke, e per i liberali. Dunque astenersi.

Ma la cancelliera è sempre stata contraria all'ingresso della Turchia nella Ue, e già quattro anni fa aveva perso buona parte dei Deutschtürken. «Merkel muss weg» si leggeva nei cartelli di protesta alle manifestazioni pro Erdogan nei mesi scorsi, via la Merkel.

E quale migliore dispetto che votare per l'AfD? I populisti durante la campagna elettorale hanno attaccato la politica dell'accoglienza, ma non si riferivano agli immigrati da lungo tempo, e occupati regolarmente. Gli Ausslãdler (circa 2,4 milioni), cioè quanti sono giunti dai paesi dell'ex Unione Sovietica dopo la caduta del muro e la fine dell'Urss, perché avevano un avo tedesco, e parlavano la lingua di Goethe come il loro avo emigrato nel Settecento, e considerati tedeschi in base all'origine, hanno sempre votato in stragrande maggioranza per la Cdu-Csu, prima per Kohl, poi per la Merkel.

Ma ora, scrive la Süddeutsche Zeitung, in molti sarebbero passati con l'AfD. Il giornale analizza in particolare il voto in Baviera. Ad Augsburg, la nostra Augusta, i rimpatriati formano una piccola colonia, la Kleine Moskau. Avevano votato in massa per i cristianosociali, ma il 24 settembre in città la Csu è giunta appena al 30, dalla maggioranza assoluta che aveva, e l'AfD è balzata al 22. Non solo in Baviera, anche nel vicino Baden Würrtemberg, i due Länder più ricchi della Germania.

E l'Afd ha guadagnato nelle zone dove più forti sono le presenze degli Aussslãder, perché si sono sentiti traditi dalla politica della Merkel. Sono giunti come esuli in una loro patria di cui molti non parlavano nemmeno più la lingua, e si aspettavano protezione e sicurezza.

«E adesso arriva un altro gruppo di stranieri, e crescono le preoccupazioni che i nuovi venuti, ricevano più di loro», ha spiegato Wolfgang Müller, sindaco di Lahr, cittadina della Foresta Nera. E molti che arrivano dal Kazakistan (dove Stalin confinò milioni di russi tedeschi negli anni Trenta), hanno una cattiva esperienza della convivenza con i musulmani «Nessuno di noi ha accolto i profughi a braccia aperte», ha dichiarato al giornale di Monaco Dimitri Korostylev, venuto dall'Est, e da sempre iscritto alla Csu a Augsburg. «I tedeschi venuti dall'Est, sono in genere conservatori, e hanno un'antica idea della Germania, ha aggiunto Müller, e ora la loro patria cambia più rapidamente di quanto si possa immaginare. Ma non sono radicali e neonazi, niente affatto. II loro è un grido di protesta». Sono stati accolti, si sono integrati, ora si sentono dimenticati.




permalink | inviato da albertolupi il 7/10/2017 alle 18:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
riassunto
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2017


Dunque, riassumiamo. In questi ultimi giorni abbiamo visto: a) l’assoluzione di Clemente Mastella (già tirannosauro della Prima Repubblica, poi transitato in varie fasi della seconda) e della di lui consorte al termine di un procedimento penale di 1° grado iniziato 9 (nove) anni fa, guarda caso quando il Mastella era ministro della Giustizia del governo II Prodi: com’è noto il caso fu all’origine della caduta del governo Prodi stesso, peraltro già assai traballante di suo; b) l’assoluzione in primo grado dell’ex sindaco di Venezia, Orsoni, uno stimato professore universitario di diritto amministrativo gettato nel fango con un arresto del tutto evitabile e spiegabile solo con le perverse logiche del protagonismo mediatico-giudiziale (si poteva fare il processo senza spettacolarizzare): quell’arresto causò la caduta della giunta Orsoni e fece perdere al PD le comunali a Padova; c) la putrida vicenda delle intercettazioni inventate da un capitano dei carabinieri al servizio di un noto pm anglo-napoletano con il nome da sceriffo di Nottingham, finalizzate a trascinare artificialmente nel fango l’ex Presidente del Consiglio Renzi ed il di lui genitore; d) il sequestro dei fondi della Lega per una vicenda che ha visto la condanna – ma in primo grado per ora – di alcuni suoi ex dirigenti: sequestro che rischia di condizionare negativamente la possibilità della Lega di competere ad armi pari nella prossima campagna elettorale. Non è che questi episodi rappresentino delle novità epocali: la tendenza alla spettacolarizzazione (il corto circuito con i media studiato vent’anni fa da Pizzorno), il basso rendimento della giustizia penale italiana e i suoi continui interventi in ambiti squisitamente politici con decisioni politiche (nel doppio senso di relativamente libere da norme e di incidenti sul gioco politico) sono cose note anche ai bambini che frequentano le scuole dell’infanzia. Per lungo tempo, devo riconoscerlo, ho creduto che questi fenomeni fossero un male necessario, per combattere l’endemica immoralità della vita pubblica italiana, a livello sia amministrativo che politico. Oggi, a un quarto di secolo da Tangentopoli, premessa la ovvia diversità dei tanti casi che abbiamo visto, ho però una domanda radicale: siamo sicuri che la peculiare forza che la Costituzione (“la più bella del mondooooo”) italiana riconosce ai magistrati del Pubblico ministero (i più potenti nelle democrazie liberali consolidate), pur al prezzo della ripetuta violazione di alcune fra le principali libertà fondamentali dei cittadini (art. 13, 14, 15, fra l’altro) e dell’alterazione delle ordinarie dinamiche democratiche, abbia prodotto qualche risultato concreto in termini di riduzione della corruzione e di miglioramento della qualità della politica e dell’amministrazione? Sono infatti tentato di pensare che le eterne indagini penali sulla politica da parte della magistratura requirente italiana abbiano prodotto risultati ben diversi da quelli attesi: l’immissione della giustizia penale come fattore condizionante del gioco politico, che ha avvantaggiato ora gli uni, ora gli altri (in molti casi essa è stata usata dal centro-sinistra e oggi lo è dai Cinque stelle, ma come non vedere che due delle vicende sopra citate hanno avvantaggiato invece il centro-destra – vincitore delle elezioni del 2008, che seguirono alla caduta di Prodi – o la Lega, il cui candidato fu eletto sindaco di Padova anche grazie allo scandalo Orsoni?). E un altro effetto è stata la de-responsabilizzazione della politica di fonte ai fatti loschi, in base all’idea che “ci penserà la magistratura”. Insomma, il mio dubbio metafisico è il seguente (è un dubbio devastante rispetto a quanto ho creduto per molti anni): siamo sicuri che, senza Tangentopoli e tutto ciò che essa ha rappresentato in termini di giustizia penale in materia politica, avremmo una politica e una morale pubblica migliori di quelle che abbiamo? La storia non si fa con i se, ma mi viene da dire – dubitativamente, of course – che se Tangentopoli non ci fosse mai stata o se fosse stata “stroncata nella culla”, avremmo una giustizia penale migliore (meno prona ai processi spettacolo, se non addirittura a inventarsi le accuse per distruggere un Premier) e una politica non peggiore, costretta ad essere vigilante su se stessa.
continua



permalink | inviato da albertolupi il 17/9/2017 alle 12:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
l'intervento della Sindaca Raggi su Atac, commentato punto per punto.
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2017


"Atac deve rimanere pubblica. ATAC deve rimanere di noi tutti".

Allora: quando si propone un ragionamento, ma si parte dalla sua conclusione, la sensazione è che quel ragionamento non sia esattamente quello che si dice un ragionamento utile. Il seguito, purtroppo, non fa che confermare quella sensazione.

"Finalmente, inizia una nuova vita per ATAC".

Benissimo, era ora! E come funziona, 'sta nuova vita?

"Si avvia un percorso di rinnovamento totale dell’azienda di trasporti di Roma con un obiettivo chiaro: migliorare le linee, rinnovare la flotta degli autobus, la metropolitana; ridurre i tempi d’attesa; dare ai cittadini i servizi che meritano; tutelare i dipendenti onesti".

Perfetto. Questi sono gli obiettivi. Tutti assolutamente edificanti. Ma come si fa? Andiamo avanti, forse lo dice.

"Insomma, parte la rivoluzione che trasforma la più grande società pubblica di trasporti d’Europa in una azienda efficiente".

Ok, è la ripetizione della frase precedente con altre parole. Sul "come" ancora niente. Ma siamo ottimisti, vedrai che adesso arriva.

"Iniziamo un percorso che si chiama 'concordato preventivo' e che stiamo studiando dallo scorso anno: chiediamo ai creditori dell’azienda di realizzare insieme un piano di risanamento e rilancio".

Vediamo di capirci: il "percorso" che sta iniziando, il "concordato preventivo", non lo state studiando voi dallo scorso anno. L'ha studiato, al primo o al secondo anno di università, ogni studente di giurisprudenza o economia del paese: e non consiste propriamente nel "realizzare insieme" ai creditori un'entusiasmante "rivoluzione", ma molto più banalmente nel chiedere ai creditori di rinunciare a una parte dei loro crediti per evitare di perderli del tutto in caso di fallimento. Più che "dai, facciamo insieme una cosa bellissima", insomma, la proposta è "vedi di prenderti il poco che posso darti, perché altrimenti rischi di non prenderti niente".

Dopodiché, una cosa l'abbiamo capita: per consentire il rilancio occorre prima di tutto ridurre i debiti. Ma 'sto rilancio, debiti a parte, in cosa consiste esattamente? Dai, vedrai che ora lo dice.

"Chiediamo ai dipendenti e ai cittadini di seguirci in questo percorso di rinascita e aiutarci a rilanciare la azienda di tutti noi".

Ok, il percorso, la rinascita, il rilancio. Ma, ancora una volta, come?

"Mettiamo in opera uno strumento per trasformare radicalmente l’azienda e che mira a tutelare i livelli occupazionali".

Ah, quindi lo strumento di trasformazione radicale sarebbe il concordato in sé e per sé? Dai, no, non può essere. Sarà un refuso. Andiamo avanti, sicuramente ora ci spiega tutto.

"I lavoratori onesti non hanno nulla da temere".

Non hanno niente da temere rispetto a cosa? Cos'è questo progetto di rinnovamento? Almeno a grandi linee, dai.

"Non credete alla propaganda di chi vuole far fallire questa azienda".

Aspetta, aspetta, questa non è male: voi (mica noi disfattisti) proponete un concordato preventivo, che ha come presupposto un'obiettiva situazione di crisi, però quelli che denunciano quella crisi da anni e paventano il fallimento fanno "propaganda"? Cioè, 'sta crisi c'è o non c'è?

"È un cammino che richiede coraggio, determinazione e una visione di lungo periodo".

Certamente. Ma il coraggio, la determinazione e la visione, per fare cosa?

"Nessuno in passato ci ha provato".

Ma a fare cosa? Cosa?

"Al contrario, hanno preferito non intervenire e lentamente hanno 'spolpato' un patrimonio di tutti i cittadini con il preciso obiettivo, oggi evidente a tutti, di svendere ai privati. Noi non abbiamo paura perché il nostro unico interesse è avere trasporti davvero efficienti. Non siamo legati a logiche clientelari, non dobbiamo niente a nessuno. Questo ci rende liberi".

Ok, vediamo di capirci. Sin qui l'unica "rivoluzione" del trasporto pubblico paventata consiste nel cercare di ridurre i debiti dell'ATAC attraverso il concordato preventivo. Non c'è una parola, una sola, neppure vaga, su come questa, rivoluzione si realizzerà una volta ridotti quei debiti. Sarete pure liberi, ma con questa libertà, di grazia, che ci volete fare?

"Abbiamo un obiettivo chiaro".

Ohhhhh, finalmente. Vediamo l'obiettivo.

"Atac deve rimanere pubblica, deve rimanere dei cittadini e non finire nelle mani di privati che puntano esclusivamente a fare cassa sulle spalle dei romani e dei dipendenti".

Ah. Tutto qua? Questo sarebbe l'obiettivo chiaro? Questa sarebbe la rivoluzione? Faccio sommessamente notare che si tratta della stessa cosa che altri vanno dicendo da trent'anni: e che a forza di dirla, senza aggiungere una parola su come cambiare le cose, ci ha portato al baratro che abbiamo davanti agli occhi. Insomma, con tutto il rispetto, questa è roba che abbiamo sentito e risentito fino alla nausea. Altro che rivoluzione.

"Sull’azienda ci sono le mire di chi la vuole a tutti i costi privatizzare e vuole dividersi le spoglie. I privati puntano a creare linee di serie A e linee di serie B; a fare profitto".

Ah, certo. Le linee di serie A e le linee di serie B, un altro grande classico. La grande scusa, la madre di tutte le scuse, grazie alla quale oggi ci vengono inflitte solo linee di serie C. Tutte. Altro che serie A o serie B. Magari. Dopodiché, il vero tema è: perché non si dice che è perfettamente possibile lasciare al comune il compito di disegnare le linee, di assicurarsi che siano tutte linee di serie A, delegando ai privati solo l'esecuzione materiale del servizio e sanzionandoli se non rispettano il contratto, perché non dire che ciò è compatibile anche col famigerato "profitto", ma che quel profitto dev'essere subordinato alla progettazione fatta dal comune, cioè dal pubblico, e che tutta questa cosa si chiama "messa a gara" o "liberalizzazione"?

"È arrivato il momento di scegliere: o si va con i privati o si lascia ATAC in mano pubblica, in una buona mano pubblica".

Ecco, ci siamo: questo non è vero. È la grande bugia che da decenni giustifica lo schifo in cui ci troviamo. La scelta non è tra l'ATAC e l'arbitrio dei privati, perché c'è in mezzo un oceano che si chiama "liberalizzazione", che mette insieme l'efficienza delle imprese e il governo saldamente nelle mani del pubblico. E questo oceano è stato scelto dai 33mila cittadini romani che hanno firmato per il referendum "Mobilitiamo Roma". Ma non diciamolo troppo forte, del resto la partecipazione popolare conta solo quando fa comodo, eppoi non sia mai detto che i problemi si possano risolvere sul serio.

"Non è vero che 'il pubblico non funziona': se ben condotto può funzionare bene".

Oggesù, questo l'abbiamo già detto otto o nove volte: ma aspettiamo da cinquanta righe che ci venga detto anche cosa significhi "ben condotto". In cosa consista. Insomma aspettiamo da cinquanta righe il "come". Stiamo chiedendo troppo?

"Noi abbiamo scelto".

Ohhhh, bene. E cosa avete scelto?

"L'azienda deve rimanere di proprietà dei romani. Noi non la svendiamo, i servizi pubblici non hanno prezzo".

Aridaje. Abbiamo capito. Il concetto ci è chiaro. Non serve ripeterlo dieci volte. Piuttosto, moriamo dalla voglia di capire come si fa a cambiare tutto. Quale sia 'sta rivoluzione. Come si fa, concretamente, a rendere l'Atac finalmente efficiente. Si può sapere o no?

"Cedere ai privati non è la soluzione, non è la cura per ATAC. I privati non offrono una risposta immediata ai problemi strutturali ed economici della municipalizzata, non preservano il servizio ma lo rendono vulnerabile, sofferente e facile preda di chi punta solo a fare cassa".

Niente, è la sindrome del disco rotto: si continua a ripetere sempre la stessa cosa, ma al punto non si arriva mai. Oltre al concordato, qual è il vostro mirabolante progetto di rilancio?

"Con il privato vige la legge del profitto a discapito di quella della solidarietà e del servizio, scendono in campo interessi economici che tolgono sostanza al servizio e che nulla hanno a che fare con le mirabolanti soluzioni sponsorizzate dai partiti politici".

Ecco, anche questa mi pare di averla già letta. Venti righe più su.

"Non vogliamo creare disparità nel trasporto pubblico; non vogliamo linee o tratte maggiormente servite, perché più convenienti, e altre deliberatamente messe da parte perché poco remunerative; non vogliamo costi esorbitanti del biglietto; non vogliamo che il privato faccia prevalere i suoi interessi a danno della città e dell’interesse pubblico".

Niente, qualcuno deve averla convinta che se non ripete le stesse cose almeno tre volte non vale. A questo punto, visto che non abbiamo nulla di nuovo, approfitto io per segnalare una cosa en passant: a volte sono proprio i concordati, che possono prevedere la figura del cosiddetto "assuntore", cioè un terzo che interviene assumendo debiti e crediti dell'impresa, a spalancare le porte alle privatizzazioni incontrollate. Sono proprio curioso di vedere se avverrà anche in questo caso.

"Siamo perfettamente consapevoli che attuare cambiamenti veloci in un'azienda con oltre 1,3 miliardi di debiti non è impresa facile, ma siamo altrettanto consci del nostro obiettivo, del fine verso cui stiamo indirizzando i nostri sforzi".

Ancora? Ma quali sforzi? Quali sono 'sti sforzi? In cosa consistono precisamente, oltre a ridurre i debiti? Si può sapere? È mezz'ora che cerco di capirlo.

"Se avessimo puntato solo al consenso immediato avremmo fatto un passo indietro, abbandonato la partita, cedendo alla propaganda sulla liberalizzazione del trasporto pubblico locale che, invece, altri schieramenti politici cavalcano solo per acquisire una manciata di voti o solo per interessi elettorali".

Ah, ecco. Peccato, Sindaca, che qui di cui ha parlato finora come con la "liberalizzazione" non c'entra niente. Ma proprio niente, eh. Confondere strumentalmente privatizzazione è liberalizzazione, questa è l'operazione chiara che abbiamo davanti agli occhi. E poi saremmo noi, quelli che fanno propaganda?

"Stiamo giocando una partita che ha terrorizzato i nostri predecessori e li ha fatti indietreggiare: noi andiamo avanti con coraggio".

Ecco, ci siamo: vedrai che adesso ci spiega bene qual è la direzione in cui loro andranno avanti "con coraggio". Concordato a parte.

Come dite? Ah, il post è finito? Ma manca la parte più importante!

Dev'esserci stato un errore nella pubblicazione.

Oppure no?




permalink | inviato da albertolupi il 2/9/2017 alle 12:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
statistiche e bugie
post pubblicato in diario, il 22 luglio 2017


Un sondaggio della Stampa ci rivela che siamo poveri ma sereni: «L’80 per cento degli italiani si ritiene abbastanza o molto felice», a prescindere dalla situazione economica poco rosea. Del resto gli indicatori cui diamo la priorità sono altri: prima vengono la salute, la famiglia, i buoni rapporti, gli amici e l'amore; solo dopo diamo peso a soldi e lavoro. Viene da pensare che, al di là di tutto, gli anni di magra ci abbiano costretto a ripensare la vita, e che in fondo non sia stato un esercizio così negativo.

Lascia un po’ basiti che la stessa testata, il giorno prima, rilancia un sondaggio secondo il quale «un italiano su due (48.7%) si scopre incapace di apprezzare gli aspetti positivi della propria vita e cade in quella che gli esperti definiscono "insoddisfazione cronica"», e come antidoto suggeriva di «imparare a stupirsi delle piccole gioie quotidiane». Felici o insoddisfatti? Dipende dai punti di vista, e poi si sa: i sondaggi non sono scienza ma uno strumento di riflessione, ossia fantascienza.




permalink | inviato da albertolupi il 22/7/2017 alle 4:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
IL NOSTRO CUPO FUTURO
post pubblicato in diario, il 9 luglio 2017


Di

Mattia Feltri


La sentenza della Cassazione su Bruno Contrada (trovate un piccolo approfondimento sulla mia pagina Facebook, non qui) non dovrebbe essere un semplice atto d'accusa contro la magistratura, o contro la politica, ma un atto d'accusa sul nostro modo di ragionare e di reagire ai problemi.


Gran parte della legislazione antimafia è emergenziale, e dunque uno strappo alla regola dello stato di diritto. Il 41bis, e cioè il carcere duro per i mafiosi, è un esempio. Un esempio di palese tortura, per la precisione, che abbiamo deciso di accettare, o di non vedere, in nome di una lotta d'emergenza a un problema eccezionale, la mafia. E' già abbastanza interessante che queste leggi eccezionali durino da decenni, diventando così ordinarie, e facendo dell'Italia uno stato che ha in parte rinunciato alla sua Costituzione e allo stato di diritto, e lo ha fatto stabilmente. Non vado oltre, non voglio discutere le leggi antimafia perché si passa immediatamente per fiancheggiatori ideologici della criminalità organizzata.


Le leggi emergenziali furono varate, con successo, negli anni del terrorismo rosso e nero, e servirono per combatterlo e vincerlo. Da allora se ne fa uso, qua e là, oltre la mafia. L'ultima legge approvata al Senato, chiamata codice antimafia, estende il sequestro cautelativo dei beni ai casi di corruzione se ci sia associazione per delinquere. Traduco: se uno è sospettato (semplicemente sospettato) di corruzione in associazione con altri, gli si possono sequestrare i beni. Quelli della famiglia, l'azienda, tutto. Con questa legge (per fortuna non ancora definitiva) nel biennio 92-93 lo Stato avrebbe potuto sequestrare il 70-80 per cento delle grandi aziende italiane, dalla Fiat in giù, cancellando dalla faccia dell'Italia l'impresa privata. E farlo prima di una sentenza di condanna.


Tutto questo ha una spiegazione e una conseguenza. La spiegazione è che, disarmati davanti alla plateale illegalità dell'intero paese (non soltanto mafia e corruzione, ma evasione fiscale, assenteismo, truffe delle e alle banche, truffe delle e alle assicurazione, noi siamo una specie di associazione per delinquere fatta di sessanta milioni di italiani) non sappiamo che reagire con una smania repressiva montante, dilagante, fatta di inasprimento delle pene e leggi emergenziali.


La conseguenza è che stiamo disarticolando lo stato di diritto, attribuendo alla magistratura un potere sterminato (così che poi gli errori giudiziari diventano sempre più devastanti), ma soprattutto stiamo fornendo armi formidabili a un governo che domani, o dopodomani, ispirato da sentimenti illiberali, avrebbe gioco più facile di instaurare una dittatura.


Ora, noi pensiamo che la democrazia sia incrollabile e non lo è. Già oggi l'Italia non è più psicologicamente democratica, e lo si evince dalla furia e scorrettezza del dibattito pubblico. Le dittature non sono mai arrivate annunciate, ma di colpo, e quando era troppo tardi.


Non buttiamoci giù. E' sabato. C'è il sole.







permalink | inviato da albertolupi il 9/7/2017 alle 18:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SULL’IDEOLOGIA REGRESSIVA DEL “CHILOMETRO ZERO”
post pubblicato in diario, il 7 luglio 2017


Perché i No-Global il 1° maggio a Milano manifestavano contro Expo 2015?

Lo dice il loro nome stesso: manifestavano contro la globalizzazione.

Più precisamente contro le multinazionali depredatrici dei Paesi poveri e devastatrici del pianeta, per una economia “a chilometro zero”. Cioè sostanzialmente per il modello dell’economia curtense risalente al medioevo profondo, prima delle crociate e di Marco Polo.

Per poter organizzare e attuare le loro manifestazioni, certo, e probabilmente anche per molte altre loro attività, i No-Global usano telefonini, aerei, automobili e treni ad alta velocità prodotti esclusivamente da grandi multinazionali. Ma questo è un ostacolo logico facilmente superabile: si combatte il Male utilizzando i suoi stessi strumenti.



Meno facilmente superabile è forse la constatazione che per lo sviluppo dei Paesi poveri, nell’ultimo secolo, ha fatto più la globalizzazione di quanto abbiano fatto tutte le iniziative filantropiche messe insieme.

Ma diranno che non è così, che questa affermazione è solo un frutto del “pensiero unico” liberista dominante. C’è però una circostanza preoccupante che i No-Global non possono negare: la perfetta coincidenza dei loro obiettivi fondamentali con quelli dell’ISIS: anche gli incappucciati della Jihad si propongono essenzialmente di combattere la contaminazione del mondo islamico da parte della cultura occidentale, difendendo quel tanto di medievale che ancora lo caratterizza e bloccando la globalizzazione.

Gli uni coi caschi neri, gli altri coi burqa e i passamontagna, tutti insieme contro la modernità e per un mondo in cui ciascuno resti rigorosamente a casa propria. Gli uni e gli altri, però, alla disperata ricerca di uno spazio nella comunicazione globale, attraverso quelli che sono i suoi strumenti per eccellenza: la televisione e Internet.

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Tutta la storia del progresso umano è fondata sull’aumento del raggio di mobilità delle persone, delle idee e dei beni di cui disponiamo. Ritornare a un’economia in cui anche soltanto persone e beni si muovono soltanto nel raggio di un chilometro o poco più significa tornare a una situazione di povertà materiale grave; ma anche, in qualche misura, a una situazione di povertà spirituale, se è vero che il nostro spirito si nutre anche dell’incontro con gli altri. E poi vedo un intreccio pericoloso tra l’ideologia del “chilometro zero” e quella della chiusura delle frontiere, del restauro delle sovranità nazionali in contrapposizione con la costruzione dell’Unione Europea, dei muri e fili spinati contro i profughi. Insomma, penso che la globalizzazione costituisca un fenomeno complessivamente positivo: un fenomeno che – certo – ci impone di attrezzarci per farvi fronte, ma che complessivamente fa del bene al mondo e in particolare alla parte più povera e più arretrata dell’umanità.



Contro la ratifica del CETA, l’accordo di libero scambio euro-canadese, come già contro quello analogo con gli U.S.A., si sta scatenando in tutta Europa un’opposizione che ha tutti i caratteri della psicosi di massa. Tanto diffusa e accanita, quanto sono false le notizie su cui è fondata. Viene denunciato il pericolo che il vecchio continente sia invaso da prodotti geneticamente modificati o da carne agli ormoni (anche se l’accordo li esclude), che le normative nazionali a tutela della salute e dell’ambiente ne vengano travolte (l’accordo invece le salvaguarda espressamente), che ne conseguano gravi crisi occupazionali (al contrario, l’accordo aumenterà occupazione e redditi, perché quella europea e quella canadese sono economie fortemente complementari). Si teme, ancora, che l’assoggettamento alla giurisdizione speciale di una Corte sovranazionale istituita dal trattato leda la sovranità delle nostre istituzioni democratiche; ma questa Corte opererà anche a tutela di nostri diritti commerciali, che oggi in Canada non sono protetti per nulla; e comunque qualsiasi trattato internazionale deve prevedere una giurisdizione sovranazionale che lo garantisca: lo prevede la nostra stessa Costituzione. Che cosa, dunque, si annida sotto questa reazione irragionevole, da destra e da sinistra, contro un ragionevolissimo accordo di libero scambio, prezioso per un Paese esportatore qual è l’Italia?



Se si scava un po’, alla radice di tutte le opposizioni si trova l’ideologia del “chilometro zero”. Cioè il vagheggiamento di una economia nella quale sia le persone sia le merci si muovono molto meno e le cose restano uguali a se stesse per una vita e anche più (salvo apprezzare l’I-Phone, il pc, Internet e il biglietto Milano-Londra a 30 euro). Nulla da eccepire, purché sia chiaro che in una economia di quel tipo il lavoro umano è mediamente molto meno produttivo e meno retribuito che in una economia aperta alla specializzazione internazionale.

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permalink | inviato da albertolupi il 7/7/2017 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Strade di sangue, incidenti mortali in aumento
post pubblicato in diario, il 27 giugno 2017


 

Strade di sangue a Ferrara e provincia. È di 17 vittime il bilancio degli incidenti stradali mortali nei primi 6 mesi del 2017. Una strage ‘equamente’ suddivisa tra le strade comunali (dove sono stati registrati 7 sinistri fatali) e provinciali (altri 7) a cui si aggiungono i tre schianti sulla statale 16, Porrettana e A13.

 

I dati dell’Osservatorio Provinciale sulla Sicurezza Stradale arrivano dopo una settimana tragica. Tra mercoledì, giovedì e venerdì sono tre le persone che hanno perso la vita sull’asfalto.

 

La maggior parte degli incidenti mortali (14 su 17) è da imputare a uno scontro frontale o laterale tra veicoli (specialmente tra auto e e mezzi a due ruote, siano essi moto, scooter o biciclette) mentre gli altri casi riguardano fuoriuscita dalla carreggiata contro cordolo o platano.

 

I dati mostrano un preoccupante aumento degli incidenti mortali rispetto all’anno precedente. Nel 2016 le vittime sono state 39, ma rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso si registrano 6 decessi in più. Il triste record si è toccato quasi vent’anni fa, nel 1998, con 102 morti. Negli ultimi due lustri sono decedute 1178 persone, e l’età media si è progressivamente alzata dai 44 anni fino al 2004 ai 57 anni dei giorni nostri.

 

A me questi dati cumulati non piacciono (dal punto di vista estetico) mi pare servano solo a colpire l’attenzione “alla pancia”, ed anche l’aumento dell’età non significa nulla: da un lato sono sicuramente aumentati i vecchi e dall’altro – forse – è migliorato il comportamento dei giovani.

 

Il “primato” drammatico per il territorio estense è però sicuro. L’incidenza della mortalità ci posiziona al primo posto in regione con una percentuale dell’11,08, ben al di sopra della media regionale fissata al 7,33 e della seconda incidenza più alta, quella contata a Piacenza, a 9,76. Un confronto impietoso se paragonato a quello che succede all’estero, dove la media scende a 4,2 in Germania e Irlanda,3,5 in Spagna, 3,2 in Danimarca, 2,8 in Inghilterra e Svezia (Irlanda, Spagna, Danimarca, e Svezia, sono semivuote, l’Inghilterra (o UK?) è una nazione con meno auto.

Questo primato ha sicuramente molte cause, ma la più importante è sicuramente l’inadeguatezza della nostra rete stradale che è praticamente la stessa di mezzo secolo fa quando circolavano Topolino, 500 per i più a la page, qualche 1100, 1400, Guiliette per gli animi sportivi, rare 2300 FIAT, sparse Land Rover un paio di grosse ALFA 6 cilindri e – inframmezzati da vecchi Dodge residuato bellico – un nutrito gruppo di camioncini OM: Cerbiatto, Leoncino, Tigrotto. Oggi una BMW serie X, un AUDI Q hanno la stessa massa.

Sarebbe interessante che qualche statistico calcolasse l’evoluzione delle masse che passano sulle nostre strade. Quale sia l’impegno di manutenzione ed adeguamento: tra Ferrara e Modena dopo la circonvallazione a Cento (ch’è già eccentrica rispetto a Ferrara) sono stati fatti interventi (di minima) a San Giovanni in Persiceto e San Matteo della Decima – Bologna; e (molto buono) a Nonantola, Modena, e la correlazione tra le evoluzioni dei due fenomeni.

 

 

           



permalink | inviato da albertolupi il 27/6/2017 alle 17:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
un liberale, non un laburista.
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2017


Perché le nazioni falliscono

– Acemoglu & Robinson



Perché una nazione cresce e riesce a ridurre, sino quasi a farla scomparire, la povertà mentre un’altra non ci riesce? Forse perché gode di una collocazione geografica più favorevole (a Nord piuttosto che a Sud) o perché è più ricca di materie prime e di terre fertili? No, per nessuna di queste ragioni. Cresce perché dispone di istituzioni economiche più inclusive e di Istituzioni politiche più democratiche. La geografia e la natura non c’entrano nulla, c’entra invece la Politica.

E’ questa la tesi che due storici dell’economia “immigrati” negli USA, Aron Agemoglu dalla Turchia e James Robinson dall’Inghilterra, sostengono nel loro straordinario saggio del 2012 “Perché le nazioni falliscono”.

Per loro una nazione, per potere crescere e sconfiggere la povertà, deve essere, innanzitutto, uno Stato di diritto: uno Stato, cioè, che tutela la proprietà privata, che garantisce la concorrenza, che incoraggia l’innovazione e promuove la mobilità sociale. “Società aperta” e “governo della legge” sono, in estrema sintesi, i due grandi motori dello sviluppo, sempre ed ovunque.

A questa conclusione i due economisti giungono partendo da lontano. Da Roma, ad esempio, il cui declino ha avuto inizio col passaggio dalla Repubblica all’Impero e con il prevalere del lavoro degli schiavi su quello degli uomini liberi. O da Venezia, la cui crescita era dovuta al fatto di disporre di istituzioni economiche inclusive, come la “commenda”, che garantivano a tutti l’accesso alle attività mercantili, e che ha cominciato a declinare nel momento in cui quelle Istituzioni sono state soppiantate da una soffocante oligarchia.

O, ancora, dalla Cina che nel XVI secolo prese, per il capriccio di un Imperatore, la fatale decisione di liquidare la propria immensa flotta e di autoescludersi dalla corsa alle Conquiste Geografiche condannandosi così alla stagnazione prima e alla rovina poi.

In tutti questi casi è la Politica che spiega il fallimento delle nazioni, come testimonia, per venire ai nostri giorni, anche la vicenda davvero emblematica dei due villaggi gemelli, quello di Nogara/ Arizona negli Usa e quello di Nogara/Sonora in Messico. Questi due villaggi si trovano a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro e sono separati soltanto da una “invisibile” frontiera. Eppure il primo cresce e prospera mentre il secondo ristagna. Perché? Forse perché, argomentano i due economisti, quello localizzato in America (USA) può “godere” dei vantaggi offerti dalle Istituzioni economiche e politiche americane (eredità positive, queste, del colonialismo inglese) mentre quello localizzato in Messico deve “soffrire” degli svantaggi delle Istituzioni latino americane (che rappresentano il lascito negativo dell’assolutismo spagnolo).

E con ciò si entra nel vivo del problema dello sviluppo per come lo intendono Agemoglu e Robinson. Il vero punto di svolta nella storia dello sviluppo, quello da quale ha preso il via la “grande fuga” dell’Umanità dalla miseria e dalla fame, è rappresentato, secondo gli autori, dalla Rivoluzione Inglese del 1688, meglio conosciuta come la “Glorious Revolution”. Una Rivoluzione Riformista (se ci si consente l’ossimoro), che non ha tagliato la testa a nessun Re e che ha sparso assai poco sangue (nulla in confronto alla ferocia di quella francese e russa) ma che ha gettato le fondamenta della moderna democrazia e dello Stato di diritto. Una rivoluzione che ha fatto della “ Rule of Law” (governo della legge) la base su cui poggia l’intera impalcatura dello Stato (il più bel regalo che gli inglesi hanno fatto al mondo, secondo Roger Scruton).

La rivoluzione del 1688 non ha decretato la fine dell’assolutismo degli Stuart per sostituirlo con uno nuovo (come in Russia) ma ha fatto della difesa del Cittadino dalla ingerenza indebita dello Stato il principio informatore della sua politica. Ha creato, insomma, i presupposti per la nascita della moderna società aperta, il che è infinitamente molto di più di quanto qualsiasi altra rivoluzione, ivi compresa quella francese, ci abbia mai dato.

Ma il suo merito più grande è quello di avere reso possibile lo sviluppo della rivoluzione industriale che non sarebbe mai decollata in assenza di un contesto politico ed istituzionale favorevole. Certamente la rivoluzione industriale ha rappresentato uno shock perché ha radicalmente cambiato la vita degli uomini, non solo in Inghilterra ma in tutto il mondo. Eppure quella rivoluzione (assai più drammatica di quella digitale che stiamo vivendo ora) ha consentito all’Umanità, nel breve arco di poco più di due secoli, di percorrere un tratto di strada più lungo di quello che aveva percorso sino ad allora, a partire dal Paleolitico. Un gigantesco e straordinariamente benefico balzo in avanti.

Anche allora lo sviluppo creò problemi e incontrò ostacoli ed anche allora fu la Politica a risolverli. Quale Politica, però? Questo è il punto meno sviluppato del saggio di cui stiamo parlando e che meriterebbe forse un approfondimento.

La Rivoluzione Inglese è stata anche frutto dell’illuminismo scozzese e del pensiero liberale. E’ il liberalismo che ha spianato la via alla rivoluzione industriale, e sono stati i politici liberali che per primi si sono accorti dei problemi sociali che quella rivoluzione creava e che hanno cercato di risolverli. Nella sua mirabile storia del Liberalismo, Edmund Fawcett dimostra come il liberalismo sia tutt’altro che immutabile e come abbia saputo evolvere in particolare attraverso due “grandi compromessi storici” (li chiama proprio così: “historical compromises”). Il primo con la Democrazia, e l’esito dell’incontro fra il pensiero elitario liberale e quello egualitario della Democrazia ha prodotto i moderni sistemi democratici fondati sul suffragio universale e sui Partiti politici. Il secondo, quello fra il liberalismo e il nascente socialismo, ha aperto la via alla democrazia industriale e allo Stato Sociale. Il padre del “ Welfare State”, che oggi tutti invocano e la cui riforma potrebbe davvero aiutarci a gestire gli effetti collaterali negativi della rivoluzione digitale in atto, si chiamava Beveridge ed era, per l’appunto, un liberale, non un laburista.

E anche questo, forse, non è un caso




permalink | inviato da albertolupi il 6/3/2017 alle 16:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L’Italia può crescere solo combattendo i sostenitori dell’agenda Tafazzi.
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2017


Siamo davvero un paese marcio, corrotto fino al midollo e distrutto da politiche liberiste? Consigli per sopravvivere ai nuovi professionisti dell’apocalisse

(di Claudio Cerasa)



Nell’Italia della post verità, come denunciato magnificamente sabato su questo giornale da un sindacalista coraggioso come Giuliano Cazzola, molti politici, molti opinionisti, molti intellettuali, molti conduttori e molti giornalisti hanno scelto deliberatamente di sposare l’agenda Tafazzi portata avanti dai partiti anti casta e hanno iniziato da tempo a osservare il paese con la stessa lente d’ingrandimento scelta dai populisti per mettere a fuoco lo stato di salute del nostro paese.

Un partito anti sistema, si sa, può arrivare a governare il paese se dimostra che il paese in cui vive è marcio fino al midollo e sfogliando ogni giorno i quotidiani e ascoltando ogni giorno i talk-show l’immagine dell’Italia sembra essere, senza ombra di dubbio, quella di un paese putrefatto, immobile, senza speranza, governato da una classe politica corrotta fino alle budella, dominato da un eccesso di politiche neo-liberiste che hanno impoverito i giovani, condannato generazioni di ragazzi alla disoccupazione e messo sul lastrico i poveri pensionati. Chiunque osi sfidare, con una versione differente da quella descritta, la Nuova Verità portata avanti dai professionisti della Post Verità è destinato a essere immolato sul patibolo del tribunale del popolo, assalito da un’onda di troll assetati di menzogne.

Eppure c’è solo un modo per evitare che i professionisti della «post truth politics» possano passeggiare su un paese descritto come loro lo sognano ed è quello di raccontare i fatti partendo da alcuni numeri utili a fotografare con un obiettivo diverso lo stato di salute del nostro paese. Illudersi di voler riportare la verità su come sta l’Italia è un’impresa ambiziosa e forse impossibile, ma passare in rassegna alcuni numeri e alcune considerazioni non scontate per spiegare perché l’Italia non è un paese putrefatto, immobile, senza speranza, governato da una classe politica corrotta fino alle budella, dominato da un eccesso di politiche neoliberiste che hanno impoverito i giovani, condannato generazioni di ragazzi alla disoccupazione e messo sul lastrico i poveri pensionati può essere un esercizio utile per ristabilire un po’ di ordine. I problemi dell’Italia esistono, eccome, ma non sono quelli che vengono descritti ogni giorno sui giornali per attaccare la classe politica. I problemi dell’Italia non derivano da un eccesso di liberismo – nel 2016, come documentato dall’ultimo bollettino dell’Istat, le uscite totali delle amministrazioni pubbliche sono risultate pari al 49,6 per cento del pil e rispetto al 2015 sono aumentate uscite correnti, consumi intermedi e prestazioni pensionistiche – ma da un eccesso di statalismo, che spesso si combina a un eccesso di burocrazia e che per questo produce effetti devastanti sulla tenuta economica del nostro paese. Nel saggio, appena uscito, firmato da Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri (“I signori del tempo perso”, Longanesi) si dimostra per tabulas che i problemi del nostro paese sono legati a un’incapacità della macchina pubblica di riformare se stessa, di competere come dimensioni delle aziende con quelle dei big europei e di essere al passo con quel pezzo d’Italia produttiva che negli ultimi anni ha ricominciato a correre e non soltanto nel nord. Non è colpa del liberismo imperante se nel nostro paese una piccola impresa impiega 240 ore all’anno contro una media Ue di 176 ore per presentare le dichiarazioni fiscali. Se nel settore della concorrenza siamo 67esimi al mondo nell’indice dei mercati e dei beni. Se tra il 1995 e il 2015 si è registrato un aumento del tasso medio annuo della produttività pari allo 0,3 per cento contro una media Ue dell’1,6. Se il nostro flusso in entrata di investimenti stranieri in Italia è pari a un quarto della media dei paesi Ue. Se svolgere un’attività imprenditoriale in Italia rimane più complicato rispetto a molte altre economie comparabili. Se l’indice sulla competitività globale elaborato dal Forum economico mondiale ha piazzato l’Italia al 48esimo posto su 138 paesi. Se il tempo medio necessario per pagare le tasse è di 269 ore all’anno contro una media europea di 186. Se l’Italia si colloca al 126esimo posto al mondo per quanto riguarda il pagamento delle imposte, al 108esimo per l’esecuzione dei contratti e al 101esimo come capacità di accesso al credito. L’Italia è un paese che ha problemi di competitività più che di corruzione e prima o poi sarebbe bene che qualcuno spiegasse che il mito dell’Italia corrotta più di Emirati Arabi, Bhutan, Botswana, Ruanda, Namibia, Georgia, Arabia Saudita, Ungheria, Ghana, Romania non regge alla prova dei fatti, a meno che per fatti non si intenda la percezione che si ha del fenomeno (indice di Transparency International) che notoriamente è influenzata più da come i mezzi di informazione descrivono il paese che dalle sue effettive condizioni di salute.

L’economia non corre come potrebbe non perché c’è un eccesso di liberismo ma perché c’è un difetto di produttività in quelle aziende piccole che si rifiutano di crescere e in quelle realtà spesso controllate da amministrazioni comunali che non riescono a imporre efficienza. Nonostante questo però i dati dell’Italia non sono da buttare via e descrivono un paese che cresce meno dell’Europa (più un per cento di pil nel 2016, contro 1,7 della zona euro) ma che comunque mostra segnali di non immobilismo. Secondo l’Istat, a gennaio si è registrato un incremento per le esportazioni (più 2,8 per cento) e per le importazioni (più 1,7 per cento) rispetto ai dati di dicembre. Su base annua, la crescita è stata del 19,7 per cento per l’export e del 22,3 per cento per l’import. La produzione industriale, nel 2016, è salita dell’1,6 per cento, miglior dato dal 2010. Negli ultimi due anni sono stati creati 968 mila nuovi posti di lavoro. E, ricorda ancora il rapporto SviMez, mentre nel 2015 l’economia mondiale ha rallentato, ridimensionando le attese sulla ripresa dell’Italia (che, pur uscendo dalla recessione dei tre anni precedenti, fa segnare performance deboli nel confronto europeo), per il Mezzogiorno è stato un anno positivo, ben oltre le previsioni. “In termini di Pil pro capite la crescita è stata dell’1,1 per cento nel Mezzogiorno, a fronte dello 0,6 per cento nel resto del paese. Il divario di sviluppo tra nord e sud in termini di prodotto per abitante ha quindi ripreso a ridursi: nel 2015 il differenziale negativo è tornato al 43,5 per cento rispetto al 43,9 per cento dell’anno precedente”. Questo diluvio di dati non è per dimostrare che la crisi naturalmente è finita – dal 2007 a oggi il divario cumulato con l’area dell’euro è aumentato di circa 9 punti percentuali, con l’Unione europea di oltre 11 punti – ma è per mettere insieme una serie di considerazioni e di dati che possono spiegare che l’Italia non è quel paese marcio, immobile, povero e impotente che viene descritto ogni giorno sui giornali e nei talk televisivi. E’ un paese che si muove ma che tende ad avere sfiducia verso il futuro anche a causa di un sistema politico che invece di combattere con la verità i professionisti della post verità accetta di giocare sullo stesso campo dei populisti perdendo tempo con i redditi di cittadinanza, le veline delle procure, le battaglie contro i vitalizi, quando per capire il paese in cui ci troviamo sarebbe sufficiente prendere un passaggio contenuto nell’ultimo rapporto sulla situazione sociale del paese, così si dice, messo giù dal Censis, e magnificamente ricordato sabato scorso su questo giornale da Giuliano Cazzola: “Rispetto al 2007, dall’inizio della crisi gli italiani hanno accumulato un incremento di cash pari a 114,3 miliardi di euro, ovvero superiore al valore del pil di un paese intero come l’Ungheria, mentre la liquidità totale di cui dispongono (818,4 miliardi di euro nel secondo trimestre 2016) è pari al valore di un’economia che si collocherebbe al quinto posto nella graduatoria del pil dei paesi Ue post Brexit, dopo la Germania, la Francia, la stessa Italia e la Spagna”. Liberiamoci dall’agenda Tafazzi e forse l’Italia potrebbe ricominciare a crescere senza regalare il paese ai cialtroni a cinque stelle.




permalink | inviato da albertolupi il 6/3/2017 alle 15:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Farsi una domanda
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2017


Malgrado il complotto ordito contro la nostra economia da eurocrati, multinazionali, agenzie di rating asservite al potere finanziario, rettiliani, annunaki e quant’altro, nel 2016 abbiamo (come Italia) raggiungo il massimo storico nel surplus della bilancia commerciale, con un attivo di 51,6 miliardi di euro.

Tutto ciò, al di là delle chiacchiere da bar, dimostra che le nostre aziende esportatrici, nonostante una pressione fiscale e burocratica proibitiva, continuano ad essere molto vitali, mantenendo un ottimo livello di competitività complessiva.

L'Italia inoltre è la seconda potenza manifatturiera d'Europa, subito dopo la Germania ma ben davanti alla Francia. Ha saputo difendere questo ruolo di fronte alla crescita dei Paesi emergenti. Mentre la Cina superava gli Usa diventando la prima potenza manifatturiera mondiale, la classifica dei grandi Paesi industriali vede al terzo e al quarto posto Giappone e Germania, seguiti dall'India.

La Corea precede di poco l'Italia, che si colloca al settimo posto, a maggiore distanza seguono Francia e Regno Unito.



A questo punto sorge una domanda spontanea: come sia possibile sfante così le cose che col maggior avanzo primario si riesca a vedere il debito salire; io v’ho fatto la domanda, voi datevi una risposta!




permalink | inviato da albertolupi il 19/2/2017 alle 6:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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