.
Annunci online

proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
IL FANATISMO SENZA FUTURO CHE DISTRUGGE IL PASSATO
post pubblicato in diario, il 17 giugno 2020


Ripropongo, avendolo trovato interessante


L’onda fanatica e integralista che si sta abbattendo su alcuni paesi occidentali, sulla scia delle proteste anti-razziste nate negli Stati Uniti dopo la brutale uccisione di George Floyd, va ormai oltre gli isterismi censori che di solito si imputano al “politicamente corretto”: un movimento di idee nato nei campus americani con l’obiettivo di combattere le discriminazioni contro le minoranze e divenuto una gabbia linguistico – culturale che ormai rischia di soffocare il dibattito pubblico e la stessa ricerca accademica.

Dall’igiene delle parole, con esiti d’un conformismo spesso grottesco a dispetto delle buone intenzioni iniziali (il rispetto delle differenze e la difesa del multiculturalismo attraverso il bando dei termini potenzialmente offensivi), siamo ormai scivolati nell’iconoclastia (l’abbattimento o rimozione di statue e lapidi, l’oltraggio ai monumenti e la censura alle opere d’arte) e nella violenza come strumento con cui minoranze radicali attive intendono imporre la propria visione ideologica all’intera società: non il riconoscimento degli errori del passato (da spiegare e contestualizzare senza giustificarli), ma la sua cancellazione simbolica e materiale.

Nulla di nuovo, beninteso. Nel corso del Novecento – e andando indietro nei secoli – s’è visto decisamente di peggio. Di vincitori in armi, di capi politici violenti o di masse infuriate che hanno cercato di cancellare ogni traccia (anche fisica) dei loro nemici privati e pubblici la storia è piena. Il problema è che questa forma odierna di damnatio memoriae, indirizzata contro personalità del passato accusate oggi d’aver praticato o avallato politiche discriminatorie su base razziale quando vigevano altri sistemi di valore e sensibilità, nasce nel cuore del mondo per definizione libero, pluralistico e tollerante. La discriminazione delle idee, la censura e la riscrittura del passato sono pratiche correnti nei regimi autocratici e totalitari. Ma come si spiega questo scoppio di settarismo travestito da lotta per i diritti e da indignazione civile nelle democrazie più avanzate?

Probabilmente stanno concorrendo molti fattori. Il più banale, e generale, è il clima sociale rabbioso che la pandemia ha creato su scala globale. Il lungo lockdown è stato rivelatore, tra le altre cose, delle grandi ineguaglianze presenti anche nelle società più sviluppate (che in Paesi come gli Stati Uniti sono al contempo economiche e razziali), cui si sono aggiunte le paure per la recessione già cominciata. Dalle grandi emergenze storiche si esce sempre attraverso una fase di caos e convulsioni, nella quale probabilmente siamo appena entrati.

Nemmeno è da trascurare l’aspetto, anch’esso generico, di rivolta generazionale. Sennonché alla ricorrente lotta dei figli contro i padri naturali s’è aggiunta stavolta quella contro gli antenati e i padri simbolici: tutti colpevoli, come in una catena genealogica che non ammette innocenti, del presente senza futuro che le classi più giovani sentono di vivere per la prima volta nella storia del mondo. In questo caso, più che di rabbia sociale si tratta di disperazione individuale e di gruppo.

Ma questo è solo lo sfondo del nuovo oscurantismo occidentale, così come il video che riprendeva la morte di un afro-americano per mano di poliziotti bianchi (non tutti bianchi, in realtà) non è stato altro che l’innesco occasionale delle ragioni che più direttamente alimentano questa sorta di movimento luddista applicato alla (propria) storia.

Ad esempio, la frustrazione politica che attanaglia i movimenti della sinistra radicale o antagonista dacché hanno preso consapevolezza di aver fallito il loro obiettivo generale: cambiare lo stato delle cose, a partire dai rapporti sociali ed economici iniqui creati da un capitalismo che hanno sempre detto di voler abbattere o riformare drasticamente. Nella sua permutazione finanziaria e iper-tecnologica, il capitalismo globale ha però dimostrato di essere una forza storica inarrestabile, capace di inglobare e di piegare alle sue logiche anche chi lo contesta ed è costretto, per farlo, ad utilizzare gli strumenti che esso stesso gli fornisce governandoli dall’alto e sempre secondo logiche di profitto (a partire dai social).

Nella mentalità pseudorivoluzionaria di molti attivisti, l’impossibilità di cambiare il presente (ovvero il fallimento di tutti i tentativi fatti sinora) sembra aver trovato una compensazione, politica e psicologica, nell’attacco simbolico al passato. Invece di prendersela con Zuckerberg o Bezos, ci si accanisce sulla statua di Churchill o Montanelli. È un rivoluzionarismo che non potendo costruire il “mondo nuovo” (a quello hanno pensato Microsoft, Apple, Amazon e Facebook) prova a riscrivere o cancellare il “mondo vecchio”.

C’è poi un altro fattore, tragicamente paradossale: le democrazie liberali, sulla base di una perversa osmosi tutta da spiegare, sembrano aver inconsapevolmente introiettato alcuni dei tratti peggiori dei modelli politici che hanno storicamente combattuto. Dai sistemi totalitari viene ad esempio quella concezione pedagogica della politica e della storia che rischia di sconfinare, ove perseguita, nell’indottrinamento dall’alto e nella censura delle idee sgradite al potere: che nelle democrazie odierne sta diventando soprattutto quello anonimo di un’opinione pubblica che in realtà spesso riflette non l’opinione generale, ma l’attivismo di alcune minoranze organizzate particolarmente aggressive e mediaticamente ben supportate. Dai regimi fondamentalisti pseudoreligiosi viene invece una visione della convivenza civile che in certe società democratiche tende a basarsi sempre più sui divieti per legge, sull’interdetto sociale, sul conformismo dei valori, sulla codifica pubblica dei costumi, dei comportamenti e del linguaggio, sull’esistenza di una morale pubblica obbligatoria o egemone alla quale uniformarsi come singoli.

Molto gioca anche, nella moda odierna di dare del criminale genocida a Cristoforo Colombo, non tanto l’ignoranza obiettiva del giovane rivoltoso acculturatosi attraverso la Rete, quanto il rifiuto in sé della storia come forma di conoscenza (in passato non ha niente da insegnarci) e come orizzonte temporale (il presente è l’unica dimensione che riusciamo a padroneggiare mentalmente). Rifiuto che si accompagna, nel mondo cosiddetto occidentale, alla stanchezza della storia, tipica di tutte le civiltà decadenti che sentono di aver esaurito la loro spinta propulsiva, e ad un odio di sé penitenziale che nasce non da un’assunzione di responsabilità, che per essere seria richiederebbe un vaglio critico del passato e una sua conoscenza analitica, ma dal desiderio di liberarsi da ogni peso chiedendo scusa, inginocchiandosi e chinando il capo. La storia – che come diceva Gramsci “è una unità nel tempo, per cui il presente contiene tutto il passato e del passato si realizza nel presente ciò che è essenziale” – è per definizione un contenitore di fatti ed eventi controversi, ambigui e laceranti che evidentemente non si ha più la voglia di affrontare: più semplice condannarla e ripudiarla secondo criteri morali o sulla base di interessi politici contingenti. L’auto flagellazione e la denuncia pubblica sono del resto più semplici (e, a quanto pare, mediaticamente più efficaci) di una rilettura critica del passato.

Ma cosa si rischia se quest’ondata di furore, giustificata dal desiderio di costruire una società più inclusiva e armonica, dovesse continuare? Secondo l’esperienza non c’è azione che non susciti una reazione. E se la prima è violenta e discriminatoria, lo sarà anche la seconda. Così come un’identità forzatamente negata ne provoca l’irrigidimento. Visto che va di moda parlare del rischio di un nuovo fascismo, ricordiamo che quello originario mussoliniano si costruì una base di massa e un vasto consenso quando si trasformò, da aristocrazia delle trincee e da movimento eversivo qual era, in anti-bolscevismo militante, in catalizzatore della grande e piccola borghesia intimorite dallo spettro della rivoluzione comunista. Quando si teme una forma di oppressione, nel contesto odierno quella che in nome della “giustizia razziale” finisce per vedere in ogni uomo bianco un oppressore chiamato a vergognarsi del suo passato, il pericolo è che si finisca per aderire, per auto-difesa, ad una di segno opposto. Dalla “giustizia razziale” alla “guerra razziale”, coi movimenti d’estrema destra che già si mobilitano, il passo potrebbe essere tragicamente breve.

* Editoriale di Alessandro Campi aparso su “Il Messaggero” (Roma) e “Il Mattino” (Napoli) del 12 giugno 2020





permalink | inviato da albertolupi il 17/6/2020 alle 20:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
il violinista nella metro
post pubblicato in diario, il 12 giugno 2020


Si racconta che un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l'ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.

Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c'era un musicista che suonava. Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia.

Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare.

Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l'uomo guardò l'orologio e ricominciò a camminare.

Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi.

Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, ne' ci fu alcun riconoscimento.

Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo. Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari.

Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari.

L'esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone.

La domanda era: "In un ambiente comune ad un'ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?".

Ecco una domanda su cui riflettere: "Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?".





permalink | inviato da albertolupi il 12/6/2020 alle 3:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
il Caporale ASCH
post pubblicato in diario, il 12 giugno 2020


Nella temperie dei primi anno ’50 Hans Helmut Kirst scrisse la trilogia 08/15
08/15 La rivolta del caporale Asch
08/15 La strana guerra del sottufficiale Asch
08/15 La vittoria finale del tenente Asch
una serie di romanzi scritti nell'immediato dopoguerra basandosi sulla pripria personale esperienza. Egli infatti ha servito 1933-45 nella Wehrmacht come ufficiale.
Minore valore ebbe poi “08/15 Oggi” mentre altri quali “La notte dei generali” brillano di luce propria.
I romanzi di 08/15 ebbero un buon successo di pubblico anche perché erano pervasi di un notevole senso di antimilitarismo e di critica nella cieca obbedienza imposta per molti anni alla popolazione tedesca.
Dai romanzi sono stati tratti alcuni film che ho acquistano. Questa breve nota riguarda i film, che ho guardato con una certa difficoltà per l’abitudine tedesca di non mettere i sottotitoli, ed ammetto che il mio tedesco zoppica molto. Il giudizio della critica tedesca è stato piuttosto negativo:
«Troppo aneddoticamente divertente e troppo apolitico per essere considerato un serio accordo con la compromissione prussiana sotto Hitler» secondo la critica cattolica Handbuch V der katholischen Filmkritik, 3. Auflage. Verlag Haus Altenberg, Düsseldorf 1963, S. 324.
«Aneddotiche, grossolane, spesso volgari e sostanzialmente apolitiche, la serie in tre parti difficilmente soddisfa la sua pretesa di un impegno anti-militare critico; Piuttosto, serve abilmente le aspettative di intrattenimento del pubblico e di conseguenza è diventato uno dei più grandi successi al botteghino tedesco negli anni '50» – così il “Lexikon des internationalen Films” (CD-ROM-Ausgabe), Systhema, München 1997.

Il primo è abbastanza fedele alla storia scritta ed avendo saputo, da anni, cosa succedeva sono riuscito a seguirlo bene. Il secondo un poco si discosta da quello che ricordo, ma insomma si guarda.
È il terzo che delude amaramente: la storia amputata di parti essenziali – orbata di una buona dose dei protagonisti, sorvolate la descrizione degli stati d’animo degli assenti e pure dei presenti.
Gli americani ridotti a macchiette (anche se HHK non è che li amasse troppo).
Il Booklet che accompagna la trilogia è interessante dato che dà anche conto delle diatribe politiche degli anni ’50 che sono sottese dalla storia.
Interessante,quindi, ma in parte deludente.





permalink | inviato da albertolupi il 12/6/2020 alle 2:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Valentino Baldacci su Salvemini
post pubblicato in diario, il 9 giugno 2020


Trovo un breve articolo su di un episodio che quasi tutti ignoriamo, circa la sorte d’un BUONO, che divenne complice dei malvagi.
“Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova dei fascismi” è il sottotitolo del recente lavoro della giovane ricercatrice Filomena Fantarella, pubblicato dall’editore Donzelli, il cui titolo è Un figlio per nemico.
La ricerca, frutto del lavoro negli archivi di quattro Paesi, ricostruisce con estrema cura una vicenda, non del tutto sconosciuta ma certamente poco nota, soprattutto in alcuni aspetti privati e familiari, che attraversò buona parte della vita di Salvemini e che ebbe una tragica conclusione.
Salvemini perse, ancora giovane, l’intera famiglia – la moglie e quattro figli – nel terremoto di Messina del 28 dicembre 1908. Come si può immaginare, fu per lui un colpo durissimo, dal quale poté riprendersi solo gettandosi a corpo morto negli studi e soprattutto nella lotta politica, soprattutto battendosi in difesa dei contadini meridionali, in particolare di quelli della sua nativa Puglia.
Qualche anno più tardi conobbe una signora francese, Fernande Dauriac, che si stava separando dal marito, con il quale aveva avuto due figli, Jean e Marguerite. Nel 1916 – in piena guerra mondiale, alla quale Salvemini partecipò dopo essere stato un deciso interventista – i due si sposarono. Salvemini si legò profondamente non solo alla nuova moglie ma anche ai due ragazzi, in particolare a Jean, giovane brillante e intelligente.
Mentre Salvemini percorse il suo cammino di intransigente antifascista, che lo portò a subire la prigione e l’esilio, in Francia e poi negli Stati Uniti, il giovane Jean costruì una sua personalità politica intorno ai principi di un pacifismo assoluto, che in un primo tempo lo portarono a legarsi ad Aristide Briand, sostenitore della pace e di un accordo tra Francia e Germania. La morte di Briand nel 1934 e soprattutto il nuovo clima europeo cambiarono il segno dell’impegno politico e giornalistico di Jean Luchaire, che sempre più militò nel campo di coloro che, di fronte all’avanzata della Germania nazista, sostenevano la necessità – al fine di preservare ad ogni costo la pace – di un appeasement che di fatto significava il cedimento di fronte alle pretese espansionistiche naziste.
Il momento della verità venne nel giugno 1940, quando, al momento del crollo della Francia di fronte alle armate tedesche, si formò il governo del Maresciallo Pétain che firmò l’armistizio con la Germania e scelse una linea di collaborazione con l’occupante nazista, che si accentuò col tempo, fino a far propria anche la più spietata persecuzione antisemita.
Jean Luchaire fu tra quelli che si allinearono con Pétain. Forte anche della sua amicizia con l’ambasciatore tedesco a Parigi, Otto Abetz, conosciuto agli inizi degli anni ’30, quando avevano stabilito un forte rapporto politico in nome dell’amicizia franco-tedesca, divenne rapidamente uno dei più importanti giornalisti francesi, fino a essere nominato Presidente della Corporazione nazionale della stampa francese e quindi di fatto ispiratore e controllore della stampa collaborazionista. Al momento della liberazione di Parigi, nel giugno 1944, seguì il governo in Germania, a Sigmaringen, diventando a sua volta ministro. Alla fine della guerra Jean Luchaire fu processato, condannato a morte e fucilato.
Il lavoro di Filomena Santarella ricostruisce in parallelo le vicende politiche di Salvemini e in particolare la sua lotta intransigente contro il fascismo; la sua vita privata e in particolare il forte rapporto che lo legò alla seconda moglie Fernande e quello con i due figliocci, in particolare quello con Jean, da lui vissuto come un vero e proprio figlio; e la vicenda politica e umana di Jean Luchaire, con la sua tragica conclusione.
Di una vicenda così complessa si possono dare molte letture e molte interpretazioni. Si può insistere sull’aspetto privato, umano, della tragedia vissuta da Salvemini, della sua doppia perdita degli affetti familiari; e su quello, altrettanto e ancor più lacerante di Fernande, che, in una lettera del dopoguerra, sottolineava la sua drammatica condizione, di essere moglie di uno dei leader dell’antifascismo e la madre di un irriducibile collaborazionista.
Ma non tutto è riducibile alla dimensione privata, Perché Jean Luchaire fu anche vittima di una delle più grandi illusioni del periodo tra le due guerre, quella del pacifismo assoluto, di un pacifismo che si era spinto fino a mettere sullo stesso piano aggressori e aggrediti, carnefici e vittime, un pacifismo che – come nel caso di Jean Luchaire (ma non fu il solo) – alla fine si rovesciò nel suo opposto, nel farsi complice della più feroce macchina da guerra del XX secolo. Salvemini aveva chiara questa prospettiva fin dal 1934. In una lettera a Carlo Rosselli, parlando di Jean, scriveva: “È un pacifista a tutti i costi. Vuole la pace con Mussolini, con Hitler, col diavolo. Questi pacifisti sono la rovina del mondo”. In questa invettiva finale non c’è solo la testimonianza del temperamento di Salvemini, c’è anche un giudizio definitivo sulle illusioni di un’epoca, e forse non solo di quell’epoca.






permalink | inviato da albertolupi il 9/6/2020 alle 10:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia marzo        luglio
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv