.
Annunci online

proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
riassunto
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2017


Dunque, riassumiamo. In questi ultimi giorni abbiamo visto: a) l’assoluzione di Clemente Mastella (già tirannosauro della Prima Repubblica, poi transitato in varie fasi della seconda) e della di lui consorte al termine di un procedimento penale di 1° grado iniziato 9 (nove) anni fa, guarda caso quando il Mastella era ministro della Giustizia del governo II Prodi: com’è noto il caso fu all’origine della caduta del governo Prodi stesso, peraltro già assai traballante di suo; b) l’assoluzione in primo grado dell’ex sindaco di Venezia, Orsoni, uno stimato professore universitario di diritto amministrativo gettato nel fango con un arresto del tutto evitabile e spiegabile solo con le perverse logiche del protagonismo mediatico-giudiziale (si poteva fare il processo senza spettacolarizzare): quell’arresto causò la caduta della giunta Orsoni e fece perdere al PD le comunali a Padova; c) la putrida vicenda delle intercettazioni inventate da un capitano dei carabinieri al servizio di un noto pm anglo-napoletano con il nome da sceriffo di Nottingham, finalizzate a trascinare artificialmente nel fango l’ex Presidente del Consiglio Renzi ed il di lui genitore; d) il sequestro dei fondi della Lega per una vicenda che ha visto la condanna – ma in primo grado per ora – di alcuni suoi ex dirigenti: sequestro che rischia di condizionare negativamente la possibilità della Lega di competere ad armi pari nella prossima campagna elettorale. Non è che questi episodi rappresentino delle novità epocali: la tendenza alla spettacolarizzazione (il corto circuito con i media studiato vent’anni fa da Pizzorno), il basso rendimento della giustizia penale italiana e i suoi continui interventi in ambiti squisitamente politici con decisioni politiche (nel doppio senso di relativamente libere da norme e di incidenti sul gioco politico) sono cose note anche ai bambini che frequentano le scuole dell’infanzia. Per lungo tempo, devo riconoscerlo, ho creduto che questi fenomeni fossero un male necessario, per combattere l’endemica immoralità della vita pubblica italiana, a livello sia amministrativo che politico. Oggi, a un quarto di secolo da Tangentopoli, premessa la ovvia diversità dei tanti casi che abbiamo visto, ho però una domanda radicale: siamo sicuri che la peculiare forza che la Costituzione (“la più bella del mondooooo”) italiana riconosce ai magistrati del Pubblico ministero (i più potenti nelle democrazie liberali consolidate), pur al prezzo della ripetuta violazione di alcune fra le principali libertà fondamentali dei cittadini (art. 13, 14, 15, fra l’altro) e dell’alterazione delle ordinarie dinamiche democratiche, abbia prodotto qualche risultato concreto in termini di riduzione della corruzione e di miglioramento della qualità della politica e dell’amministrazione? Sono infatti tentato di pensare che le eterne indagini penali sulla politica da parte della magistratura requirente italiana abbiano prodotto risultati ben diversi da quelli attesi: l’immissione della giustizia penale come fattore condizionante del gioco politico, che ha avvantaggiato ora gli uni, ora gli altri (in molti casi essa è stata usata dal centro-sinistra e oggi lo è dai Cinque stelle, ma come non vedere che due delle vicende sopra citate hanno avvantaggiato invece il centro-destra – vincitore delle elezioni del 2008, che seguirono alla caduta di Prodi – o la Lega, il cui candidato fu eletto sindaco di Padova anche grazie allo scandalo Orsoni?). E un altro effetto è stata la de-responsabilizzazione della politica di fonte ai fatti loschi, in base all’idea che “ci penserà la magistratura”. Insomma, il mio dubbio metafisico è il seguente (è un dubbio devastante rispetto a quanto ho creduto per molti anni): siamo sicuri che, senza Tangentopoli e tutto ciò che essa ha rappresentato in termini di giustizia penale in materia politica, avremmo una politica e una morale pubblica migliori di quelle che abbiamo? La storia non si fa con i se, ma mi viene da dire – dubitativamente, of course – che se Tangentopoli non ci fosse mai stata o se fosse stata “stroncata nella culla”, avremmo una giustizia penale migliore (meno prona ai processi spettacolo, se non addirittura a inventarsi le accuse per distruggere un Premier) e una politica non peggiore, costretta ad essere vigilante su se stessa.
continua



permalink | inviato da albertolupi il 17/9/2017 alle 12:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
l'intervento della Sindaca Raggi su Atac, commentato punto per punto.
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2017


"Atac deve rimanere pubblica. ATAC deve rimanere di noi tutti".

Allora: quando si propone un ragionamento, ma si parte dalla sua conclusione, la sensazione è che quel ragionamento non sia esattamente quello che si dice un ragionamento utile. Il seguito, purtroppo, non fa che confermare quella sensazione.

"Finalmente, inizia una nuova vita per ATAC".

Benissimo, era ora! E come funziona, 'sta nuova vita?

"Si avvia un percorso di rinnovamento totale dell’azienda di trasporti di Roma con un obiettivo chiaro: migliorare le linee, rinnovare la flotta degli autobus, la metropolitana; ridurre i tempi d’attesa; dare ai cittadini i servizi che meritano; tutelare i dipendenti onesti".

Perfetto. Questi sono gli obiettivi. Tutti assolutamente edificanti. Ma come si fa? Andiamo avanti, forse lo dice.

"Insomma, parte la rivoluzione che trasforma la più grande società pubblica di trasporti d’Europa in una azienda efficiente".

Ok, è la ripetizione della frase precedente con altre parole. Sul "come" ancora niente. Ma siamo ottimisti, vedrai che adesso arriva.

"Iniziamo un percorso che si chiama 'concordato preventivo' e che stiamo studiando dallo scorso anno: chiediamo ai creditori dell’azienda di realizzare insieme un piano di risanamento e rilancio".

Vediamo di capirci: il "percorso" che sta iniziando, il "concordato preventivo", non lo state studiando voi dallo scorso anno. L'ha studiato, al primo o al secondo anno di università, ogni studente di giurisprudenza o economia del paese: e non consiste propriamente nel "realizzare insieme" ai creditori un'entusiasmante "rivoluzione", ma molto più banalmente nel chiedere ai creditori di rinunciare a una parte dei loro crediti per evitare di perderli del tutto in caso di fallimento. Più che "dai, facciamo insieme una cosa bellissima", insomma, la proposta è "vedi di prenderti il poco che posso darti, perché altrimenti rischi di non prenderti niente".

Dopodiché, una cosa l'abbiamo capita: per consentire il rilancio occorre prima di tutto ridurre i debiti. Ma 'sto rilancio, debiti a parte, in cosa consiste esattamente? Dai, vedrai che ora lo dice.

"Chiediamo ai dipendenti e ai cittadini di seguirci in questo percorso di rinascita e aiutarci a rilanciare la azienda di tutti noi".

Ok, il percorso, la rinascita, il rilancio. Ma, ancora una volta, come?

"Mettiamo in opera uno strumento per trasformare radicalmente l’azienda e che mira a tutelare i livelli occupazionali".

Ah, quindi lo strumento di trasformazione radicale sarebbe il concordato in sé e per sé? Dai, no, non può essere. Sarà un refuso. Andiamo avanti, sicuramente ora ci spiega tutto.

"I lavoratori onesti non hanno nulla da temere".

Non hanno niente da temere rispetto a cosa? Cos'è questo progetto di rinnovamento? Almeno a grandi linee, dai.

"Non credete alla propaganda di chi vuole far fallire questa azienda".

Aspetta, aspetta, questa non è male: voi (mica noi disfattisti) proponete un concordato preventivo, che ha come presupposto un'obiettiva situazione di crisi, però quelli che denunciano quella crisi da anni e paventano il fallimento fanno "propaganda"? Cioè, 'sta crisi c'è o non c'è?

"È un cammino che richiede coraggio, determinazione e una visione di lungo periodo".

Certamente. Ma il coraggio, la determinazione e la visione, per fare cosa?

"Nessuno in passato ci ha provato".

Ma a fare cosa? Cosa?

"Al contrario, hanno preferito non intervenire e lentamente hanno 'spolpato' un patrimonio di tutti i cittadini con il preciso obiettivo, oggi evidente a tutti, di svendere ai privati. Noi non abbiamo paura perché il nostro unico interesse è avere trasporti davvero efficienti. Non siamo legati a logiche clientelari, non dobbiamo niente a nessuno. Questo ci rende liberi".

Ok, vediamo di capirci. Sin qui l'unica "rivoluzione" del trasporto pubblico paventata consiste nel cercare di ridurre i debiti dell'ATAC attraverso il concordato preventivo. Non c'è una parola, una sola, neppure vaga, su come questa, rivoluzione si realizzerà una volta ridotti quei debiti. Sarete pure liberi, ma con questa libertà, di grazia, che ci volete fare?

"Abbiamo un obiettivo chiaro".

Ohhhhh, finalmente. Vediamo l'obiettivo.

"Atac deve rimanere pubblica, deve rimanere dei cittadini e non finire nelle mani di privati che puntano esclusivamente a fare cassa sulle spalle dei romani e dei dipendenti".

Ah. Tutto qua? Questo sarebbe l'obiettivo chiaro? Questa sarebbe la rivoluzione? Faccio sommessamente notare che si tratta della stessa cosa che altri vanno dicendo da trent'anni: e che a forza di dirla, senza aggiungere una parola su come cambiare le cose, ci ha portato al baratro che abbiamo davanti agli occhi. Insomma, con tutto il rispetto, questa è roba che abbiamo sentito e risentito fino alla nausea. Altro che rivoluzione.

"Sull’azienda ci sono le mire di chi la vuole a tutti i costi privatizzare e vuole dividersi le spoglie. I privati puntano a creare linee di serie A e linee di serie B; a fare profitto".

Ah, certo. Le linee di serie A e le linee di serie B, un altro grande classico. La grande scusa, la madre di tutte le scuse, grazie alla quale oggi ci vengono inflitte solo linee di serie C. Tutte. Altro che serie A o serie B. Magari. Dopodiché, il vero tema è: perché non si dice che è perfettamente possibile lasciare al comune il compito di disegnare le linee, di assicurarsi che siano tutte linee di serie A, delegando ai privati solo l'esecuzione materiale del servizio e sanzionandoli se non rispettano il contratto, perché non dire che ciò è compatibile anche col famigerato "profitto", ma che quel profitto dev'essere subordinato alla progettazione fatta dal comune, cioè dal pubblico, e che tutta questa cosa si chiama "messa a gara" o "liberalizzazione"?

"È arrivato il momento di scegliere: o si va con i privati o si lascia ATAC in mano pubblica, in una buona mano pubblica".

Ecco, ci siamo: questo non è vero. È la grande bugia che da decenni giustifica lo schifo in cui ci troviamo. La scelta non è tra l'ATAC e l'arbitrio dei privati, perché c'è in mezzo un oceano che si chiama "liberalizzazione", che mette insieme l'efficienza delle imprese e il governo saldamente nelle mani del pubblico. E questo oceano è stato scelto dai 33mila cittadini romani che hanno firmato per il referendum "Mobilitiamo Roma". Ma non diciamolo troppo forte, del resto la partecipazione popolare conta solo quando fa comodo, eppoi non sia mai detto che i problemi si possano risolvere sul serio.

"Non è vero che 'il pubblico non funziona': se ben condotto può funzionare bene".

Oggesù, questo l'abbiamo già detto otto o nove volte: ma aspettiamo da cinquanta righe che ci venga detto anche cosa significhi "ben condotto". In cosa consista. Insomma aspettiamo da cinquanta righe il "come". Stiamo chiedendo troppo?

"Noi abbiamo scelto".

Ohhhh, bene. E cosa avete scelto?

"L'azienda deve rimanere di proprietà dei romani. Noi non la svendiamo, i servizi pubblici non hanno prezzo".

Aridaje. Abbiamo capito. Il concetto ci è chiaro. Non serve ripeterlo dieci volte. Piuttosto, moriamo dalla voglia di capire come si fa a cambiare tutto. Quale sia 'sta rivoluzione. Come si fa, concretamente, a rendere l'Atac finalmente efficiente. Si può sapere o no?

"Cedere ai privati non è la soluzione, non è la cura per ATAC. I privati non offrono una risposta immediata ai problemi strutturali ed economici della municipalizzata, non preservano il servizio ma lo rendono vulnerabile, sofferente e facile preda di chi punta solo a fare cassa".

Niente, è la sindrome del disco rotto: si continua a ripetere sempre la stessa cosa, ma al punto non si arriva mai. Oltre al concordato, qual è il vostro mirabolante progetto di rilancio?

"Con il privato vige la legge del profitto a discapito di quella della solidarietà e del servizio, scendono in campo interessi economici che tolgono sostanza al servizio e che nulla hanno a che fare con le mirabolanti soluzioni sponsorizzate dai partiti politici".

Ecco, anche questa mi pare di averla già letta. Venti righe più su.

"Non vogliamo creare disparità nel trasporto pubblico; non vogliamo linee o tratte maggiormente servite, perché più convenienti, e altre deliberatamente messe da parte perché poco remunerative; non vogliamo costi esorbitanti del biglietto; non vogliamo che il privato faccia prevalere i suoi interessi a danno della città e dell’interesse pubblico".

Niente, qualcuno deve averla convinta che se non ripete le stesse cose almeno tre volte non vale. A questo punto, visto che non abbiamo nulla di nuovo, approfitto io per segnalare una cosa en passant: a volte sono proprio i concordati, che possono prevedere la figura del cosiddetto "assuntore", cioè un terzo che interviene assumendo debiti e crediti dell'impresa, a spalancare le porte alle privatizzazioni incontrollate. Sono proprio curioso di vedere se avverrà anche in questo caso.

"Siamo perfettamente consapevoli che attuare cambiamenti veloci in un'azienda con oltre 1,3 miliardi di debiti non è impresa facile, ma siamo altrettanto consci del nostro obiettivo, del fine verso cui stiamo indirizzando i nostri sforzi".

Ancora? Ma quali sforzi? Quali sono 'sti sforzi? In cosa consistono precisamente, oltre a ridurre i debiti? Si può sapere? È mezz'ora che cerco di capirlo.

"Se avessimo puntato solo al consenso immediato avremmo fatto un passo indietro, abbandonato la partita, cedendo alla propaganda sulla liberalizzazione del trasporto pubblico locale che, invece, altri schieramenti politici cavalcano solo per acquisire una manciata di voti o solo per interessi elettorali".

Ah, ecco. Peccato, Sindaca, che qui di cui ha parlato finora come con la "liberalizzazione" non c'entra niente. Ma proprio niente, eh. Confondere strumentalmente privatizzazione è liberalizzazione, questa è l'operazione chiara che abbiamo davanti agli occhi. E poi saremmo noi, quelli che fanno propaganda?

"Stiamo giocando una partita che ha terrorizzato i nostri predecessori e li ha fatti indietreggiare: noi andiamo avanti con coraggio".

Ecco, ci siamo: vedrai che adesso ci spiega bene qual è la direzione in cui loro andranno avanti "con coraggio". Concordato a parte.

Come dite? Ah, il post è finito? Ma manca la parte più importante!

Dev'esserci stato un errore nella pubblicazione.

Oppure no?




permalink | inviato da albertolupi il 2/9/2017 alle 12:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia luglio        ottobre
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv