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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
il paninaro tra noi
post pubblicato in diario, il 27 dicembre 2013


Essi vivono, i paninari sono tra noi.

«I paninari mi stavano antipatici, il Moncler non l’ho mai sopportato» ha detto Matteo Renzi l’altro giorno, lasciando spazio a un pronto battutaio.

Renzi che «mi sembra un paninaro cresciuto» aveva però già osservato Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano. Prove di infinito cazzeggio, da una parte, ma non solo. C’è da capire di che cosa stiamo parlando e in che misura «i paninari» possano saldarsi col presente: più di quel che pensiamo forse.

Perché «paninari», da una parte, significa Anni Ottanta, quelli della Milano da bere, del primo Burghy di Piazza San Babila (poi MacDonald’s) e delle modelle di via Montenapoleone, la Milano celebrata da Time che ci fece una storica copertina, il Made in Italy e compagnia bella. Stiamo quindi tornando agli edonistici Ottanta? Ma come, Francesco Borgonovo non sosteneva proprio su Libero che stessero tornando i Settanta? Piano.

I paninari stanno agli Anni Ottanta come la schiuma della risacca sta all’oceano, ossia come il più sconcertante movimento di giovani pecoroni stette a una modernizzazione che bene o male ci strappò dagli anni di piombo. I paninari furono una reazione allo straccionesco conformismo ideologico ed egualitarista degli anni Sessanta e Settanta, furono una ritrovata e patetica spartizione tra i ricchi e i poveri che oggi rischiamo di ritrovarci specularmente riproposta nel tempo della crisi. In un certo senso erano, i paninari, solo una caricatura: le scarpe grosse, le giaccavento, i guanti gialli da netturbino, il capello corto e ingellato, i jeans con le pezze, gli orologioni, i panini: identici ai muratori nell’intervallo per il pranzo.

Loro però stavano a San Babila (e nelle equivalenti San Babila di altre città) e con i figli dei fiori avevano in comune solo una cervellotica sottovuoto spinto. Ciò che li differenziava, e che li ricollega all’oggi, era la pretesa edonistica di chi non voleva essere come gli altri. Voleva essere di più, o meglio, avere di più. L’avere sostituiva l’essere ma allo scoperto, finalmente. Ecco, allora, che per questi comprimari di fine millennio l’habitus diventava l’animus, ecco la generazione Timberland, i piumini Moncler di vari colori da operai delle autostrade, i Ray Ban da poliziotti americani, i soliti Levi’s, le solite Lacoste, il solito secchiello Louis Vitton, le solite giacche Brooksfield, la All star di tela, le calze Burlington: più un sacco di idiozie modaiole mischiate alla rinfusa come poterono esserlo le orrende scarpe Vans o Koala, le magliette da surf Mistral, i giubbottazzi di pelle Schott, roba che giocoforza doveva costare una tonnellata di soldi - unica vera regola - da scucire a una generazione di genitori che non aveva fatto la guerra e che ai loro ragazzi non voleva che mancasse niente, tipicamente.

Da qui alla demenza pura il passo fu breve: il Moncler anche in estate, i Rayban anche di notte, gli stivali Fryie anche in spiaggia, i maglioni ben infilati nei pantaloni per ostentare spaventose fibbie da rodeo, scarponi con l’effige dell’alberello ben ricalcato col pennarello. Il tutto spolverato con uno strato arancione scuro, residuo di sette lampade abbronzanti possibilmente fatte da Rino, in via Montenapoleone. La moda più antimaschile e al tempo stesso antifemminile mai apparsa dal Quaternario in poi.

E uno può dire: sì, ma che c’entra? Qual è il link col presente? Il punto è che fu anche una maniera -  rabbiosa e magniloquente, pacchiana e americanoide - di ri-tracciare un confine che non era più ideologico né di stile: era semplicemente quello tra chi aveva i soldi (il papà coi) e chi non li aveva, il confine tra chi era nato fortunato per censo economico (e mentale, spesso) e chi invece no. Una crudeltà esibita e di reazione, ma anche una strada senza ritorno che ci conduce sino all’oggi. Il paninaro era un divertente e divertito imbelle - per i milanesi: un vero pirla - che amava differenziarsi dall’universo dei troppo scarsi, dei peggio buri, coatti, borazzi, iarri, cinghios con la camicia abbottonata sino in cima, le pettinature alla Gigi Sabani, alla Toto Cutugno o alla Luciano Benetton, tutti in fila coll’autoradio sotto il braccio.

Quelli cioè che potevano permettersi le moto Zundapp e Aprilia e la Vespa e il Sì Piaggio contro gli scornacchiati coi loro Califfone, Motobecane, Cagiva Aletta Rossa. E se certi maggiorenni già avevano la Mitsubishi Pajero, la Renegade e i vari fuoristrada col parabufalo, gli altri viceversa avevano la Ritmo, l’Alfasud, la Skoda, la Daf e la 127 sport coi tendalini di Marylin.

Era un classismo ideologico ed esistenziale che metteva nel mirino il cosiddetto «Gino»: il brutto naturale e sociale, lo sfigato di sempre, lui e la sua coltivazione di punti neri, la canottiera sotto la camiciola (come poteva permettersi solo Craxi al congresso di Rimini) e poi la biro nel taschino, la cintura di stoffa, le scarpette estive traforate da cameriere, il baffetto alla tedesca da segaiolo. Dall’altra lui, il paninaro, sempre e solo dance music, uno che gli nominavi Guccini e stava male, uno che camminava indomito e ballava «Der Kommissar» di Falco e «Wild boys» dei Duran Duran, uno spettacolare idiota pronto a spendere cifre inenarrabili per le griffe più improbabili. Ma badateci: essi vivono, sono tra noi. Talvolta calano dalla Russia, dalla Cina, presto dall’India: ma nuovi stratagemmi edonistici per differenziare i finti ricchi dai finti poveri - ora che il ceto medio è stato ufficialmente abolito - troveranno sempre più spazio. L’avvento del low cost, poi, ha rimescolato le acque e ha mimetizzato la generazione meno ideologica di tutti i tempi: la stessa che, durante gli scontri dei forconi a Torino, affiancava veri disoccupati a un giovane che tirava sassi ai celerini: e intanto indossava un giubbotto Stone Island da 700 euro.

Copiato da Filippo Facci 




permalink | inviato da albertolupi il 27/12/2013 alle 15:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
In piazza ci sono figli della crisi, che credevan d'esserelo delle stelle
post pubblicato in diario, il 11 dicembre 2013


michele brambilla, su LA STAMPA, scrive che nella protesta dei cosiddetti «Forconi» c’è un mix di elementi inaccettabili e inquietanti. Inaccettabili sono i disagi creati ai cittadini (non c’è causa che li giustifichi) ed a maggior ragione le vetrine spaccate e le automobili rovesciate.

Inquietanti le infiltrazioni estremiste e addirittura (pare) mafiose. Aggiungiamoci poi le strumentalizzazioni politiche, che vengono soprattutto da “destra” – la sinistra è inebetita oramai, e le istigazioni al linciaggio, che vengono dal solito Grillo. Basterebbe tutto questo per esprimere una netta condanna. 

 

Tuttavia, bisogna stare attenti a liquidare la questione solo come un problema di ordine pubblico. Vanno infatti colti due fenomeni nuovi, e particolarmente preoccupanti: innanzitutto le manifestazioni di questi giorni sono le prime, a memoria d’uomo, che in Italia si tengono a pancia, se non vuota, quasi vuota non accadeva (in tempo di pace)  da 80 anni, un secolo.

Più correttamente diciamo che si tengono con la testa piena di paura per una pancia che potrebbe essere presto vuota (di cibo).

Nel Sessantotto e nelle sue derivazioni, in piazza ci si andava un po’ per ideali e un po’ per conformismo, perché come diceva Longanesi in Italia siamo tutti estremisti per prudenza. Ma nessuno era mosso dalla fame. Anzi, al contrario si andava in piazza soprattutto contro il consumismo, lo fece Mario Capanna durante le feste natalizie, del millenovecentosessantotto o sessantanove. Il paradosso di quegli anni, di trionfante ideologia comunista, era che nell’Italia del post-boom si prendevano a modello Paesi, come la Cina o Cuba, molto, ma molto, più poveri di noi.

 

Oggi no, oggi c’è la crisi, oggi ci sono i suicidi, i debiti, il timore di non poter più dare da mangiare ai propri figli, la sistematica rottura delle promesse su cui si basava il patto sociale. Questa è la prima novità preoccupante, perché si sa che finché si tratta di questioni ideali, le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola: ma quando la tavola è vuota, può davvero succedere di tutto.

 

La seconda novità è che per la prima volta (almeno in queste dimensioni) in piazza non vediamo studenti o lavoratori dipendenti, ma “imprenditori”. Diciamo pure piccoli imprenditori: padroncini, agricoltori, allevatori, ambulanti, tassisti, negozianti, partite Iva. Ma comunque imprenditori. Con il problema che vedremo poi.

 

È gente che in Italia si sente, da sempre, senza patria. Come dice Daniele Marantelli, un deputato varesino del Pd che da anni cerca di capire le ragioni della protesta nordista, «la sinistra ha sempre avuto un pregiudizio negativo nei confronti del piccolo imprenditore, considerato un evasore fiscale che pensa solo a fare il proprio interesse». Nel loro sentirsi soli, l’artigiano, il commerciante, il trasportatore e più in generale tutti i piccoli imprenditori ritengono di avere ottime ragioni.

Si considerano «lavoratori» anch’essi, e lavoratori che rischiano un proprio capitale, piccolo o grande che sia, e creano posti di lavoro, pochi o tanti che siano. Certo negli anni di vacche grasse guadagnano più dei lavoratori dipendenti: ma in quelli di vacche magre non hanno paracadute, né sindacato né cassa integrazione, e non di rado devono mettere in azienda il patrimonio di famiglia.

Anche riguardo all’evasione fiscale ritengono di essere vittime di faciloneria e pregiudizi. Invocano la distinzione fra loro - che producono lavoro e sono schiacciati da una pressa fiscale senza eguali - e i veri grandi evasori, finanzieri che vivono di speculazioni, o professionisti che non creano occupazione. Abbiamo evaso? Sì, dicono: ma ricordano che perfino Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate, ha ammesso qualche tempo fa che in Italia esiste «un’evasione da sopravvivenza».

 

Insomma. Speriamo non succeda, ma non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi mesi accanto a questo un po’ ambiguo popolo dei forconi dovessero scendere in piazza, con eguale rabbia e violenza, tanti altri italiani ridotti allo stremo dalla crisi, dalle tasse, dalla burocrazia. Dovesse succedere, saremo qui tutti a dire che con la violenza si peggiorano solo le cose, che gli estremisti la mafia... Eccetera. Ma sarebbe ormai difficile fermare una deriva barricadiera. Non dimentichiamoci che in Grecia abbiamo visto, nelle piazze incendiate, anche insospettabili pensionati. La disperazione può trasformare chiunque.

 

Sappiamo della rabbia anti-Stato che cova al Nord, la Crisi della Lega ha privato questo sentimento di uno sfogo elettorale. Ora questa rabbia sta cominciando a sfogarsi nelle strade e nelle piazze. C’è un solo modo per fermarla, e per non lasciarla strumentalizzare da nessuno: venire incontro veramente a chi cerca di creare lavoro per sé e per gli altri. 

 

Sulla stessa testata stefano lepri considera però un altro dato del problema: dentro a una protesta caotica, somma di rabbie disparate, esistono alcuni focolai da dove si grida contro «i politici che rubano i soldi delle nostre tasse» che hanno una sorprendente caratteristica: allignano dentro categorie ben assuefatte a ricevere denaro pubblico.

 

Una frangia ribelle di autotrasportatori anima la protesta dei «forconi»: ma nell’ultimo decennio il settore ha ricevuto a vario titolo sussidi per circa 500 milioni di euro l’anno. Due settimane fa, Genova era stata bloccata dagli autoferrotranvieri contrari a una inesistente «privatizzazione», quando nel trasporto locale fino a tre quarti dei costi sono coperti con denaro del contribuente.

 

La crisi esaspera; la rabbia spinge a schierarsi dietro i più determinati a battersi. Il guaio è che, nel crescente dissesto del sistema italiano, i più determinati spesso hanno esperienza nello sfruttarne i benefici. Poi per ricucire tutto si inveisce contro Equitalia, che ha vessato a torto parecchie persone perbene, ma tra i cui nemici gli evasori è probabile siano in maggioranza.

 

E’ una protesta che guarda al passato, già tenta di riassumere il Censis; anzi è un passato che si rivolta contro sé stesso. Nelle sessioni di bilancio parlamentari come di fronte ai consigli comunali da anni prevalgono, a svantaggio degli elettori, gruppi di interesse piccoli e compatti, capaci non soltanto di gestire pacchetti di voti ma di bloccare il Paese con le loro agitazioni.

 

Ora scontenti di ogni tipo sono tentati di mettersi al loro traino nelle piazze, con effetti paradossali. Possono alcuni autotrasportatori, insoddisfatti dei 330 milioni di specifiche agevolazioni tributarie per il 2014 già ottenuti dalle associazioni di categoria, ergersi a simbolo del malcontento antifisco di tutti? Forse si tratta solo della speranza che almeno loro riescano ad ottenere qualcosa.

 

Nel trasporto cittadino invece è normale che si spenda denaro pubblico, perché il mezzo collettivo è pur essendo un “costo collettivo” un risparmio, individuale per tutti; ma in altri Paesi lo Stato copre una parte inferiore dei costi, circa metà, e i servizi funzionano meglio. La «privatizzazione» sarebbe in realtà l’ingresso di altri operatori pubblici, come Trenitalia, Deutsche Bahn (Stato tedesco), RATP (Stato francese), non legati – a differenza dei sindaci – all’immediato tornaconto elettorale.

 

Insomma il Paese per «non poterne più» rischia rimedi peggiori del male: ulteriori aumenti della spesa pubblica oppure delle agevolazioni fiscali mirate qui o là, in un do ut des imbarbarito tra piazza e politica. Mentre, ad esempio, la vita del camionista migliorerebbe facendo rispettare la legge sulle strade, limiti di velocità, carichi, orari, reprimendo le intermediazioni più o meno malavitose, evitando che il lavoro nero prevalga sull’impresa in regola.

 

Vediamo nella esplosione di questi giorni, l’esito estremo di una politica che ha cercato di immischiarsi in tutto, mancando invece al dovere di far funzionare le strutture basilari dello Stato. Il sospetto della corruzione, in più casi fondato, dilaga fino a diventare un pretesto invocando il quale chiunque può sottrarsi alla legge (quanti romani salgono ora in autobus senza pagare giustificandosi con lo scandalo dei biglietti falsi?).

 

L’unica via sarebbe ritracciare in modo trasparente un confine tra ciò che lo Stato fa (può deve fare) e quel che non fa (può deve fare). Una parte della responsabilità deve ritornare ai cittadini: se un servizio comunale è gestito male, perché non lasciarlo organizzare in proprio a associazioni di luogo o di categoria? Ridurre i costi della politica e revisionare la spesa pubblica da cima a fondo sono le due parti inseparabili di un compito urgentissimo: ridurre l’uso clientelare dello Stato. Purché non sia troppo tardi.

Mentre si apre il terzo giorno della protesta dei Forconi e il prefetto di Torino, forse la città più clpita, ha ottenuto rinforzi per contrastare manifestazioni – parole  sue – «uniche nel loro genere perché basate su azioni sporadiche e presidii improvvisi in diversi punti». Una città storicamente abituata a convivere con forme radicali di conflitto ieri è parsa alla mercé di manifestanti che potevano interrompere a loro piacimento qualsiasi servizio pubblico e intimidire i commercianti. Il tutto in un vuoto pneumatico, nel quale (assenti la politica e le forze sociali, troppo lento nell’agire il ministro dell’Interno), il peso del confronto - persino psicologico - è stato caricato sui poliziotti.

 

Nessuno sottovaluta ampiezza e profondità del malessere che attraversa la società e che mette in difficoltà le frange più deboli del lavoro autonomo, come i camionisti con un solo mezzo o gli ambulanti, ma si ha l’impressione che le loro rivendicazioni servano come foglia di fico ai veri capi della rivolta.

Sul campo è nato con il logo dei Forconi un attore sociale e politico trasversale, il cui retroterra non è (come al solito- ma quando mai lo è) chiaro e che ha aggregato di tutto, persino gli ultrà del calcio.

 

La vera tragedia è che se da un lato c’è il «Governo del non fare un cazzo», dall’altro abbiamo una fetta di mondo politico costantemente alla ricerca di un copione da recitare: non aspettava altro che strumentalizzare la protesta.

Beppe Grillo ha intravisto nella mobilitazione dei Forconi la possibilità di intestarsi «il disagio sociale» per saldarlo alla collaudata retorica anti-politica. Ne è scaturito un incredibile invito alla polizia a farsi da parte, a non difendere più uomini/luoghi delle istituzioni. È la democrazia a 5 Stelle che prevede che l’avversario, se giornalista, debba essere messo alla gogna e se, politico, lasciato in balia della collera.

Anche Silvio Berlusconi non ha resistito alla tentazione di far sentire la sua voce intimando al governo di convocare subito gli autotrasportatori ribelli, che lui comunque vedrà già oggi in parallelo al discorso che il premier Enrico Letta terrà in Parlamento. La vecchia tattica del Pci di contrapporre simbolicamente Paese legale e Paese reale deve aver conquistato il Cavaliere nella nuova modalità di «politico extraparlamentare».

 

Blocchi stradali à la carte e proclami populisti lascerebbero il tempo che trovano se non fosse il contesto a renderli pericolosi. La sensazione di vuoto avvertita a Torino rappresenta una metafora della nostra attuale condizione. Siamo «tra color che son sospesi», chiediamo immediate e incisive riforme della politica e la Corte costituzionale ha messo in scacco chi dovrebbe votarle. Vediamo che altri Paesi stanno uscendo dalla recessione e noi dobbiamo accontentarci che il Pil non viaggi più in negativo.

Forse è troppo facile indirizzare tutto ciò verso Palazzo Chigi, ma è la coincidenza temporale a imporlo. Letta è atteso a Montecitorio per un passaggio politico che si presenta delicato. Non prometta la luna, come fece nel discorso di insediamento, affronti i nodi che gli si sono parati davanti e dia le risposte che l’opinione pubblica attende. Riempia il vuoto: Churchill smentì d’avere mai detto: “Un taxi vuoto si è fermato davanti al n. 10 di Downing Street, e ne è sceso Attlee”. Non sappiamo se sia da smentire un “riciclo” italiano.

 




permalink | inviato da albertolupi il 11/12/2013 alle 15:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
VIGILIA
post pubblicato in diario, il 10 dicembre 2013


Siamo alla vigilia del nuovo «discorso programmatico» di Enrico Letta, nel quale il Presidente del Consiglio dovrebbe rilanciare un’azione di governo finora giudicata poco incisiva da più parti, e cresce la schiera dei commentatori che si domandano perché anche l’Italia non possa avere il suo Charles de Gaulle: un leader capace di imprimere una traiettoria nuova al paese e riscattarlo dalle miserie della quotidianità.

E’ l’archetipo del dictator, l’uomo con carta bianca che salva la patria e poi, romanticamente, torna al suo frugale campicello senza nulla chiedere in cambio, salvo la gloria e la riconoscenza sempiterna dei posteri. Naturale che il desiderio di un dictator postmoderno faccia nuovamente capolino in Italia e si manifesti, in toni e modi garbati, per il tramite di alcuni editorialisti. A spiegare questo sentimento sono anzitutto i tempi grami che opprimono un’economia già malandata e il crepuscolo dei grandi partiti. A ciò s’aggiunge un crescente senso di frustrazione nel constatare che anche chi stava peggio di noi, per non fare nomi: la Spagna, sta risollevando il capo a suon di sacrifici e riforme.

Eppure, proprio nella terra che ha in Cincinnato uno dei primi esempi di uomo forte e salvatore della patria, sembra che l’uomo forte sia impossibile da riprodurre: negli ultimi vent’anni abbiamo infatti alternato numerosi governi e primi ministri alcuni di statura gigantesca, altri di grande appoggio elettorale – Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema, Amato, Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta – ma è molto difficile ascrivere loro riforme “profonde”. Ciascuno ha tentato di governare ma o ha avuto vita breve o si è adagiato in un rassegnato non fare, nel migliore dei casi provando a non vessare i contribuenti già esausti. Un accorgimento, quest’ultimo, che gli ultimi ministri tecnici hanno cominciato a disattendere sistematicamente, azionando la leva tributaria.

A ogni buon conto, quale che sia il giudizio che si può avere dei singoli premier, pare quantomeno strano che, nella loro totalità, si tratti di inetti. Più facile che ciascuno di essi, anche il più navigato, abbia fatto i conti con un’architettura istituzionale – gli economisti parlerebbero di governance – problematica.

La nostra Costituzione, che disegna tale architettura, sarà anche la più bella del mondo (a non averne letta ub altra: nel caso tenete presente che quella svizzera in italiano c’è), ma è un prodotto del secondo Dopoguerra, che era il prodotto d’una guerra che a sua volta era prodotto del Triste Ventennio d’Infausta Memoria.

Come tale, riecheggia uno dei principali scrupoli di chi la progettò, l’assoluta necessità di evitare decisioni rapide e forti. Il che, oggi, è non tanto un bel problema, ma IL PROBLEMA.

Stiamo ancora attraversando una crisi economica prolungata e abbiamo problematiche di lungo termine come l’impatto di una popolazione senescente sulla spesa pubblica, con inevitabili ripercussioni negative sulla spesa socio-sanitaria. Non solo la nostra governance istituzionale non consente di prendere decisioni forti per rimediare a questi problemi, ma addirittura ne amplifica la portata. Si prenda la spesa sanitaria, che, affidata alle scarse capacità manageriali delle regioni, fa sì che una struttura demografica con caratteristiche analoghe a quelle degli altri paesi europei produca effetti economici ampiamente peggiori. La stessa allocazione della spesa sanitaria in capo alle regioni anziché allo stato centrale è poi alla base di una delle pagine più imbarazzanti di questi mesi: i pagamenti dei debiti pregressi della PA. Che, da elemento virtuoso degno di un paese che vuole chiudere con il passato e pagando i propri debiti ridare slancio all’economia, si è tradotto in un labirintico rimpallo tra ministero dell’Economia ed enti locali.

Un altro esempio degno di nota è il Titolo V della Costituzione (riforma Prodiana), che nella sua attuale formulazione fa sì che i progetti infrastrutturali o nei trasporti e nell’energia si impantanino davanti a una pletora di interlocutori dello stato centrale e periferico, in un sistematico allungamento di tempi che priva una parte del paese di infrastrutture.

E’ il caso di dirlo: su sanità, energia, trasporti e infrastrutture, la nostra Costituzione è un “amplificatore di inefficienza” di rara potenza.

Poi, ovviamente – ma prima di tutto, c’è la giustizia, uno cioè degli elementi che fanno rotolare l’Italia in fondo alle classifiche di competitività a causa della durata dei processi. Un dato misurabile dal numeri di condanne della Giustizia Italiana, questo, che si cumula con quello non meno vistoso delle continue “invasioni di campo” tra poteri dello stato, dell’incrinarsi della separazione dei poteri, e del problematico rispetto del gioco di pesi e contrappesi alla base del pensiero democratico occidentale.

Quello che abbiamo appena sorvolato sono nodi “strutturali”, che richied(ono/erebbero) di essere affrontati dal governo o, se non ne ha la forza o i numeri, tramite referendum. Altrimenti evocare il dictator non ha senso, e i prossimi governi erediteranno la stessa gabbia dei loro predecessori. La gabbia più bella del mondo, s’intende, ma pur sempre una gabbia.




permalink | inviato da albertolupi il 10/12/2013 alle 18:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mi spiace per voi, l'attesa sara più lunga della mia...
post pubblicato in diario, il 9 dicembre 2013


La nuova marcia del PD: un catalogo aggiornato e sragionato (aggiornato nella part copiata, sragionato nella mia) delle anime del PD, perse alle prese con l’arrivo del ciclone di Firenze Domenica otto dicembre (il giorno della Madonna) Matteo Renzi, un anno dopo aver perso le primarie contro Pier Luigi Bersani, è stato eletto segretario del Partito democratico e non ci vuole molto per capire che da quel momento in poi nei rapporti tra l’universo del PD e quello del governo comincerà una fase nuova e movimentata. Da un lato ci sarà un presidente del Consiglio che, sotto la protezione del «Re» del Quirinale, si sentirà legittimato a comandare dall’alto sul suo PD. Dall’altro lato, invece, ci sarà un segretario meno morbido, diciamo, rispetto a “Guglielmo il Silenziatore” Epifani. Un segretario che, anche per non perdere la spinta ricevuta dalla legittimazione dell’8 dicembre, sarà intenzionato a far pesare la sua forza e il suo carisma e a far cambiare verso a quel governo che ormai si può dire sia diventato principalmente a guida PD (e probabile futuro responsabile della ennesima sconfitta del Piddì). Tutte le principali anime del PD, naturalmente, vivono questo passaggio con spiriti diversi, con atteggiamenti contrapposti e con comportamenti ciascuno dei quali corrisponde a una diversa direzione che si vorrebbe imprimere alla navigazione del governo. La discontinuità rispetto al passato e la volontà di azzerare le vecchie nomenclature saranno naturalmente le parole chiave di questa – chiamiamola così – fase due del governo ma per capire meglio cosa ci aspetta e capire cosa si muove nel pancione del Partito Democratico può essere utile comprendere chi/cosa sono/siano davvero i renziani, i lettiani, i cuperliani e – perdonateci – anche i franceschiniani e capire cosa fanno, cosa pensano cosa vogliano e soprattutto che direzione vogliono dare al galeone del PD.

*** La tipologia del renziano è divisa in due anime. La prima è quella del renziano molto orgoglioso che fa parte della prima generazione, quello cioè che parla così tanto la lingua di Renzi al punto da risultare quasi incomprensibile fuori da Firenze. Il secondo è invece quello della seconda ora che non parla la stessa lingua dei renziani puri ma che negli ultimi tempi ha imparato ad adottare con abilità alcuni piccoli trucchi per essere considerato dai renziani veri «comunque sia uno di noi». Il renziano di prima generazione attese la data dell’otto dicembre con lo stesso spirito e lo stesso trasporto moderato con cui, ai tempi, gli americani di colore contavano i giorni che li separavano dall’elezione alla Casa Bianca del primo presidente nero. In questo senso il renziano, che in cuor suo, nonostante i giubbottini di pelle e le copertine alla Fonzie, si sente un po’ obamiano e si sente come il portavoce di una chiassosa minoranza che a colpi di sportellate è riuscita ad arrivare a un passo dal conquistare un mondo che lo ha sempre guardato con diffidenza, con perplessità, con sospetto – e che al massimo, quando non lo vedeva come un cavallo di Troia del nemico, lo considerava una risorsa – mai avrebbe immaginato che quella risorsa sarebbe diventata leader. Epperò il renziano, almeno quello di prima generazione, quello che insomma non considera il davideserrismo come una degenerazione del renzismo, scalpita, si dimena, dice che bisogna alzare l’asticella, che bisogna imporre una nuova agenda, che bisogna mettere alle strette il governo e che va bene che Letta è più forte di quello che si pensa ma comunque il governo andrà sfidato perché il vento non si può fermare con le mani, dice sempre il renziano, e dunque un governo guidato da uno che in fondo è diventato un corpo estraneo per il PD, l’amico Enrico, non potrà mai avere la forza di infilare in un imbuto l’energia del Rottamatore. E così il renziano pensa alle mosse, studia le situazioni, twitta, spesso con dieci, undici dita, arruola blogger, pensa molto alla comunicazione, cura ogni dettaglio, studia ogni articolo di giornale, spesso è ossessionato dai giornali, che ovviamente non sono mai obiettivi e sono sempre ostili, pensa costantemente a come non farsi risucchiare dal buco nero dell’apparato del PD e prova ogni giorno a dimostrare che il PD non sarà più come il vecchio PD, che le correnti spariranno, che i capi bastone svaniranno e che Renzi, stando un po’ a Firenze e un po’ a Roma, facendo diventare il PD un partito diverso da quello che è stato finora il PD, riuscirà nel gioco di prestigio di trasformare il PD in un partito che – dice spesso il renziano con grande trasporto e gravità – “non avrà più paura di vincere”. Epperò il renziano – che legge anche i libri di Fabio Volo, e li apprezza, che guarda anche i film di Checco Zalone, e li rispetta, che legge ogni domenica Eugenio Scalfari, e non lo capisce – sa che ora comincia una nuova fase. Sa che ora dire “dobbiamo rottamare le larghe intese” non è più facile da dire perché le larghe intese, intanto diventate piccole, non esistono più. E sa che per non perdere vitalità, velocità, energia e passo da centometrista dovrà muoversi sempre come una trottola, non farsi stritolare dall’apparato ed evitare che la sua energia sia sacrificata sull’altare della famosa stabilità. Il renziano della prima ora, poi, osserva con inconfessabile diffidenza i renziani della seconda ora – troppo facile, mo’ – perché non parlano la lingua dei renziani e perché spesso si accorgono che molti di loro, molti di quelli che insieme con i renziani della prima ora sognano di rigirare come un calzino l’apparato, sono loro stessi, ehm, dei pezzi dell’apparato. Epperò il renziano che vuole far cambiare passo al governo anche a condizione che il cambiare verso corrisponda a un cambiare direttamente il governo, spesso si morde la lingua, dice e non dice, allude e non allude e crea quella mirabile sensazione di chi sa che la sua forza, adesso, è quella di essere percepito come uno che insieme può voler dire mille cose, e che può essere allo stesso tempo considerato prodiano ma non anti berlusconiano, lettiano ma non governista, democratico ma non strettamente napolitaniano. Il renziano della seconda ora, a sua volta, che ha imparato a osservare la scalata di Renzi con la stessa lucida compostezza con cui, ai tempi, venne seguito il gesto delle mani con cui Mosé provocò l’apertura delle acque, è in realtà allergico alla grammatica di Renzi: fosse per lui non mangerebbe mai sushi, leggerebbe solo saggi di Reichlin, ma di fronte all’inesorabile avanzata della modernità – ah, la modernità – ha accettato di passare ore e ore a smanettare su Twitter, a condividere su Facebook e a non mettere mano alla pistola di fronte alle “war room dei web influencer”. Il renziano della seconda ora, che ha imparato a buttare al tempo giusto la giacca di velluto, è spesso in realtà un bersaniano spaesato, che mai avrebbe pensato di diventare renziano ma che: “… signora mia, i tempi cambiano, il partito cambia, l’Italia cambia e quindi, per far cambiare tutto, bisogna cambiare anche noi, e cominciare a mangiare Sushi…”.

*** Il cuperliano è uno strano e affascinante mix tra due generi che sono da mesi in lotta tra loro ma che sono accomunati dal desiderio di arginare quanto più possibile la cavalcata drammatica del barbaro fiorentino. E così, il cuperliano, ultimo figlio della Ditta, dell’usato sicuro, si impegna, si sbatte, ci crede, gira, rigira, twitta, posta, dichiara, attacca, sorride, ci prova e ci mette tutta la buona volontà a dimostrare di essere – oltre che molto bello e molto democratico anche molto televisivo, molto innovativo, molto autonomo, molto telegenico e molto adatto ad affrontare appunto la modernità – anche la persona giusta per togliere le ultime macchie rimaste addosso al vecchio Giaguaro e per infilare il PD dentro una giacca di velluto con le toppe prima che un domani tutti i democratici siano costretti ad andare in giro con la maglietta di Maria De Filippi, il cappellino di Briatore e il giubbottino alla Fonzie. Il cuperliano passa parte delle sue giornate a spiegare ai militanti che sì è vero che Cuperlo è il candidato di D’Alema e Bersani ma è anche vero che Cuperlo non è affatto dalemiano né tantomeno bersaniano e che, a suo modo come Alfano, può essere considerato sia diversamente dalemiano sia diversamente bersaniano. E così il cuperliano, che si riconosce dal renziano perché parla di Renzi più di quanto tendenzialmente faccia il renziano, considera il renzismo come un male persino maggiore del berlusconismo (ricordo stalinista del vedere i fascisti come meno nemici dei socialdemocratici – insomma), vede nella battaglia con il Rottamatore una lotta simile a quella condotta dai comunisti per espellere dal perimetro della sinistra il virus mortale socialista, ha una decina di copie inedite del “Tempo delle mele”, tende a mostrarsi, pur essendo tutt’altro che serioso, sempre con lo sguardo pensoso “e triste e solitario e final” di chi, dall’alto del suo sofferente maglione a collo alto, si muove con lo stile di chi vuol far vincere la sinistra, sì, ma anche di chi è consapevole che un vero uomo di sinistra preferisce perdere le elezioni piuttosto che perdere la propria identità. Epperò il cuperliano si dà comunque da fare, combatte, ama l’odore della polvere da sparo sui campi di battaglia – od a scelta del “Napalm alla mattina” (obbligatoria citazione da Apocalypse Now – un omaggio a Veltroni), a differenza del renziano (che cita spesso Pasolini) lui Pasolini non solo lo cita ma lo ha anche letto, conosce a memoria tutte le encicliche di Benedetto XVI (spiegategli da Fassina) e piace da matti al suo popolo, lui che è bello e democratico, sapendo però che il popolo a cui piace è lo stesso che da una ventina d’anni non riesce a far vincere le elezioni alla sinistra. «Meglio perdere che perdersi», direbbe il bravo cuperliano, ma nonostante questo il bello e democratico e diversamente dalemiano passa il suo tempo a mostrarsi moderno, a citare in pubblico un giorno una strofa di Guccini (per piacere alla Ditta) e un giorno un ritornello dei Daft Punk (per piacere ai barbari), epperò sa anche che fare la rivoluzione con la bella politica e la bella filosofia è rischioso e dunque pensa a una strategia alternativa per sopravvivere alla cavalcata del renzismo e per far vivere il cuperlismo anche dopo il possibile ciclone delle primarie. Già, come si fa? Si fa così. Si fa preparando la resistenza (resistere, resistere, resistere, siam resistiti a Berlusconi, Cazzo! – vabbé abbiamo ammazzato l’Italia, ma meglio morti che schiavi!). La resistenza bulletto fiorentino, ma tenendosi pronti comunque a occupare i posti che contano nel PD del futuro. Si fa provando a trasformare il governo Letta-Alfano nel governo del PD e trasformando a sua volta Letta nel vero rivale del Rottamatore. Si fa puntando a far durare il più possibile quello che comunque resta il primo governo del PD e andando a fare scouting e casting sui territori per trovare un domani un possibile rottamatore del Rottamatore. Ma il piano è complicato, il ciclone arriva, l’apparato trema, il partito si trasforma, la Ditta è rottamata, Bersani è rimasto a Piacenza, D’Alema si occupa di vini e fa battaglie in Puglia, il PD ha cominciato a parlare fiorentino stretto e il cuperliano, in questo perfettamente a suo agio con il pensiero dalemiano, sostiene che Renzi può essere sì una risorsa importante per il PD nel caso di voto anticipato ma sotto sotto, un giorno, spera di prendersi la rivincita e di fare con Renzi la stessa operazione che nel 2008 fece D’Alema ai tempi di Red: riconquistare l’apparato e cacciare via il barbaro invasore. Il cuperliano sogna questo. Ma intanto arriva il ciclone, e noi non abbiamo nulla da metterci.

*** L’acrobatico franceschiniano lo riconosci dai dettagli, lo riconosci – oltre che dai libri e dalla barba – dal sorriso, lo riconosci da quello stile inconfondibile di chi saprebbe tranquillamente dimostrarti, con sicurezza, caparbietà e senza imbarazzo, che non c’è nessuna contraddizione nel dire che B è il male assoluto e che A è il bene assoluto, e un minuto dopo dirti, con lo stesso sguardo di prima, che invece, che avete capito, il male assoluto è A mentre B, come in fondo abbiamo sempre sostenuto, è il vero bene assoluto. E così, il buon franceschiniano, è l’unica specie democratica a essere riuscita con invidiabile disinvoltura a passare dal dalemismo all’anti dalemismo, dal veltronismo all’anti veltronismo, dall’anti bersanismo all’iper bersanismo, dall’anti lettismo all’ultra lettismo, dal marinismo all’anti marinismo e, ancora, dall’ultra lettismo al fantasmagorico renzismo. L’acrobatico franceschiniano, che in cuor suo non si sente di sinistra e che per questo forse ha passato buona parte della sua vita a dimostrare di sentirsi a casa a sinistra passando allegramente da una casa all’altra della sinistra, è l’evoluzione naturale del famoso figliol prodigo, che dopo aver sperperato le sue ricchezze ritorna a casa, sì, con la differenza però che ogni volta che il buon franceschiniano decide di andare a casa va sempre nella casa di qualcun altro. Epperò il franceschiniano sa di contare, eccome, sa di aver un ruolo importante al governo (è lui, in fondo, il vero capodelegazione del PD), sa di avere un ruolo importante alla Camera (è lui, in fondo, il vero capogruppo), sa di avere un ruolo importante nel partito (sarà lui, in fondo, il vero vicesegretario del PD), ma nel dubbio non si sbilancia, non si espone, cuce, ricuce, incontra, parla, telefona, messaggia, e strizza l’occhio a Matteo (tranquillo, tra poco tocca a te), e strizza l’occhio a Enrico (tranquillo, prima che tocchi a Matteo ce ne vuole), e ragiona sul futuro, pensa già al prossimo fondamentale romanzo e rimane sempre nello straordinario equilibrio di chi, per esempio, sogna di cambiare subito la legge elettorale rottamando il proporzionale ma allo stesso sogna di rottamarla con calma, che fretta c’è, sperando che poi una qualche sentenza imponga di cambiare la legge rottamando il maggioritario. Il franceschiniano in versione Zelig – specializzato nelle acrobazie e nella trasformazione delle truppe cammellate in formidabili truppe camaleontiche – mostra sempre soddisfatto ai suoi amici il poster di Benigno Zaccagnini, per mostrarsi al passo con i tempi la sera canta gagliardo con gli amici “Laic a rollino stooon”, si fa crescere la barba nei momenti di svolta, cita a memoria alcuni passaggi della prosa asciutta, ricca e avvolgente degli scritti dell’amico Dario, ha almeno cinque o sei copie della “Follia improvvisa di Ignazio Rando”, dice che Ignazio Rando gli ricorda un ex segretario di sinistra, dice di sognare il partito liquido (anche se poi lavora per il partito solido, ché il franceschiniano nella solidezza ci sguazza), gira l’Italia per incoraggiare la sua corrente, legge molto Repubblica, la leggeva di più quando prima Dario andava sempre a pranzo con Ezio, non legge l’Unità, anche se la compra tutti i giorni, non si perde un’assemblea nazionale, una convenzione locale, una riunione condominiale, dice qualsiasi cosa sui famosi centouno, sui traditori di Romano, ma poi dice anche che Franco, nel senso di Marini, doveva diventare presidente, e che Romano non era quello giusto per unire il paese, e quindi dice che no, no, Romano non l’ha tradito ma sa che senza quei centouno il franceschiniano sarebbe probabilmente a Bettola in una bella pompa di benzina non a fare l’ombra di Enrico, non a fare il vice virtuale di Matteo, non a fare la chioccia di Roberto Speranza ma molto più semplicemente a fare il pieno all’amico Bers.

*** Il lettiano, oltre a essere l’unica categoria di politico pronta a smentire con velocità di avere due belle e grosse palle d’acciaio, è l’unico animale del PD a sentirsi eccitato e spaesato, incoraggiato e smarrito, sollevato e preoccupato e passa molto del suo tempo a spiegare ai cronisti perché Matteo non ha capito, perché Matteo ha sbagliato, perché Matteo ha esagerato, perché Matteo se continua così fa la fine di Bersani e perché Matteo non ha capito che inseguendo Grillo, spostandosi a sinistra, facendo la parte di quello che vuole trasformare in detersivo il governo (Finish!), si allontana dai suoi vecchi elettori, si schiaccia troppo di là, lascia molto spazio aperto di qua, e il lettiano, pur non potendolo ammettere – e pur vivendo sempre nella condizione della sogliola che osserva dal fondo del mare, mimetizzata con la sabbia, il passaggio sopra di sé dei pesci più grandi – si sente, lui sì, il vero renziano, quello che potrebbe piacere non solo a sinistra ma anche al centro e perché no anche a destra, come un tempo faceva l’amico Matteo. Lo vedi Mario che i miracoli esistono? E così il lettiano in versione sogliola è lì che aspetta, che tenta di prendere tempo, di dilatare la vita del governo, di triangolare con il presidente, di far passare uno a uno i pescecani, ed è lì che ti dice che il governo deve durare fino al 2015 ma tra la parola “durare” e la parola “fino” da qualche ora ha cominciato a sussurrare anche la parola “almeno”. Perché, si sa, il governo, ora che è un governo a trazione PD, non può certo essere fatto cadere dal segretario del PD. Perché, si sa, il governo, ora che è un governo per il quale si sono spesi anima e core gli amici di Angelino, non può certo cadere oggi, che sennò, a via del Plebiscito, i pescecani sono pronti a trasformare il Delfino in un agnello da sacrificare. Perché poi, si sa, c’è il fondamentale semestre europeo – a proposito, tutto bene con la Lituania? Poi, si sa, ci sono anche i mondiali in Brasile – e che fai, fai cadere il governo mentre Pirlo piazza la palla sulla zolla? Poi, si sa, finito il semestre comincia l’Expo? E poi che fai, una volta che il governo arriva al 2016 perché non farlo arrivare alla fine della legislatura? Ecco. Il lettiano, che in cuor suo non si sente cuperliano, che in cuor suo non si è mai sentito neppure pienamente bersaniano e che in cuor suo si sente più alfaniano che renziano, ogni volta che sente nominare le parole “Giorgio”, “Colle”, “Quirinale” istintivamente china il collo dall’alto verso il basso con un movimento non troppo diverso da quello che farebbe la signora Biancofiore di fronte alla parola Silvio. Il lettiano, poi, si muove a Palazzo Chigi con il passo sicuro di chi sa che il governo oltre alle famose palle d’acciaio – «le balls of steel, oh yea» – ha accanto a sé una serie di alleati con i quali far diventare, nelle mani di Renz,i la rottamazione una specie di autorottamazione. E così, il lettiano, che ti parla con la voce piatta di chi vuole farti intendere che mentre è lì a parlare con te in italiano potrebbe tranquillamente essere in una qualsiasi altra parte del mondo a parlare in tedesco con Angela, in francese con François, in spagnolo con Mariano, in inglese con Barack, dice che ora che il governo è un governo a guida PD e che per questo – dice mostrandoti uno a uno i numeri con i nomi e i cognomi dei deputati e dei senatori dei gruppi parlamentari – il vero segretario non sarà il segretario ma sarà il presidente del Consiglio. Il lettiano però dice di non fidarsi di Matteo, dice di non fidarsi neanche di Dario, dice di non fidarsi più nemmeno di vecchi amici come Francesco e dice che in fondo si può andare avanti anche fino al 2065 ma che con Matteo, se le cose dovessero mettersi male, un accordo si può fare. Con Matteo a Roma ed Enrico in Europa. Il lettiano dice che mai si sarebbe immaginato di arrivare a Palazzo Chigi. Dice che per mesi si era invece preparato per guidare l’Economia. E dice tutto questo sempre con l’aria grave e impegnata e scavata di chi ti parla con il tono severo di chi vuole farti capire che qui, mentre voi scherzate, noi stiamo realizzando qualcosa di fondamentale per il futuro dell’umanità. Perché in fondo il lettiano non ha tutti i torti. Perché prima di dire basta con questo governo, per il PD, era facile: c’era Berlusconi. E ora che Berlusconi non c’è più e che la vita del governo dipende dal PD come può il PD far cadere il governo del PD?... E allora lo vedi Mario che i miracoli esistono!




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Copiare, copiare - tanto non resterà nulla
post pubblicato in diario, il 9 dicembre 2013


Alcuni anni fa la casa editrice Einaudi ebbe l’intuizione di utilizzare come slogan promozionale una splendida frase tratta dalle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: «Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro l'inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire». In questi tempi di crisi il senso di tale massima dovrebbe essere esteso anche alla Scuola italiana. Che, da almeno due decenni, sembra la metafora della volontà di (auto)annientamento della cultura e, sovente, del buon senso: non vi è pseudo-teoria o assioma pedagogico che non siano stati riferiti al grande pubblico come nuova frontiera della modernità. L’ultima novità è apparsa sul “Corriere della Sera” on-line: un dossier dall’eloquente titolo «Ha ancora senso imparare il corsivo?» in cui si riferisce il serissimo dibattito sorto negli Stati Uniti circa l’utilità dell’insegnamento del corsivo ai bambini delle scuole elementari. In un’epoca dominata dall’uso delle tastiere, argomentano alcuni, perché perder tempo ad apprendere il corsivo, così noioso e difficile?

Basta imparare a scrivere in stampatello e poi via con la tastiera! La questione poi è diventata politica, dal momento che, per i suoi avversari, il corsivo è “di destra”. Il motivo di questa o altra coloritura politica sfugge a chi non si sia appassionato a dibattiti di portata fondamentale sul genere “Tex Willer è di destra o di sinistra?” (la risposta corretta è, per i curiosi: «Tex Willer è di sinistra»; il fumetto di Bonelli era, secondo la mitica rivista “Re Nudo”, una delle letture preferiti dei Brigatisti Rossi). Nel dossier del “Corriere” un pediatra sostiene a spada tratta l’abbandono del corsivo, un oggetto antiquato, e l’uso del solo stampatello, affermando: «Se il corsivo ormai non esiste sui libri che leggiamo, né sul computer, né su Internet, né sugli smartphone, né sui social network, perché usarlo a scuola?». Viceversa gli esperti di psico-pedagogia interpellati rilevano l’importanza dell’apprendimento del corsivo nello sviluppo psicologico e cognitivo dei bambini e segnatamente «quanto sia cruciale nella crescita, nel rapporto occhio-mano, nella sequenzialità delle parole che si riflette in sequenzialità del pensiero, nell’originalità del tratto e nelle competenze di analisi e sintesi in rapida sequenza. […] Ha una valenza profonda nell’acquisizione di competenze basilari di ordine cognitivo e psicomotorio e di abilità manuali e di pensiero».

La posizione di chi vuole abolire il corsivo perché inutile rappresenta l’ennesima manifestazione di coloro che, magari in buona fede, pensano vada buttato tutto ciò che non è ritenuto (in prima approssimazione) economicamente utile. Come se, visto che quasi più nessuno nel mondo usa il latino e l’italiano, si decidesse di abolirne l’insegnamento nelle nostre scuole per adottare solo l’inglese! In realtà essi ignorano (o fingono di ignorare) che toccare i meccanismi di apprendimento dei bambini significa manipolare le loro personalità e capacità di apprendimento, nonché, in prospettiva, la loro stessa esistenza futura e, con essa, la società che verrà. Non si tratta ovviamente di combattere inutili battaglie contro la tecnologia ma di affrontare i progressi tecnologici con lungimiranza. Pare infatti ripetersi anche con la straordinaria rivoluzione operata dall’informatica ciò che si verifica puntualmente a ogni salto di qualità nella modernizzazione: il falso ( e già altre volte deleterio) mito di un “uomo nuovo”, che finisce però per essere duramente smentito dalla cruda realtà.

Come scrisse nel lontano 1969 il grande storico Carlo Maria Cipolla, «istruendo un selvaggio nelle tecniche più avanzate, non se ne fa una persona civile; se ne fa solo un selvaggio più efficiente» (Istruzione e sviluppo. Il declino dell’analfabetismo nel mondo occidentale, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 120). Cipolla scriveva quando si andavano affermando le istituzioni scolastiche della società di massa e indicava la via dell’allungamento dell’obbligo scolastico come un elemento irrinunciabile per la crescita economica, culturale e civile. Egli intendeva al contempo avvertire che un’istruzione senz’anima e senza valori non avrebbe condotto da nessuna parte. Purtroppo i buoni libri di rado vengono letti dai politici e opinion makers mentre le promesse più assurde trovano facilmente il modo di abbacinare il grande pubblico. La progressiva eliminazione dei contenuti basilari dell’istruzione, specie quelli che richiedono una qualsivoglia forma di impegno personale - espressione considerata alla stregua di una bestemmia dalla vulgata burocratica e giornalistica imperanti - costituisce un tipico risultato di un’ideologia regressiva che danneggia soprattutto quei ceti sociali più umili e poveri che finge di voler sostenere. In Europa l’accesso all’istruzione primaria pubblica e gratuita facente perno sull’alfabetizzazione è stato il risultato di quasi due secoli di dure battaglie politiche e culturali.

Ciò che oggi molti disprezzano, la Scuola per tutti, è stata una delle conquiste più significative del XX secolo, perché ha rappresentato un eccezionale veicolo di mobilità sociale: generazioni di figli di contadini od operai hanno potuto studiare e migliorare la propria condizione esistenziale come mai nel passato. Nell’ultimo ventennio la Scuola pubblica ha però subito un processo di degradazione sociale, economica e culturale. L’elenco delle cause delle responsabilità è alquanto lungo e articolato: continue riforme, spesso contraddittorie e confuse, burocratizzazione esasperata (vedi le bocciature scolastiche annullate con ordinanze dei TAR) e applicazione di teorie pedagogiche strampalate. Infine la costante de-qualificazione del corpo docente, dovuta alla trasformazione dell’insegnamento in una branca del pubblico impiego e alle periodiche immissioni in ruolo ope legis (ossia senza alcuna selezione reale volta a verificare le qualifiche e le conoscenze). Se oggi la Scuola in qualche modo ancora regge, è merito della dedizione di moltissimi insegnanti e presidi bravi e capaci. Da parte loro i diversi Governi hanno operato continue riduzioni dei finanziamenti, poiché l’istruzione resta, malgrado i tagli, la principale voce di spesa del bilancio dello Stato. Quindi, non appena si apre un buco nelle finanze statali, via con le forbici: del resto, secondo il senso comune, se un’istituzione pubblica non è economicamente produttiva, perché finanziarla con i soldi dei contribuenti? Tanto - recita la consueta retorica nazionale - la Scuola italiana è fra le migliori del mondo e quindi se la caverà ugualmente.

E qui casca l’asino. È stato recentemente pubblicato il risultato di un test commissionato dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) su un campione di 166.000 persone fra i 16 e i 65 anni in 24 paesi avanzati. Il test mirava a verificare le competenze della popolazione adulta per quanto concerne l’alfabetizzazione e la matematica. Esso ha mostrato come il punteggio medio degli Italiani sia al di sotto della media dei paesi OCSE e, più nello specifico, che oltre il 70% non possiede le competenze alfabetiche e matematiche ritenute indispensabili per “vivere e lavorare nel XXI secolo” [leggero miglioramento, di recente, ma solo al Nord!]. Sono dati che dovrebbero fare riflettere la classe politica che invece sembra oscillare fra riforme di corto respiro che celano tagli di bilancio, meglio se lineari (tutti scontenti uguale nessuno scontento) e le sirene della demagogia sindacal-populista (assunzioni a pioggia in cambio di stipendi da fame e niente valutazione dei docenti). È evidente che, se vogliamo dare un futuro alle giovani generazioni tramite l’istruzione, occorre abbandonare le scorciatoie, come ad esempio la riduzione degli anni di scuola, al solo scopo di ridurre ulteriormente la spesa pubblica, e puntare sulla ri-qualificazione dell’insegnamento e degli insegnanti, rinunciando a creare precariato e investendo risorse nell’innovazione, nell’edilizia scolastica e nell’idea che il sapere non è un regalo ma una conquista frutto di impegno e fatica.




permalink | inviato da albertolupi il 9/12/2013 alle 17:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
eco, ecco...
post pubblicato in diario, il 6 dicembre 2013


Punta Perotti è il nome di un complesso immobiliare che fu edificato sul lungomare di Bari nel 1995, all'altezza della spiaggia di Pane e Pomodoro. Prende il nome di Armando Perotti, a cui è dedicata la strada.
Nel marzo del 1997, il Gip di Bari ordinò il sequestro preventivo di suoli e palazzi relativi alla lottizzazione Punta Perotti. L'enorme complesso immobiliare, secondo i magistrati, deturpava un'area naturale protetta (la zona costiera). Tale sequestro preventivo venne subito impugnato in Cassazione dalle imprese interessate, nel novembre del 1997 la Cassazione annullò il sequestro perché l'area in cui si trovava il complesso, secondo il P.R.G., non era vincolata.

febbraio 1999: la giudice Maria Mitola dichiara la costruzione abusiva quindi ordina nuovamente confisca
giugno 2000: la Corte di Appello di Bari revoca il provvedimento di confisca
ottobre 2000: il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello ricorre per Cassazione contro la sentenza di appello
gennaio 2001: la Cassazione dispone il ripristino della confisca e i costruttori annunciano azione legale per richiesta di risarcimento dei danni
febbraio 2001: il sindaco di Bari riceve dalla Procura della Repubblica la sentenza della Corte di Cassazione
settembre 2002: le imprese costruttrici notificano a Comune di Bari, Regione Puglia e Soprintendenza ai beni ambientali e culturali di Bari una formale richiesta di risarcimento dei danni materiali e d’immagine
maggio 2004: i costruttori pignorano l'edificio
novembre 2004: iniziano colloqui tra amministratori comunali baresi e avvocati dei costruttori per trovare una soluzione concordata
ottobre 2005: il giudice di appello Di Lalla revoca l’ordinanza del giudice di esecuzione dichiarando pignorabile l’area su cui esistono i fabbricati e la possibilità di demolire dunque gli amministratori baresi annunciano la loro decisione di demolizione senza indire un referendum cittadino richiesto da molti partiti e associazioni
febbraio 2006: gli amministratori baresi annunciano le date di demolizione
aprile 2006: i fabbricati sono abbattuti con esplosivi
maggio 2006: inizia l'istruttoria sulle azioni di risarcimento promosse dai costruttori contro il Comune, Regione e Soprintendenza ai Beni artistici
gennaio 2009: secondo la Corte europea dei diritti dell'uomo la confisca è avvenuta in violazione del diritto della protezione della proprietà privata e della Convenzione dei diritti dell'uomo
novembre 2010: il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Bari Antonio Lovecchio ha revocato la confisca dei suoli, su cui sorgevano gli edifici, restituendoli ai costruttori legittimi proprietari.
maggio 2012: sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che condanna lo Stato italiano a pagare 49 milioni di euro (80 miliardi del vecchio conio) alle imprese che costruirono Punta Perotti.
6 dicembre 2013: i costruttori incassano: lo Stato paga altri 31 milioni per l'ecomostro, dopo altre e minori paghette.
ECOMOSTRO od ECCO imbecilli?




permalink | inviato da albertolupi il 6/12/2013 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
del gatto collettivo
post pubblicato in diario, il 5 dicembre 2013


Il “GATTO COLLETTIVO” è un concetto zoologico che vogliamo introdurre come spiegazione di un fenomeno a tutti noto: vedete un gatto che sapete non essere “Pirón” (Pirón essendo il tipico nome da gatto ferrarese) ma ha la stessa colorazione, lo stesso pattern di strisce, macchie – la stessa postura dei baffi.

Naturalmente può essere non tigrato, ma a macchie bianche e nere, o tartarugato, nero come il carbone o bianco come la neve, su una macchina, una finestra – davanti al vosto ufficio od al cimitero.

  

Lo guardate – vi guarda – alla fine vi avvicinate e lui v’aspetta, dopo una parola una grattata tra le orecchie fa scatenare la produzione delle fusa.

 

Senz’alcuna paura il gatto se ne sta lì, come fosse Pirin o Pirón, Pucci o Puzzola.

 

Comment est-que c’est possible?

 

 

Non è che – come giustamente la metteva T. S. Eliot – sia solo che:

« The Naming of Cats is a difficult matter,/ It isn't just one of your holiday games; / You may think at first I'm as mad as a hatter… »

Troppo facile, il gatto da ragione ai pitagorici sulla trasmigrazione delle anime: “conoscete un posto migliore per riposare, dopo una vita tribolata, che il corpo d’un gatto?”, pare dire mentre si muove per offrire la pancia ad una grattata.

Ma si spinge ancora più sul complesso dell’universo multidimensionale, generato da una fluttuazione quantica, in quanto con una specie di dote telepatica un gatto (individuale) compartecipa d’u sé collettivo che comporta non, la totalità del felino universo, ma una scelta schiera di altre individualità

 

Capisco che questa può sembrare puro succo d’una fantasia malata… come appunto erano giudicati:

il sistema eliocentrico, i microbi, gli atomi, le galassie, il Big Bang, i buchi neri, le stringe (quelle della M-Theory non delle scarpe), ma un gatto nel sole, o sotto la pioggia ci ricorda non solo che "La cosa più incomprensibile è che il mondo sia comprensibile" (Albert Einstein), ma con John Burdon Sanderson Haldane che alla fine salta sempre fuori che “L'universo non è più strano di quanto immaginiamo: è più strano di quanto possiamo immaginare”.

 

 

 

 

 

Per la semplice ragione che il gatto (animale estremamente individuale) partecipa anche, e contemporaneamente, ad un “gatto collettivo” e t’ha conosciuto in una delle sue vite parallele.

 




permalink | inviato da albertolupi il 5/12/2013 alle 11:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
la Grande Fuga (non "i" ma "u")
post pubblicato in diario, il 2 dicembre 2013


2012, i giovani in fuga dall'Italia.
Emigrazione cresciuta del 30%

I dati diffusi dall'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti all'estero. Sono più uomini che donne. In testa i lombardi, davanti a veneti e siciliani. La destinazione preferita è la Germania, seguita da Svizzera e Gran Bretagna. La fascia in maggiore aumento è quella fra i 20 e i 40 anni

 

 

Emigrare dopo i cinquant’anni è difficile ma non impossibile.

Diverso è il discorso per chi, raggiunta l’agognata pensione, decide di godersela lontano dall’Italia. Molte sono le destinazioni prescelte, ma tutte con alcune caratteristiche in comune: ottimo clima, località esotiche, mare da sogno e soprattutto un tenore di vita impensabile in Italia, dove tutto è più caro e con 1000 euro al mese si combina poco o niente. E allora eccoli gli emigranti over 60 che , magari dopo una vacanza lunga ai Carabi, in Thailandia o nei paesi africani, fuggono via, via dalla crisi, dal caro vita, dal freddo dell’inverno o da familiari troppo litigiosi. Difficile stimare quanti siano. L’Inps paga quasi 400 mila pensioni all’estero, ma il dato comprende anche emigrati di lungo corso e residenti in altri paesi con doppia cittadinanza. Molti anziani in fuga poi continuano a ricevere i soldi in una banca italiana.




permalink | inviato da albertolupi il 2/12/2013 alle 10:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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