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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
statistiche e bugie
post pubblicato in diario, il 22 luglio 2017


Un sondaggio della Stampa ci rivela che siamo poveri ma sereni: «L’80 per cento degli italiani si ritiene abbastanza o molto felice», a prescindere dalla situazione economica poco rosea. Del resto gli indicatori cui diamo la priorità sono altri: prima vengono la salute, la famiglia, i buoni rapporti, gli amici e l'amore; solo dopo diamo peso a soldi e lavoro. Viene da pensare che, al di là di tutto, gli anni di magra ci abbiano costretto a ripensare la vita, e che in fondo non sia stato un esercizio così negativo.

Lascia un po’ basiti che la stessa testata, il giorno prima, rilancia un sondaggio secondo il quale «un italiano su due (48.7%) si scopre incapace di apprezzare gli aspetti positivi della propria vita e cade in quella che gli esperti definiscono "insoddisfazione cronica"», e come antidoto suggeriva di «imparare a stupirsi delle piccole gioie quotidiane». Felici o insoddisfatti? Dipende dai punti di vista, e poi si sa: i sondaggi non sono scienza ma uno strumento di riflessione, ossia fantascienza.




permalink | inviato da albertolupi il 22/7/2017 alle 4:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
IL NOSTRO CUPO FUTURO
post pubblicato in diario, il 9 luglio 2017


Di

Mattia Feltri


La sentenza della Cassazione su Bruno Contrada (trovate un piccolo approfondimento sulla mia pagina Facebook, non qui) non dovrebbe essere un semplice atto d'accusa contro la magistratura, o contro la politica, ma un atto d'accusa sul nostro modo di ragionare e di reagire ai problemi.


Gran parte della legislazione antimafia è emergenziale, e dunque uno strappo alla regola dello stato di diritto. Il 41bis, e cioè il carcere duro per i mafiosi, è un esempio. Un esempio di palese tortura, per la precisione, che abbiamo deciso di accettare, o di non vedere, in nome di una lotta d'emergenza a un problema eccezionale, la mafia. E' già abbastanza interessante che queste leggi eccezionali durino da decenni, diventando così ordinarie, e facendo dell'Italia uno stato che ha in parte rinunciato alla sua Costituzione e allo stato di diritto, e lo ha fatto stabilmente. Non vado oltre, non voglio discutere le leggi antimafia perché si passa immediatamente per fiancheggiatori ideologici della criminalità organizzata.


Le leggi emergenziali furono varate, con successo, negli anni del terrorismo rosso e nero, e servirono per combatterlo e vincerlo. Da allora se ne fa uso, qua e là, oltre la mafia. L'ultima legge approvata al Senato, chiamata codice antimafia, estende il sequestro cautelativo dei beni ai casi di corruzione se ci sia associazione per delinquere. Traduco: se uno è sospettato (semplicemente sospettato) di corruzione in associazione con altri, gli si possono sequestrare i beni. Quelli della famiglia, l'azienda, tutto. Con questa legge (per fortuna non ancora definitiva) nel biennio 92-93 lo Stato avrebbe potuto sequestrare il 70-80 per cento delle grandi aziende italiane, dalla Fiat in giù, cancellando dalla faccia dell'Italia l'impresa privata. E farlo prima di una sentenza di condanna.


Tutto questo ha una spiegazione e una conseguenza. La spiegazione è che, disarmati davanti alla plateale illegalità dell'intero paese (non soltanto mafia e corruzione, ma evasione fiscale, assenteismo, truffe delle e alle banche, truffe delle e alle assicurazione, noi siamo una specie di associazione per delinquere fatta di sessanta milioni di italiani) non sappiamo che reagire con una smania repressiva montante, dilagante, fatta di inasprimento delle pene e leggi emergenziali.


La conseguenza è che stiamo disarticolando lo stato di diritto, attribuendo alla magistratura un potere sterminato (così che poi gli errori giudiziari diventano sempre più devastanti), ma soprattutto stiamo fornendo armi formidabili a un governo che domani, o dopodomani, ispirato da sentimenti illiberali, avrebbe gioco più facile di instaurare una dittatura.


Ora, noi pensiamo che la democrazia sia incrollabile e non lo è. Già oggi l'Italia non è più psicologicamente democratica, e lo si evince dalla furia e scorrettezza del dibattito pubblico. Le dittature non sono mai arrivate annunciate, ma di colpo, e quando era troppo tardi.


Non buttiamoci giù. E' sabato. C'è il sole.







permalink | inviato da albertolupi il 9/7/2017 alle 18:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SULL’IDEOLOGIA REGRESSIVA DEL “CHILOMETRO ZERO”
post pubblicato in diario, il 7 luglio 2017


Perché i No-Global il 1° maggio a Milano manifestavano contro Expo 2015?

Lo dice il loro nome stesso: manifestavano contro la globalizzazione.

Più precisamente contro le multinazionali depredatrici dei Paesi poveri e devastatrici del pianeta, per una economia “a chilometro zero”. Cioè sostanzialmente per il modello dell’economia curtense risalente al medioevo profondo, prima delle crociate e di Marco Polo.

Per poter organizzare e attuare le loro manifestazioni, certo, e probabilmente anche per molte altre loro attività, i No-Global usano telefonini, aerei, automobili e treni ad alta velocità prodotti esclusivamente da grandi multinazionali. Ma questo è un ostacolo logico facilmente superabile: si combatte il Male utilizzando i suoi stessi strumenti.



Meno facilmente superabile è forse la constatazione che per lo sviluppo dei Paesi poveri, nell’ultimo secolo, ha fatto più la globalizzazione di quanto abbiano fatto tutte le iniziative filantropiche messe insieme.

Ma diranno che non è così, che questa affermazione è solo un frutto del “pensiero unico” liberista dominante. C’è però una circostanza preoccupante che i No-Global non possono negare: la perfetta coincidenza dei loro obiettivi fondamentali con quelli dell’ISIS: anche gli incappucciati della Jihad si propongono essenzialmente di combattere la contaminazione del mondo islamico da parte della cultura occidentale, difendendo quel tanto di medievale che ancora lo caratterizza e bloccando la globalizzazione.

Gli uni coi caschi neri, gli altri coi burqa e i passamontagna, tutti insieme contro la modernità e per un mondo in cui ciascuno resti rigorosamente a casa propria. Gli uni e gli altri, però, alla disperata ricerca di uno spazio nella comunicazione globale, attraverso quelli che sono i suoi strumenti per eccellenza: la televisione e Internet.

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Tutta la storia del progresso umano è fondata sull’aumento del raggio di mobilità delle persone, delle idee e dei beni di cui disponiamo. Ritornare a un’economia in cui anche soltanto persone e beni si muovono soltanto nel raggio di un chilometro o poco più significa tornare a una situazione di povertà materiale grave; ma anche, in qualche misura, a una situazione di povertà spirituale, se è vero che il nostro spirito si nutre anche dell’incontro con gli altri. E poi vedo un intreccio pericoloso tra l’ideologia del “chilometro zero” e quella della chiusura delle frontiere, del restauro delle sovranità nazionali in contrapposizione con la costruzione dell’Unione Europea, dei muri e fili spinati contro i profughi. Insomma, penso che la globalizzazione costituisca un fenomeno complessivamente positivo: un fenomeno che – certo – ci impone di attrezzarci per farvi fronte, ma che complessivamente fa del bene al mondo e in particolare alla parte più povera e più arretrata dell’umanità.



Contro la ratifica del CETA, l’accordo di libero scambio euro-canadese, come già contro quello analogo con gli U.S.A., si sta scatenando in tutta Europa un’opposizione che ha tutti i caratteri della psicosi di massa. Tanto diffusa e accanita, quanto sono false le notizie su cui è fondata. Viene denunciato il pericolo che il vecchio continente sia invaso da prodotti geneticamente modificati o da carne agli ormoni (anche se l’accordo li esclude), che le normative nazionali a tutela della salute e dell’ambiente ne vengano travolte (l’accordo invece le salvaguarda espressamente), che ne conseguano gravi crisi occupazionali (al contrario, l’accordo aumenterà occupazione e redditi, perché quella europea e quella canadese sono economie fortemente complementari). Si teme, ancora, che l’assoggettamento alla giurisdizione speciale di una Corte sovranazionale istituita dal trattato leda la sovranità delle nostre istituzioni democratiche; ma questa Corte opererà anche a tutela di nostri diritti commerciali, che oggi in Canada non sono protetti per nulla; e comunque qualsiasi trattato internazionale deve prevedere una giurisdizione sovranazionale che lo garantisca: lo prevede la nostra stessa Costituzione. Che cosa, dunque, si annida sotto questa reazione irragionevole, da destra e da sinistra, contro un ragionevolissimo accordo di libero scambio, prezioso per un Paese esportatore qual è l’Italia?



Se si scava un po’, alla radice di tutte le opposizioni si trova l’ideologia del “chilometro zero”. Cioè il vagheggiamento di una economia nella quale sia le persone sia le merci si muovono molto meno e le cose restano uguali a se stesse per una vita e anche più (salvo apprezzare l’I-Phone, il pc, Internet e il biglietto Milano-Londra a 30 euro). Nulla da eccepire, purché sia chiaro che in una economia di quel tipo il lavoro umano è mediamente molto meno produttivo e meno retribuito che in una economia aperta alla specializzazione internazionale.

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permalink | inviato da albertolupi il 7/7/2017 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Strade di sangue, incidenti mortali in aumento
post pubblicato in diario, il 27 giugno 2017


 

Strade di sangue a Ferrara e provincia. È di 17 vittime il bilancio degli incidenti stradali mortali nei primi 6 mesi del 2017. Una strage ‘equamente’ suddivisa tra le strade comunali (dove sono stati registrati 7 sinistri fatali) e provinciali (altri 7) a cui si aggiungono i tre schianti sulla statale 16, Porrettana e A13.

 

I dati dell’Osservatorio Provinciale sulla Sicurezza Stradale arrivano dopo una settimana tragica. Tra mercoledì, giovedì e venerdì sono tre le persone che hanno perso la vita sull’asfalto.

 

La maggior parte degli incidenti mortali (14 su 17) è da imputare a uno scontro frontale o laterale tra veicoli (specialmente tra auto e e mezzi a due ruote, siano essi moto, scooter o biciclette) mentre gli altri casi riguardano fuoriuscita dalla carreggiata contro cordolo o platano.

 

I dati mostrano un preoccupante aumento degli incidenti mortali rispetto all’anno precedente. Nel 2016 le vittime sono state 39, ma rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso si registrano 6 decessi in più. Il triste record si è toccato quasi vent’anni fa, nel 1998, con 102 morti. Negli ultimi due lustri sono decedute 1178 persone, e l’età media si è progressivamente alzata dai 44 anni fino al 2004 ai 57 anni dei giorni nostri.

 

A me questi dati cumulati non piacciono (dal punto di vista estetico) mi pare servano solo a colpire l’attenzione “alla pancia”, ed anche l’aumento dell’età non significa nulla: da un lato sono sicuramente aumentati i vecchi e dall’altro – forse – è migliorato il comportamento dei giovani.

 

Il “primato” drammatico per il territorio estense è però sicuro. L’incidenza della mortalità ci posiziona al primo posto in regione con una percentuale dell’11,08, ben al di sopra della media regionale fissata al 7,33 e della seconda incidenza più alta, quella contata a Piacenza, a 9,76. Un confronto impietoso se paragonato a quello che succede all’estero, dove la media scende a 4,2 in Germania e Irlanda,3,5 in Spagna, 3,2 in Danimarca, 2,8 in Inghilterra e Svezia (Irlanda, Spagna, Danimarca, e Svezia, sono semivuote, l’Inghilterra (o UK?) è una nazione con meno auto.

Questo primato ha sicuramente molte cause, ma la più importante è sicuramente l’inadeguatezza della nostra rete stradale che è praticamente la stessa di mezzo secolo fa quando circolavano Topolino, 500 per i più a la page, qualche 1100, 1400, Guiliette per gli animi sportivi, rare 2300 FIAT, sparse Land Rover un paio di grosse ALFA 6 cilindri e – inframmezzati da vecchi Dodge residuato bellico – un nutrito gruppo di camioncini OM: Cerbiatto, Leoncino, Tigrotto. Oggi una BMW serie X, un AUDI Q hanno la stessa massa.

Sarebbe interessante che qualche statistico calcolasse l’evoluzione delle masse che passano sulle nostre strade. Quale sia l’impegno di manutenzione ed adeguamento: tra Ferrara e Modena dopo la circonvallazione a Cento (ch’è già eccentrica rispetto a Ferrara) sono stati fatti interventi (di minima) a San Giovanni in Persiceto e San Matteo della Decima – Bologna; e (molto buono) a Nonantola, Modena, e la correlazione tra le evoluzioni dei due fenomeni.

 

 

           



permalink | inviato da albertolupi il 27/6/2017 alle 17:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
un liberale, non un laburista.
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2017


Perché le nazioni falliscono

– Acemoglu & Robinson



Perché una nazione cresce e riesce a ridurre, sino quasi a farla scomparire, la povertà mentre un’altra non ci riesce? Forse perché gode di una collocazione geografica più favorevole (a Nord piuttosto che a Sud) o perché è più ricca di materie prime e di terre fertili? No, per nessuna di queste ragioni. Cresce perché dispone di istituzioni economiche più inclusive e di Istituzioni politiche più democratiche. La geografia e la natura non c’entrano nulla, c’entra invece la Politica.

E’ questa la tesi che due storici dell’economia “immigrati” negli USA, Aron Agemoglu dalla Turchia e James Robinson dall’Inghilterra, sostengono nel loro straordinario saggio del 2012 “Perché le nazioni falliscono”.

Per loro una nazione, per potere crescere e sconfiggere la povertà, deve essere, innanzitutto, uno Stato di diritto: uno Stato, cioè, che tutela la proprietà privata, che garantisce la concorrenza, che incoraggia l’innovazione e promuove la mobilità sociale. “Società aperta” e “governo della legge” sono, in estrema sintesi, i due grandi motori dello sviluppo, sempre ed ovunque.

A questa conclusione i due economisti giungono partendo da lontano. Da Roma, ad esempio, il cui declino ha avuto inizio col passaggio dalla Repubblica all’Impero e con il prevalere del lavoro degli schiavi su quello degli uomini liberi. O da Venezia, la cui crescita era dovuta al fatto di disporre di istituzioni economiche inclusive, come la “commenda”, che garantivano a tutti l’accesso alle attività mercantili, e che ha cominciato a declinare nel momento in cui quelle Istituzioni sono state soppiantate da una soffocante oligarchia.

O, ancora, dalla Cina che nel XVI secolo prese, per il capriccio di un Imperatore, la fatale decisione di liquidare la propria immensa flotta e di autoescludersi dalla corsa alle Conquiste Geografiche condannandosi così alla stagnazione prima e alla rovina poi.

In tutti questi casi è la Politica che spiega il fallimento delle nazioni, come testimonia, per venire ai nostri giorni, anche la vicenda davvero emblematica dei due villaggi gemelli, quello di Nogara/ Arizona negli Usa e quello di Nogara/Sonora in Messico. Questi due villaggi si trovano a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro e sono separati soltanto da una “invisibile” frontiera. Eppure il primo cresce e prospera mentre il secondo ristagna. Perché? Forse perché, argomentano i due economisti, quello localizzato in America (USA) può “godere” dei vantaggi offerti dalle Istituzioni economiche e politiche americane (eredità positive, queste, del colonialismo inglese) mentre quello localizzato in Messico deve “soffrire” degli svantaggi delle Istituzioni latino americane (che rappresentano il lascito negativo dell’assolutismo spagnolo).

E con ciò si entra nel vivo del problema dello sviluppo per come lo intendono Agemoglu e Robinson. Il vero punto di svolta nella storia dello sviluppo, quello da quale ha preso il via la “grande fuga” dell’Umanità dalla miseria e dalla fame, è rappresentato, secondo gli autori, dalla Rivoluzione Inglese del 1688, meglio conosciuta come la “Glorious Revolution”. Una Rivoluzione Riformista (se ci si consente l’ossimoro), che non ha tagliato la testa a nessun Re e che ha sparso assai poco sangue (nulla in confronto alla ferocia di quella francese e russa) ma che ha gettato le fondamenta della moderna democrazia e dello Stato di diritto. Una rivoluzione che ha fatto della “ Rule of Law” (governo della legge) la base su cui poggia l’intera impalcatura dello Stato (il più bel regalo che gli inglesi hanno fatto al mondo, secondo Roger Scruton).

La rivoluzione del 1688 non ha decretato la fine dell’assolutismo degli Stuart per sostituirlo con uno nuovo (come in Russia) ma ha fatto della difesa del Cittadino dalla ingerenza indebita dello Stato il principio informatore della sua politica. Ha creato, insomma, i presupposti per la nascita della moderna società aperta, il che è infinitamente molto di più di quanto qualsiasi altra rivoluzione, ivi compresa quella francese, ci abbia mai dato.

Ma il suo merito più grande è quello di avere reso possibile lo sviluppo della rivoluzione industriale che non sarebbe mai decollata in assenza di un contesto politico ed istituzionale favorevole. Certamente la rivoluzione industriale ha rappresentato uno shock perché ha radicalmente cambiato la vita degli uomini, non solo in Inghilterra ma in tutto il mondo. Eppure quella rivoluzione (assai più drammatica di quella digitale che stiamo vivendo ora) ha consentito all’Umanità, nel breve arco di poco più di due secoli, di percorrere un tratto di strada più lungo di quello che aveva percorso sino ad allora, a partire dal Paleolitico. Un gigantesco e straordinariamente benefico balzo in avanti.

Anche allora lo sviluppo creò problemi e incontrò ostacoli ed anche allora fu la Politica a risolverli. Quale Politica, però? Questo è il punto meno sviluppato del saggio di cui stiamo parlando e che meriterebbe forse un approfondimento.

La Rivoluzione Inglese è stata anche frutto dell’illuminismo scozzese e del pensiero liberale. E’ il liberalismo che ha spianato la via alla rivoluzione industriale, e sono stati i politici liberali che per primi si sono accorti dei problemi sociali che quella rivoluzione creava e che hanno cercato di risolverli. Nella sua mirabile storia del Liberalismo, Edmund Fawcett dimostra come il liberalismo sia tutt’altro che immutabile e come abbia saputo evolvere in particolare attraverso due “grandi compromessi storici” (li chiama proprio così: “historical compromises”). Il primo con la Democrazia, e l’esito dell’incontro fra il pensiero elitario liberale e quello egualitario della Democrazia ha prodotto i moderni sistemi democratici fondati sul suffragio universale e sui Partiti politici. Il secondo, quello fra il liberalismo e il nascente socialismo, ha aperto la via alla democrazia industriale e allo Stato Sociale. Il padre del “ Welfare State”, che oggi tutti invocano e la cui riforma potrebbe davvero aiutarci a gestire gli effetti collaterali negativi della rivoluzione digitale in atto, si chiamava Beveridge ed era, per l’appunto, un liberale, non un laburista.

E anche questo, forse, non è un caso




permalink | inviato da albertolupi il 6/3/2017 alle 16:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L’Italia può crescere solo combattendo i sostenitori dell’agenda Tafazzi.
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2017


Siamo davvero un paese marcio, corrotto fino al midollo e distrutto da politiche liberiste? Consigli per sopravvivere ai nuovi professionisti dell’apocalisse

(di Claudio Cerasa)



Nell’Italia della post verità, come denunciato magnificamente sabato su questo giornale da un sindacalista coraggioso come Giuliano Cazzola, molti politici, molti opinionisti, molti intellettuali, molti conduttori e molti giornalisti hanno scelto deliberatamente di sposare l’agenda Tafazzi portata avanti dai partiti anti casta e hanno iniziato da tempo a osservare il paese con la stessa lente d’ingrandimento scelta dai populisti per mettere a fuoco lo stato di salute del nostro paese.

Un partito anti sistema, si sa, può arrivare a governare il paese se dimostra che il paese in cui vive è marcio fino al midollo e sfogliando ogni giorno i quotidiani e ascoltando ogni giorno i talk-show l’immagine dell’Italia sembra essere, senza ombra di dubbio, quella di un paese putrefatto, immobile, senza speranza, governato da una classe politica corrotta fino alle budella, dominato da un eccesso di politiche neo-liberiste che hanno impoverito i giovani, condannato generazioni di ragazzi alla disoccupazione e messo sul lastrico i poveri pensionati. Chiunque osi sfidare, con una versione differente da quella descritta, la Nuova Verità portata avanti dai professionisti della Post Verità è destinato a essere immolato sul patibolo del tribunale del popolo, assalito da un’onda di troll assetati di menzogne.

Eppure c’è solo un modo per evitare che i professionisti della «post truth politics» possano passeggiare su un paese descritto come loro lo sognano ed è quello di raccontare i fatti partendo da alcuni numeri utili a fotografare con un obiettivo diverso lo stato di salute del nostro paese. Illudersi di voler riportare la verità su come sta l’Italia è un’impresa ambiziosa e forse impossibile, ma passare in rassegna alcuni numeri e alcune considerazioni non scontate per spiegare perché l’Italia non è un paese putrefatto, immobile, senza speranza, governato da una classe politica corrotta fino alle budella, dominato da un eccesso di politiche neoliberiste che hanno impoverito i giovani, condannato generazioni di ragazzi alla disoccupazione e messo sul lastrico i poveri pensionati può essere un esercizio utile per ristabilire un po’ di ordine. I problemi dell’Italia esistono, eccome, ma non sono quelli che vengono descritti ogni giorno sui giornali per attaccare la classe politica. I problemi dell’Italia non derivano da un eccesso di liberismo – nel 2016, come documentato dall’ultimo bollettino dell’Istat, le uscite totali delle amministrazioni pubbliche sono risultate pari al 49,6 per cento del pil e rispetto al 2015 sono aumentate uscite correnti, consumi intermedi e prestazioni pensionistiche – ma da un eccesso di statalismo, che spesso si combina a un eccesso di burocrazia e che per questo produce effetti devastanti sulla tenuta economica del nostro paese. Nel saggio, appena uscito, firmato da Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri (“I signori del tempo perso”, Longanesi) si dimostra per tabulas che i problemi del nostro paese sono legati a un’incapacità della macchina pubblica di riformare se stessa, di competere come dimensioni delle aziende con quelle dei big europei e di essere al passo con quel pezzo d’Italia produttiva che negli ultimi anni ha ricominciato a correre e non soltanto nel nord. Non è colpa del liberismo imperante se nel nostro paese una piccola impresa impiega 240 ore all’anno contro una media Ue di 176 ore per presentare le dichiarazioni fiscali. Se nel settore della concorrenza siamo 67esimi al mondo nell’indice dei mercati e dei beni. Se tra il 1995 e il 2015 si è registrato un aumento del tasso medio annuo della produttività pari allo 0,3 per cento contro una media Ue dell’1,6. Se il nostro flusso in entrata di investimenti stranieri in Italia è pari a un quarto della media dei paesi Ue. Se svolgere un’attività imprenditoriale in Italia rimane più complicato rispetto a molte altre economie comparabili. Se l’indice sulla competitività globale elaborato dal Forum economico mondiale ha piazzato l’Italia al 48esimo posto su 138 paesi. Se il tempo medio necessario per pagare le tasse è di 269 ore all’anno contro una media europea di 186. Se l’Italia si colloca al 126esimo posto al mondo per quanto riguarda il pagamento delle imposte, al 108esimo per l’esecuzione dei contratti e al 101esimo come capacità di accesso al credito. L’Italia è un paese che ha problemi di competitività più che di corruzione e prima o poi sarebbe bene che qualcuno spiegasse che il mito dell’Italia corrotta più di Emirati Arabi, Bhutan, Botswana, Ruanda, Namibia, Georgia, Arabia Saudita, Ungheria, Ghana, Romania non regge alla prova dei fatti, a meno che per fatti non si intenda la percezione che si ha del fenomeno (indice di Transparency International) che notoriamente è influenzata più da come i mezzi di informazione descrivono il paese che dalle sue effettive condizioni di salute.

L’economia non corre come potrebbe non perché c’è un eccesso di liberismo ma perché c’è un difetto di produttività in quelle aziende piccole che si rifiutano di crescere e in quelle realtà spesso controllate da amministrazioni comunali che non riescono a imporre efficienza. Nonostante questo però i dati dell’Italia non sono da buttare via e descrivono un paese che cresce meno dell’Europa (più un per cento di pil nel 2016, contro 1,7 della zona euro) ma che comunque mostra segnali di non immobilismo. Secondo l’Istat, a gennaio si è registrato un incremento per le esportazioni (più 2,8 per cento) e per le importazioni (più 1,7 per cento) rispetto ai dati di dicembre. Su base annua, la crescita è stata del 19,7 per cento per l’export e del 22,3 per cento per l’import. La produzione industriale, nel 2016, è salita dell’1,6 per cento, miglior dato dal 2010. Negli ultimi due anni sono stati creati 968 mila nuovi posti di lavoro. E, ricorda ancora il rapporto SviMez, mentre nel 2015 l’economia mondiale ha rallentato, ridimensionando le attese sulla ripresa dell’Italia (che, pur uscendo dalla recessione dei tre anni precedenti, fa segnare performance deboli nel confronto europeo), per il Mezzogiorno è stato un anno positivo, ben oltre le previsioni. “In termini di Pil pro capite la crescita è stata dell’1,1 per cento nel Mezzogiorno, a fronte dello 0,6 per cento nel resto del paese. Il divario di sviluppo tra nord e sud in termini di prodotto per abitante ha quindi ripreso a ridursi: nel 2015 il differenziale negativo è tornato al 43,5 per cento rispetto al 43,9 per cento dell’anno precedente”. Questo diluvio di dati non è per dimostrare che la crisi naturalmente è finita – dal 2007 a oggi il divario cumulato con l’area dell’euro è aumentato di circa 9 punti percentuali, con l’Unione europea di oltre 11 punti – ma è per mettere insieme una serie di considerazioni e di dati che possono spiegare che l’Italia non è quel paese marcio, immobile, povero e impotente che viene descritto ogni giorno sui giornali e nei talk televisivi. E’ un paese che si muove ma che tende ad avere sfiducia verso il futuro anche a causa di un sistema politico che invece di combattere con la verità i professionisti della post verità accetta di giocare sullo stesso campo dei populisti perdendo tempo con i redditi di cittadinanza, le veline delle procure, le battaglie contro i vitalizi, quando per capire il paese in cui ci troviamo sarebbe sufficiente prendere un passaggio contenuto nell’ultimo rapporto sulla situazione sociale del paese, così si dice, messo giù dal Censis, e magnificamente ricordato sabato scorso su questo giornale da Giuliano Cazzola: “Rispetto al 2007, dall’inizio della crisi gli italiani hanno accumulato un incremento di cash pari a 114,3 miliardi di euro, ovvero superiore al valore del pil di un paese intero come l’Ungheria, mentre la liquidità totale di cui dispongono (818,4 miliardi di euro nel secondo trimestre 2016) è pari al valore di un’economia che si collocherebbe al quinto posto nella graduatoria del pil dei paesi Ue post Brexit, dopo la Germania, la Francia, la stessa Italia e la Spagna”. Liberiamoci dall’agenda Tafazzi e forse l’Italia potrebbe ricominciare a crescere senza regalare il paese ai cialtroni a cinque stelle.




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Farsi una domanda
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2017


Malgrado il complotto ordito contro la nostra economia da eurocrati, multinazionali, agenzie di rating asservite al potere finanziario, rettiliani, annunaki e quant’altro, nel 2016 abbiamo (come Italia) raggiungo il massimo storico nel surplus della bilancia commerciale, con un attivo di 51,6 miliardi di euro.

Tutto ciò, al di là delle chiacchiere da bar, dimostra che le nostre aziende esportatrici, nonostante una pressione fiscale e burocratica proibitiva, continuano ad essere molto vitali, mantenendo un ottimo livello di competitività complessiva.

L'Italia inoltre è la seconda potenza manifatturiera d'Europa, subito dopo la Germania ma ben davanti alla Francia. Ha saputo difendere questo ruolo di fronte alla crescita dei Paesi emergenti. Mentre la Cina superava gli Usa diventando la prima potenza manifatturiera mondiale, la classifica dei grandi Paesi industriali vede al terzo e al quarto posto Giappone e Germania, seguiti dall'India.

La Corea precede di poco l'Italia, che si colloca al settimo posto, a maggiore distanza seguono Francia e Regno Unito.



A questo punto sorge una domanda spontanea: come sia possibile sfante così le cose che col maggior avanzo primario si riesca a vedere il debito salire; io v’ho fatto la domanda, voi datevi una risposta!




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FUORI DAL CORO/ Ricordando cosa dissero Marx, Hitler e… Grillo!
post pubblicato in diario, il 16 febbraio 2017


di Fabio Cammalleri, 29 Apr 2012

1) “Ogni mattina, il signor rappresentante del popolo si reca alla sede del Parlamento…Ivi, pieno di zelo per il servizio della nazione…per questi continui debilitanti sforzi, riceve in compenso un ben guadagnato indennizzo. Dopo quattro anni, o nelle settimane critiche in cui si fa sempre più vicino lo scioglimento della Camera, una spinta irresistibile invade questi signori. Come la larva non può far altro che trasformarsi in maggiolino, così questi bruchi parlamentari lasciano la grande serra comune e, alati, svolazzano fuori, verso il caro popolo”. (Hadolf Hitler, Mein Kampf, 1930).

2) “L’organizzazione attuale dello Stato è burocratica, sovradimensionata, costosa, inefficiente. Il Parlamento non rappresenta più i cittadini che non possono scegliere il candidato, ma solo il simbolo del partito. La Costituzione non è applicata. I partiti si sono sostituiti alla volontà popolare e sottratti al suo controllo e giudizio.” (Programma del “Movimento 5 Stelle”, oggi)

3) “(Il) Cretinismo parlamentare, (è l’)infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti….e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio….non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea.” (Marx-Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania., 1851)

4) “C’è un errore di fondo (che) risiederebbe nelle secondo cui maggioranza aritmetica. (Per)…impedire il suicidio della democrazia…bisogna ricorrere ad Autorità che …sospendono o relativizzano il dogma del consenso…Bisogna dunque affidare a un’istanza politica superiore il compito di ‘sospendere’ autoritativamente la democrazia elettiva aritmetica…un commissariamento europeo nei confronti degli stati membri…” (Antonio Ingroia- Roberto Scarpinato, Micromega 1/2003).

Quando uscì il volume di Hitler, pochi mesi prima a Wall Street era esplosa la Grande Depressione. Fino a quel momento, la pur fragile Repubblica di Weimar aveva condotto la Germania fuori dagli abissi in cui si era ridotta dopo la I Guerra Mondiale e, nel 1925, quando il Fuhrer aveva pubblicato la prima parte del suo Credo, non se l’era filato nessuno. Dopo Wall Street, com’è noto, invece mutarono prospettive e percezioni.

Marx ed Engels scrissero quelle parole tre anni dopo il 1848, anno del Manifesto e di un’ampia serie di scossoni politici e sociali che attraversarono l’Europa al punto che “Un Quarantotto” divenne un’antonomasia cioè una figura retorica per dire: disordine, instabilità politica ed economica, rivolgimenti, malcontento estremo.

Ci sono le parole e ci sono i contesti. E i nessi causali sono sempre ipotetici e vulnerabili. Come le similitudini e le analogie. Tuttavia non tutto quello che è accaduto in passato deve necessariamente risultare inutile. Basta volerlo. Contro l’Euro chi scrive si è espresso più volte. Solo che criticare l’Euro tacendo di chi ne promosse l’introduzione in Italia, omettendo ogni reale coinvolgimento del Popolo Sovrano, camuffando il più grande rivolgimento geopolitico e di sovranità dai tempi di Carlo Magno come una feccenduola contabile, deliberatamente occultando i negoziati che la precedettero e il costo reale per il Paese, ecco criticare l’Euro senza parlare dei suoi Padri, in realtà non significa nulla, caro Grillo; lei dov’era nel 1993? E nel 1996? Cosa scrisse o disse sui referendum Segni del 1991? E sull’abbattimento asimmetrico della Prima Repubblica? Allo stato ci sembrano illuminanti le parole di Dino Risi, il grande regista che provò a dirigerlo su set di “Scemo di Guerra”, nel 1985: “Non mi è mai sembrato uno interessato a questi temi. Ha intuito che dire le cose da bar è un’attività redditizia”. Se non si ristabilisce il valore delle parole, se non si pretende che traducano una serietà profonda e risalente, sperimentata e convalidata da scelte e sconfitte, da prezzi pagati e cicatrici, la critica all’Euro di Grillo serve solo a bruciare ogni critica all’Euro.

Che è e rimane la questione delle questioni e meriterebbe di essere posta e affrontata in un contesto diverso da quello di un bar. L’invocazione, ad opera di Organi statuali titolari dell’azione penale, di un “commissariamento europeo”, fatta in piena ubriacatura per l’Euro, delinea una singolare coincidenza, alla luce degli accadimenti successivi. Cioè: l’Euroburocrazia e una certa burocrazia nostrana paiono avere una “vision” spiccatamente ostile alla sovranità nazionale. S’intende, sempre in nome di un’immancabile buona, anzi, ottima, intenzione. L’Ordine Contabile, in un caso, la Lotta Alla Mafia, nell’altro. E mentre deputati e senatori, amministratori ed esponenti partitici sembra facciano a gara nel rendersi indifendibili da una marea montante di disprezzo e di odio, la tentazione di sospendere l’ordinario funzionamento delle istituzioni repubblicane e democratiche serpeggia ed olezza. Solo che, per passare dal mugugno da bar alle Purghe, il passo, a volte, può risultare più breve di quanto si pensi. E sempre in forme legittime. Ci sono le parole e ci sono i contesti. E i nessi causali sono sempre ipotetici e vulnerabili. Come le similitudini e le analogie. Tuttavia tutto quello che è accaduto in passato può sempre riproporsi e persino peggiorare. Basta ignorarlo.




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Era tutto scritto nelle stelle!
post pubblicato in diario, il 15 febbraio 2017


La scissione del Pd (anche se a loro insaputa) è nei fatti: parlano due lingue diverse, pensano a alleati opposti, fanno analisi sociali distanti, propongono ricette lontane, si odiano personalmente, hanno votato divisi al referendum, predicano apertamente il "mors tua vita mea". Rischia di tenerli insieme solo la convenienza, come i fiamminghi e i valloni, o i fratelli che si odiano ma hanno ereditato un'azienda che continua a macinare utili.

E non per modo di dire.

Basti dare un'occhiata al peso istituzionale del partito.

Dal Pd viene il capo dello stato.

Del resto tutti gli ultimi 4 presidenti della Repubblica sono stati espressione diretta di quell'area che poi ha dato vita al Pd.

Ma del Pd sono tutti i tre premier di questa legislatura, e 400 parlamentari su 945, nonostante il partito abbia ottenuto alle elezioni del 2013 meno del 26%.

Del Pd è il nostro unico rappresentante nella commissione Ue.

Del Pd la maggior parte dei governatori regionali e dei sindaci delle città capoluogo.

Del Pd sono il ministro dell'interno, della giustizia, della difesa, dell'economia, delle infrastrutture, del lavoro, dell'istruzione.

Scelti da premier del Pd sono i vertici di tutte le aziende strategiche di competenza statale. E si potrebbe andare avanti.

Il Pd è l'essenza dell'establishment italiano, nella fase storica in cui l'establishment è sempre più l'emblema del "loro" contrapposto al "noi" dei movimenti che hanno sempre più presa nell'opinione pubblica. Ai tempi del Pci di Berlinguer l'Unità era il principale quotidiano di opposizione, e sulla sua prima pagina ogni giorno il celebre corsivista Fortebraccio sbeffeggiava la classe di governo, gli industriali, i boiardi e i banchieri. Li chiamava "lorsignori". Ora in un contrappasso storico lorsignori, agli occhi delle opposizioni, sono loro.

A distanza di tre giorni Bersani e Veltroni hanno descritto il nuovo vento che loro chiamano destra - non solo Trump e Le Pen - quasi con gli stessi aggettivi, sovranista, identitaria, protezionista, populista. Ma il problema è che non esiste un'analisi sulle cause di quel fenomeno che ormai è ben visibile ovunque. Un'analisi che sarebbe impietosa sui limiti dei partiti che hanno dominato il gioco democratico in America, in Europa e in Italia, e delle istituzioni sovranazionali che hanno generato.

Nella lunga fase in cui la crisi ha limitato la distribuzione della ricchezza e il funzionamento del welfare, la coperta democratica si è fatta troppo corta, ma sotto di lei hanno continuato a trovare posto comodamente e ostentatamente i soliti integrati, gonfiando sempre più l'area dei nuovi apocalittici, non più ideologizzati come quelli di 50 anni fa, ma solidamente basici: via loro, tocca a noi, con tutti i mezzi, un'elezione o un referendum. Forse un partito come il Pd, prima di spaccarsi o di decidere di non farlo, dovrebbe cominciare a discutere di queste cose, magari con la scusa di onorare il decennale di quel libro di successo, "La casta"






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Titanic 2017
post pubblicato in diario, il 14 febbraio 2017


l’Italia il problema dell’Europa, non il contrario Siamo il Paese dell’Unione in cui il Pil crescerà di meno, l’unico in cui il debito pubblico aumenterà. E ancora siamo qui a prendercela con l’Euro cattivo e con le tecnocrazie ottuse? Non sarebbe meglio un salutare bagno di realtà? di Francesco Cancellato 14 Febbraio 2017 - 10:15 Dopo anni passati a dirci che il problema dell’Italia è l’Europa, dovremmo cominciare a dirci piuttosto chiaramente - noi per primi - che il problema dell’Europa si chiama Italia. Mancassero le prove, ieri la Commissione Europea ha presentato le previsioni sull’andamento economico dei Paesi dell’Unione Europea per il 2017 e per il 2018. Ed è curioso come in Italia sia passato sotto silenzio - meglio: sotto il rumore bianco della rissa permanente nel Partito Democratico, delle figuracce assortite del Movimento Cinque Stelle a Roma, delle baruffe tra Berlusconi e Salvini - un grafico piuttosto didascalico e impietoso, nello sbatterci in faccia come stiamo. Non ci vuole un master in economia per capirlo. Di tutti i ventotto Paesi europei - Regno Unito compreso - l’Italia è l’unico che nel 2017 crescerà a un tasso inferiore all’uno per cento. Già, l’unico. Perché anche la povera e misera Grecia fa segnare un lusinghiero +2,7%, che diventerà +3,1% nel 2018. Per non parlare della Spagna, che veleggia stabilmente sopra il 2%, o del Portogallo, che danza attorno tra l’1,5 e il 1%, così come Francia e Germania. Mentre noi ci fermeremo allo 0,9% nel 2017 per crescere sopra l’asticella dell’1% nel 2018. Può sembrare una classifica tra le tante, buona a piangerci addosso, ma diventa cruciale nell’anno in cui la Banca Centrale Europea diminuirà i suoi acquisti di titoli di Stato. Perché ovunque il rapporto debito/Pil scende o perlomeno rimane stabile - dal - 7 della Grecia al - 6 della Germania, dal- 3 del Portogallo ai pochi decimali di Francia e Spagna, comunque entrambi sotto la soglia del 100% deficit/Pil - mentre solo in Italia è destinato a salire dal 132,8% del 2016 al 133,2% del 2018. Ricapitoliamo per chi è poco avvezzo ai numeri. L’Europa dell’austerità e delle tecnocrazie (cit.) se la passa bene. Il Pil cresce più del previsto. La disoccupazione scende sotto la soglia del 10%, l’inflazione tende ormai spedita al 2%, nonostante i prezzi delle materie prime continuino a calare. E tutti i Paesi, tranne il nostro, ne beneficiano. Colpa delle tecnocrazie e dell’austerità? Difficile sostenerlo, visto che dove la Troika ha picchiato più duro si cresce più che da noi. Colpa dell’Euro? Altrettanto complesso da provare, visto che dovremmo spiegare come mai siamo gli unici a soffrirlo, nonostante il nostro saldo di partite correnti - la differenza tra importazioni ed esportazioni - sia, al netto di quello tedesco, il migliore tra le grandi economie dell’Unione. Che la colpa sia legata al fatto che l’Italia «da due decenni, ben prima dell’Euro, non ha più un modello di crescita» per dirla con le parole usate da Federico Fubini stamattina sul Corriere della Sera, e riportato sotto. Questo è già più probabile. Tranquilli, però: nessuno ne parla. Né alla direzione del Pd, né nelle sale server della Casaleggio e Associati. Si balla, sul Titanic. Fino all’ultima nota. deficit e taglio del debito pubblico Negli ultimi 22 anni l’Italia ha chiuso venti volte il bilancio con un attivo primario, anche superiore a Berlino. Ma il rapporto debito/Pil continua a salire di Federico Fubini Così simili in superficie, eppure così diverse a un secondo sguardo: Italia e Francia escono dall’ultimo rapporto della Commissione Ue come i due Paesi tenuti sotto esame, quelli che rischiano di non uscire mai o di ricadere in una procedura europea sui conti. Entrambe con livelli di deficit pubblici superiori a quanto avevano promesso, entrambe in ritardo sulla Germania praticamente in ogni indicatore, entrambe schiacciate da una disoccupazione troppo alta da molto tempo. Entrambe - ma questo nelle analisi di Bruxelles resta implicito - minacciate dalla marea populista proprio perché non hanno sciolto i loro nodi economici e sociali. Per l’Italia trovarsi incasellata con un partner così potrebbe essere tutto sommato consolante: vista con sospetto a Bruxelles, ma pur sempre alla pari con un grande sistema dotato di notevole influenza politica in Europa. Basta però grattare sotto la patina del linguaggio tecnocratico europeo i parallelismi non tengono davvero. Francia e Italia, a ben vedere, da tempo sono due vicende economiche lontane e continuano a esserlo. Parigi si trova in una crisi di bilancio pubblico ormai cronica, il debito di Roma è invece solo il sintomo di un problema anche più serio: da due decenni, da prima dell’euro, l’Italia non ha più un modello di crescita. Nei dati, le realtà dei due Paesi risultano quasi opposte. Negli ultimi 22 anni solo quattro volte la Francia ha chiuso il bilancio pubblico in un (piccolo) attivo «primario», cioè prima di pagare gli interessi sul debito; l’Italia invece lo ha fatto per venti anni su 22. La media dei surplus primari di bilancio dell’Italia negli ultimi due decenni è stata di varie volte superiore a quella della stessa Germania, mentre la Francia ha registrato in media disavanzi primari e questi sono, incredibilmente, pari a quella della Grecia. Eppure tutto questo non sembra servito a molto all’Italia. Fra i due è quest’ultima ad avere oggi un debito pubblico del quale ormai la Banca centrale europea è, quasi da sola, l’ultima compratrice netta; persino gli istituti di credito italiani, decisivi nel finanziare il Tesoro negli anni della grande crisi, oggi sono relativamente in ritirata: fra giugno e novembre dell’anno scorso hanno ridotto del 7,7% la loro esposizione sul debito pubblico nazionale, 32 miliardi di meno. Anche il debito di Parigi naturalmente è salito in questi anni, dal 55% a quasi al 100% del reddito del Paese. Ma naturalmente il fattore che ha permesso alla Francia di tenere la rotta e non ha sciolto i timori attorno all’Italia è l’altra grande differenza fra le due: dal 1995 a oggi l’economia di Oltralpe è cresciuta di oltre tre volte più di quella italiana, a un ritmo medio annuo dell’1,5% contro lo 0,5% scarso che ormai è la normalità in questo Paese. Senza uno stretto controllo del bilancio, l’Italia sarebbe drammaticamente saltata. Ma la lezione del passato è che tale controllo non è bastato del tutto e soprattutto non basta proprio più. I nodi sono tutti al pettine, lo mostrano le previsioni che ieri ha presentato la Commissione. Da oggi al 2018, fra i Paesi a alta disoccupazione l’Italia viene vista come quello che la riduce di meno (un decimo della Spagna); fra quelli a alto debito è il solo con la Francia che lo aumenta, e comunque più di questa; fra tutti i Paesi dell’euro, è quello dove ormai anche il deficit pubblico aumenta di più, al netto dei fattori ciclici o transitori; ed ancora una volta è il Paese che cresce meno, quest’anno e il prossimo. Solo previsioni, naturalmente. Ma un Paese che ha bisogno di finanziatori per 450 miliardi l’anno, mentre la Bce inizia a ritirarsi dai mercati, è anche ciò che gli altri vedono in lui. Dalle banche, alla giustizia, dalla lotta all’evasione, alla burocrazia: c’è troppo da ristrutturare al più presto per poter perdere anche solo un altro giorno, se c’è ancora qualcuno in Italia che non pensa solo alla data delle prossime elezioni.



permalink | inviato da albertolupi il 14/2/2017 alle 18:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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