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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
Il sorriso di Pol Pot,
post pubblicato in diario, il 19 settembre 2020


Peter Fröberg Idling, Il sorriso di Pol Pot,

Iperborea 2010, pp. 336, 17,00 euro, eBook 9,49 euro.

Jan Myrdal aveva tifato per il Grande balzo in avanti, poi per la rivoluzione culturale, e adesso tifava per la «Kampuchea democratica», ex Cambogia, che si sarebbe rivelata in breve (anzi s’era già rivelata) come la più mostruosa dépendance del regime maoista. Era il 1978. Scrittore e sociologo svedese, marxista psichedelico, Myrdal era considerato un’autorità in fatto di sottosviluppo e d’economie del Terzo mondo. Amico dei leader cinesi, gradito ai khmer rossi, che aveva conosciuto nella Parigi presessantottesca, dove molti di loro (compreso Saloth Sar, il futuro Pol Pot) erano stati studenti, nessuno era più adatto dell’autore di Rapporto da un villaggio cinese e di Un villaggio cinese nella rivoluzione culturale (entrambi tradotti da Einaudi negli anni beati) per guidare la delegazione del gruppuscolo maoista conosciuto come Associazione Svezia-«Kampuchea democratica» in un viaggio ufficiale nel paradiso dell’eguaglianza, che la stampa imperialista e masse sempre più vaste di profughi fasulli (profumatamente pagati da revisionisti sovietici e capitalisti sfruttatori per testimoniare il falso) accusavano di genocidio, niente meno.

Myrdal e gli altri pellegrini maoisti non se la bevevano, naturalmente. Ma quale genocidio? Ma dove? Ma quando? Tutte calunnie, propaganda borghese.

Forse qualche intellettuale borghese non era riuscito a rassegnarsi ai rigori del lavoro manuale; forse qualcuno era morto (gl’incidenti capitano); e ci sarà stata magari anche qualche esecuzione (considerato che le rivoluzioni, dopo tutto, non sono pranzi di gala).

Ma non più del lecito, assicuravano maoisti svedesi e cambogiani (anzi, «kampucheani).

Gentili, non violenti, educati, generosi e al servizio del popolo, i guerriglieri khmer rossi che nel 1975 si erano impadroniti della Cambogia (cambiandone subito il nome, vai a capire perché) erano amati sia dai contadini, nel cui nome il partito (anzi l’Organizzazione, Bersani da noi diceva la Ditta) aveva preso il potere, che dagli ex abitanti delle città (tutte saccheggiate e subito sfollate perché troppo futuriste e decadenti, troppo tentacolari).

Destinati ai lavori forzati, i parassiti che per secoli erano vissuti nelle città scansando il lavoro dei campi non potevano che essere grati a Pol Pot che, al caritatevole scopo di rieducarli, li aveva convinti a lavorare dodici ore al giorno (bambini compresi) in cambio di zuppe di riso nelle quali non galleggiava un solo chicco di riso (stesso menù anche per i contadini propriamente detti). Come i viaggiatori di cui raccontava le avventure Tom Hollander in un classico del turismo comunista, Pellegrini politici. Intellettuali occidentali in Unione sovietica, Cina e Cuba, il Mulino 1988, Myrdal e gli altri maoisti svedesi viaggiarono da un Villaggio Potëmkin all’altro, tra fondali di cartone e attori che si fingevano contadini.

Peter Fröberg Idling racconta tutta la storia (e la storia del gruppo dirigente khmer, della guerra americana e vietnamita, ma soprattutto gli orrori del massacro consumato dai maoisti cambogiani ai danni del loro stesso popolo) nel Sorriso di Pol Pot, un libro già uscito da un po’, ma prezioso, e che dunque segnalo lo stesso.

Myrdal e gli altri furono vittime d’un raggiro o furono complici del raggiro? Credevano nel ridicolo teatrino allestito dall’agit prop di regime ad usum di registratori e videocamere della delegazione svedese, o sapevano benissimo che era tutta una montatura? Diciamo che non fecero troppe domande e che la vista d’un intero popolo affamato (quel che ne restava) non tolse loro l’appetito.

Passati quasi quarant’anni, alcuni membri della delegazione hanno accettato di parlare con Fröberg Idling spiegando di non essere orgogliosi della parte recitata in quei giorni, mentre intorno a loro morivano milioni di persone, assassinate dai khmer rossi, guerriglieri adolescenti fanatizzati dall’Organizzazione.

Altri non hanno rilasciato alcuna dichiarazione: è passato tanto tempo, e chi volete che si ricordi ancora d’un viaggio del 1978, due o tre ere storiche or sono.

Jan Myrdal, da parte sua, non si rimangia nulla, neanche una parola. Venti, trenta, quarant’anni dopo, Mydal continua a stravedere per Pol Pot e a tessere l’elogio del Presidente Mao. (Oggi, poi, a dimostrazione che il lupo perde il pelo eccetera, Myrdal stravede anche per la guerriglia «naxalita» dei maoisti indiani, di cui ha raccontato le gesta in un reportage del 2010, Stella rossa sull’India, Zambon 2011).

Non si rimangia una parola nemmeno Noam Chomsky, campione mondiale di radicalismo e negazionismo chic, che all’epoca affiancò Myrdal e gli altri delegati svedesi nell’opera di disinformazione. E Pol Pot, il grande macellaio? Morto nel 1998, poco dopo aver decretato la morte dell’intera famiglia (donne e bambini compresi) d’un suo stretto collaboratore accusato di tradimento e doppio gioco, il segretario generale della Ditta cambogiana è stato «cremato su una pila di gomme d’auto e rifiuti». Amen.




permalink | inviato da albertolupi il 19/9/2020 alle 15:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Bocca
post pubblicato in diario, il 28 agosto 2020


"Giorgio Bocca sapeva cambiare idea" il commento di Gian Antonio Stella.

Giorgio Bocca partecipò negli ultimi mesi alla Resistenza contro fascisti e nazisti, è giusto quindi ricordarlo. Altrettanto giusto è ricordare la sua giovanile adesione al regime fascista, che segnò la prima parte della sua vita, fino al punto di scrivere a 22 anni severi rimproveri a Mussolini che non si comportava come Hitler nei confronti degli ebrei . Peggio di Bocca fece Dario Fo, che non solo aderì al fascismo, ma mentre Bocca combatteva da partigiano partecipò alla guerra dalla parte della Repubblica di Salò, salvo poi saltare dall'altra parte della barricata alla fine del conflitto, prendendo la tessera del PCI, come fecero molti intellettuali fascisti per sbianchettare il proprio passato.

“Dormo in una stanza del Dugento, pranzo in un salone del Dugentocinquanta, cammino su un selciato, nuovo nuovo, del Trecento e mi informo sui fiorini d'oro incassati dalla Salimbeni e figli, commerciando sete lungo la via Francigena e raccogliendo le decime per conto di Onorio IV. È colpa mia se qui, il miracolo economico è avvenuto sette secoli or sono?». Cento anni dopo la sua nascita a Cuneo il 28 agosto 1920, non si può ricordare Giorgio Bocca (foto) senza partire da uno dei suoi incipit. Straordinari. Figlio di due insegnanti, tirato su dalla scuola fascista (tipico temino alle elementari: «Il Maestro ci ha spiegato che gli italiani, siccome sono i più richiamati dalla Santa Provvidenza, hanno tredici comandamenti. I primi dieci della tavola di Mosè e poi c'è Credere, Obbedire, Combattere»), campioncino di sci col culto del Monviso («un totem dominante»), premiato dal Duce per una vittoria nella staffetta ai Littoriali del Guf («Arrivò nel salone di palazzo Venezia con un'ora di ritardo, passò rapido fra noi inneggianti, guardandoci a muso duro e un po' sdegnoso, e lasciò ad altri il compito di distribuire i distintivi»), allievo ufficiale degli alpini, giovanotto invasato tanto da scrivere a 22 anni su «La Provincia Grande» un paio di articoli sulla razza («Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra») e sui Protocolli dei savi di Sion che gli sarebbero stati rinfacciati a vita, messo in crisi dalla guerra e dallo sfascio dell'8 settembre, quando decise di unirsi ai partigiani passò per casa e la mamma, che non capiva, gli corse dietro «sulle scale con una maglia di lana e ripeteva: "Mi raccomando, non far tardi stasera". Mi avrebbe rivisto dopo venti mesi». Non bastò una vita intera di reportage e inchieste e denunce sul «Giorno», «L'Europeo» e «la Repubblica» contro i mafiosi (memorabile l'ultima intervista a Carlo Alberto Dalla Chiesa sulla sua solitudine), i neofascisti, i mazzettari, i camorristi, i servizi deviati, i padreterni della cattiva politica, i razzisti, i palazzinari, i razziatori dell'economia («Il crollo del comunismo si è dimostrato una fregatura: quel modello opposto almeno obbligava anche il capitalismo a stabilire regole e un ordine di valori. Adesso invece contano solo i soldi») per risparmiargli attacchi e reprimende su quegli sventurati esordi. Ancor meno certe sortite successive tipo la convinzione che le Brigate Rosse fossero manovrate dai neri («Bisogna ammettere che abbiamo preso una bella cantonata», confesserà) o il provocatorio «Grazie barbari» rivolto ai leghisr (votati) per avere scardinato un sistema che aveva «fatto il suo indecoroso tempo». Commise degli errori? Si. Cambiava idea? Si. Cocciuto sulle vecchie come sulle nuove opinioni? Si. Era però un uomo libero. Capace di essere scomodo anche con sé stesso. Un fuoriclasse assoluto. Al punto da guadagnarsi alla morte, tra grandinate di critiche, l'onore delle armi d'un arcinemico come Giuliano Ferrara: «La sua lingua letteraria scoppiava di umanità provinciale, balzacchiana se ce n'era una...». E chi li ha più visti, certi incipit? Sul boom a Vigevano: «Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste». Su un re della medicina: «Inseguo il professor Achille Mario Dogliotti per cliniche, ospedali, aule universitarie: oscuro e importuno scriba, nella scia di un sovrano...». Sui Marzotto: «Barba e baffoni per il bisnonno fondatore, soltanto baffoni per l'onorevole nonno, appena baffettini a spazzola per il benamato genitore e guance lisce, menti d'alabastro, sottonasi rasati per i figli...». Chapeau.






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Bocca
post pubblicato in diario, il 28 agosto 2020


"Giorgio Bocca sapeva cambiare idea" il commento di Gian Antonio Stella.

Giorgio Bocca partecipò negli ultimi mesi alla Resistenza contro fascisti e nazisti, è giusto quindi ricordarlo. Altrettanto giusto è ricordare la sua giovanile adesione al regime fascista, che segnò la prima parte della sua vita, fino al punto di scrivere a 22 anni severi rimproveri a Mussolini che non si comportava come Hitler nei confronti degli ebrei . Peggio di Bocca fece Dario Fo, che non solo aderì al fascismo, ma mentre Bocca combatteva da partigiano partecipò alla guerra dalla parte della Repubblica di Salò, salvo poi saltare dall'altra parte della barricata alla fine del conflitto, prendendo la tessera del PCI, come fecero molti intellettuali fascisti per sbianchettare il proprio passato.

“Dormo in una stanza del Dugento, pranzo in un salone del Dugentocinquanta, cammino su un selciato, nuovo nuovo, del Trecento e mi informo sui fiorini d'oro incassati dalla Salimbeni e figli, commerciando sete lungo la via Francigena e raccogliendo le decime per conto di Onorio IV. È colpa mia se qui, il miracolo economico è avvenuto sette secoli or sono?». Cento anni dopo la sua nascita a Cuneo il 28 agosto 1920, non si può ricordare Giorgio Bocca (foto) senza partire da uno dei suoi incipit. Straordinari. Figlio di due insegnanti, tirato su dalla scuola fascista (tipico temino alle elementari: «Il Maestro ci ha spiegato che gli italiani, siccome sono i più richiamati dalla Santa Provvidenza, hanno tredici comandamenti. I primi dieci della tavola di Mosè e poi c'è Credere, Obbedire, Combattere»), campioncino di sci col culto del Monviso («un totem dominante»), premiato dal Duce per una vittoria nella staffetta ai Littoriali del Guf («Arrivò nel salone di palazzo Venezia con un'ora di ritardo, passò rapido fra noi inneggianti, guardandoci a muso duro e un po' sdegnoso, e lasciò ad altri il compito di distribuire i distintivi»), allievo ufficiale degli alpini, giovanotto invasato tanto da scrivere a 22 anni su «La Provincia Grande» un paio di articoli sulla razza («Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra») e sui Protocolli dei savi di Sion che gli sarebbero stati rinfacciati a vita, messo in crisi dalla guerra e dallo sfascio dell'8 settembre, quando decise di unirsi ai partigiani passò per casa e la mamma, che non capiva, gli corse dietro «sulle scale con una maglia di lana e ripeteva: "Mi raccomando, non far tardi stasera". Mi avrebbe rivisto dopo venti mesi». Non bastò una vita intera di reportage e inchieste e denunce sul «Giorno», «L'Europeo» e «la Repubblica» contro i mafiosi (memorabile l'ultima intervista a Carlo Alberto Dalla Chiesa sulla sua solitudine), i neofascisti, i mazzettari, i camorristi, i servizi deviati, i padreterni della cattiva politica, i razzisti, i palazzinari, i razziatori dell'economia («Il crollo del comunismo si è dimostrato una fregatura: quel modello opposto almeno obbligava anche il capitalismo a stabilire regole e un ordine di valori. Adesso invece contano solo i soldi») per risparmiargli attacchi e reprimende su quegli sventurati esordi. Ancor meno certe sortite successive tipo la convinzione che le Brigate Rosse fossero manovrate dai neri («Bisogna ammettere che abbiamo preso una bella cantonata», confesserà) o il provocatorio «Grazie barbari» rivolto ai leghisr (votati) per avere scardinato un sistema che aveva «fatto il suo indecoroso tempo». Commise degli errori? Si. Cambiava idea? Si. Cocciuto sulle vecchie come sulle nuove opinioni? Si. Era però un uomo libero. Capace di essere scomodo anche con sé stesso. Un fuoriclasse assoluto. Al punto da guadagnarsi alla morte, tra grandinate di critiche, l'onore delle armi d'un arcinemico come Giuliano Ferrara: «La sua lingua letteraria scoppiava di umanità provinciale, balzacchiana se ce n'era una...». E chi li ha più visti, certi incipit? Sul boom a Vigevano: «Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste». Su un re della medicina: «Inseguo il professor Achille Mario Dogliotti per cliniche, ospedali, aule universitarie: oscuro e importuno scriba, nella scia di un sovrano...». Sui Marzotto: «Barba e baffoni per il bisnonno fondatore, soltanto baffoni per l'onorevole nonno, appena baffettini a spazzola per il benamato genitore e guance lisce, menti d'alabastro, sottonasi rasati per i figli...». Chapeau.






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i BEI tempi d'una volta
post pubblicato in diario, il 25 agosto 2020


Da MedBunker a cura di Salvo Di Grazia.

La speranza di vita, alla nascita, nel 1880 era di 35,4 anni (condizionata dalla mortalità infantile, le morti entro i 5 anni erano tantissime). Incredibile, vero? Poi la svolta, successe qualcosa? Perché nel recente 1974, un neonato poteva sperare di viverne 69 ed oggi in Italia la speranza di vita è di 79 anni, è evidente che qualcosa ha migliorato le condizioni di salute, evitato la mortalità infantile ed allungato la vita. Nel 1900, avere 50 anni significava essere anziani, oggi si è ancora in piena attività e vita.

Nel 1863, in Italia, morirono nel primo anno di vita 223.813 tra bambine e bambini, quasi l’1% della popolazione italiana di allora! Nel 1887, in Italia, morirono 829.992 persone per malattie infettive e parassitarie (era la prima causa di morte) e 152.576 persone morirono per malattie di tipo respiratorio (soprattutto polmonite e bronchite).

Eppure i nostri avi non vivevano in mezzo allo smog, facevano una vita «sana»: non sedentaria, mangiavano poco e soprattutto alimenti vegetali e non lavorati. Non esistevano i fast food e nemmeno i medicinali ed i vaccini (gli antibiotici si diffusero dopo la II guerra mondiale). Si viveva così come veniva, una malattia uccideva, un'infezione anche e se ti tagliavi una gamba l'amputazione era tra le possibilità normali. Eravamo poveri, malati e vivevamo poco e male, perché?

Il problema non era la mancanza di lavoro (ce n'era per tutti) ma la mancanza di pane, disinfettanti, antibiotici, vaccini, la stessa anestesia, la chirugia erano pratiche impossibili, si interveniva "naturalmente", con quello che si aveva, dalle sanguisughe, alle erbe, alle purghe e morire per malattia era la normalità.

Ma c'è qualcuno che rimpiange quei tempi e dice che "si stava meglio quando si stava peggio" e con orgoglio dice di voler vivere "come una volta", nessun problema, basta lasciare le nostre città e vivere in pieno isolamento, senza supermercati, medicine, termosifoni ed automobili. Semplice ed economico, chi non lo fa evidentemente non lo vuole fare, chissà perché, forse perché non è vero che si viveva meglio una volta, forse.



permalink | inviato da albertolupi il 25/8/2020 alle 3:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
problemi (d')Italia
post pubblicato in diario, il 25 agosto 2020


Riflessione che in gran parte condivido, a aprte il tocco d'antiberlusconismo di facciata, la totale assenza d'una riflessione sul CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) sul perchè si sia tentata la via Pensionistica al Socialismo, che come tutte le vie al socialismo ha fallito, lo strapotere dei sindacati. Eccetera.
Personalmente non credo che "abbiamo problemi in Italia" è l'Italia il problema (meglio la crisi innescata dalla prima guerra mondiale).

IL DECLINO DEL PAESE NON È SOLO DOVUTO AL “GOVERNO LADRO”. NOI ITALIANI ABBIAMO GROSSE RESPONSABILITÀ.
DI GIACOMO BRUNACCINI 9 LUGLIO 2020

Fra le numerose e affascinanti contraddizioni degli italiani, non passa inosservato il fatto che spesso siano realmente convinti di essere virtuosi, quando i loro effettivi comportamenti indicano l’esatto contrario.

I tre Italiani su quattro che, secondo un sondaggio di Swg, considerano gli evasori dei veri e propri parassiti della società, sono gli stessi che conquistano il primato assoluto di evasione fiscale in Europa, sia in termini pro-capite (3.156€) che in termini assoluti (190 miliardi di euro l’anno). Il Made in Italy, fiore all’occhiello di ogni dibattito nazionalista, cade nel dimenticatoio quando si tratta di passare dalle parole ai fatti: per abbigliamento, automobili ed elettronica, l’eccellenza italiana attira rispettivamente solo il 25%, il 16% e il 12% dei consumatori tricolori. Gli otto italiani su dieci, rigorosamente di fede cristiana, fedeli al principio di carità fino alla privazione personale, fanno clamorosamente retromarcia di fronte al rischio inesistente di penuria di beni di consumo durante il lockdown, al punto da accumulare smisuratamente scorte di prodotti, lasciando di fatto il prossimo davanti a scaffali vuoti e potenzialmente senza cibo.

Una nota ricerca di Ipsos, sintetizzata nel libro di Robert Duffy – professore di Politiche pubbliche presso il King’s College di Londra, The Perils of Perception, evidenzia come l’Italia sia il primo Paese al mondo ad avere la percezione più distorta della realtà. Nessuno fa peggio di noi quando si tratta di comprendere l’entità di fenomeni trasversali come economia, demografia, immigrazione, disoccupazione o sicurezza: ogni aspetto della dimensione quotidiana viene sistematicamente ingigantito, sottostimato o frainteso. Una tale distanza dalla comprensione dei fatti reali e dalla consapevolezza di se stessi ha radici profonde ed è il risultato di un complesso percorso storico, fatto di ripetute intromissioni e condizionamenti del pensiero autonomo e critico, subiti mediante l’utilizzo di diversi strumenti di controllo dell’opinione individuale e collettiva.

Fra il Cinquecento e il Seicento, i nostri predecessori hanno dovuto fare i conti con la vasta azione repressiva esercitata dalla Controriforma cattolica verso qualsiasi idea scientifica, filosofica o morale in contrasto con la dottrina della Chiesa. Il pensiero alternativo venne sistematicamente punito con la censura, i portatori di tali istanze furono condannati e torturati, dando vita a un clima di oppressione che influì in maniera determinante sulla capacità degli italiani di costruire liberamente un sentimento di autocoscienza e lasciando strascichi evidenti nel nostro attuale modo di pensare.

Interessante, da questo punto di vista, è la vasta letteratura di studi che tenta di misurare le ricadute di tali imposizioni cognitive sull’economia e sull’evoluzione di Paesi come il nostro, mettendo in relazione alcuni parametri come il tasso di alfabetismo e la produzione di PIL pro capite degli Stati europei con le rispettive origini culturali e religiose.

Le tesi weberiane trovano ampio riscontro nelle rilevazioni sull’analfabetismo italiano, in costante divaricazione rispetto ai Paesi protestanti del Nord Europa a partire dall’epoca della Controriforma cattolica, fino ad occupare nell’Ottocento l’ultimo posto nel continente con un tasso del 75-80% rispetto, ad esempio, al 20% della Prussia. Analoghe correlazioni si evidenziano sulla capacità di produzione del reddito: numerosi studi mostrano valori di PIL pro capite sistematicamente maggiori nei Paesi a matrice protestante, talvolta anche del triplo, sia nel Novecento che nella nostra epoca.

Indipendentemente da quanto altre dinamiche abbiano inciso sul ritardo dello sviluppo italiano, rimane centrale quanto l’impatto di un pensiero individuale “ostruito” possa influire sul progresso di una comunità. Condizioni analoghe si ripresentano nel nostro Paese in epoca mussoliniana, in cui la martellante propaganda accompagnata dall’uso indiscriminato della violenza e della censura sistematica contribuì a costruire un clima di silente obbedienza, compiacenza e servilismo rispetto al pensiero del padrone, dispensatore di forza e protezione, peraltro apparenti.

Al risveglio del senso critico degli anni Settanta, fa eco il regime mediatico dell’era berlusconiana, tentacolare e pervasivo al punto da imporre un modello di pensiero prefabbricato fatto di edonismo, individualismo e superficialità, a cui molti hanno preferito aderire in massa, rinunciando a una riflessione critica e storica molto più faticosa, che come al solito avrebbe richiesto tempo e impegno cognitivo. Oggi ne cogliamo ancora l’eredità nella sua forma lievemente mutata del sovranismo imperante.

Governi, dittature, religione, istituzioni: il potere è stato indubbiamente causa, concausa ed effetto del declino economico, sociale e culturale che ciclicamente si rinnova nella nostra penisola. Tuttavia, per quanto potere e istituzioni ci abbiano fatto del male nella storia, non siamo mai riusciti a reagire a questi condizionamenti in maniera incisiva, ricostruendo dalle fondamenta un nuovo sistema di valori etici e culturali più coerente con la nostra identità creativa, artistica e sociale e soprattutto in grado di resistere nel tempo. Ai preziosi spunti innovativi dei nostri padri dell’Umanesimo, alla capacità oppositiva della Resistenza, alle conquiste sociali di fine secolo, abbiamo ciclicamente alternato momenti di profonda involuzione intellettuale, tali da impoverire in modo inglorioso i grandi sforzi del passato.

Siamo corresponsabili di questa discesa e facciamo fatica ad ammetterlo. Negli ultimi decenni siamo scivolati nella tentazione dell’alibi dello Stato che non funziona, giustificando comportamenti elusivi e collusivi, alimentando la pigrizia del sussidio come rimborso dei danni subiti da qualsiasi entità: contesto sociale, Stato, istituzioni. Scientifici nell’individuare colpe altrui, professionisti nel non risultare mai responsabili, sempre vittime delle circostanze e per questo, meritevoli di assoluzioni continue e indiscriminate.

Peccato che la questione non sia solamente circoscritta agli atteggiamenti. La deriva antropologica ci ha trascinato nel declino dei numeri: bassa produttività, difficoltà a competere, oneri sul debito pubblico, lavoro, disuguaglianze territoriali, scarsa attenzione verso innovazione, assenza di visione a lungo termine. Nell’attuale situazione di crisi, ci presentiamo con questo curriculum all’appuntamento con le altre economie europee, in particolare quelle del Nord, caratterizzate da un passato completamente diverso, con profili strutturali delle rispettive economie molto più solidi, con tessuti sociali più reattivi e competitivi. In assenza di una vera rottura che ci discosti dai trend degli ultimi decenni, è molto elevato il rischio che si possa accentuare ancora di più il divario con gli altri Paesi, al punto da renderlo colossale.

Il Recovery Fund, se il negoziato sarà confermato, appare come una benedizione: poter finanziare la spesa in investimenti con prestiti a tassi decisamente minori rispetto alle fonti domestiche o con trasferimenti a fondo perduto, è certamente un’ottima notizia, ma occorre tener presente che politiche monetarie e industriali non saranno mai sufficienti a conseguire uno sviluppo stabile e duraturo se non saranno accompagnate da una trasformazione sociale urgente e invocata da mezzo secolo.

Sarebbe insopportabile uno scenario di continuità con il passato in cui politica, istituzioni, imprese, parti sociali e società civile siano impegnate passivamente a condannarsi l’un l’altra, mentre scorrono sui giornali titoli che non vorremmo mai leggere su nuovi sprechi, conflitti sociali e ritardi implementativi.

Sarebbe ora di dismettere certi comportamenti dannosi per la nostra società, economia e reputazione, denunciandoli ed emarginandoli con forza. Sono presenti tutte le condizioni affinché avvenga un vero e proprio strappo sociale, un recupero di coscienza del ruolo centrale che l’ordine sociale assume in queste fasi storiche: è sempre stata la comunità a guidare le rivoluzioni, a lottare per le conquiste sociali, a compiere le grandi discontinuità evolutive, quelle vere. Quanto mai attuale è la nazione “incosciente” invocata da Pasolini: così come allora, un Paese che decide di non recuperare un senso di coscienza collettivo, rischia seriamente di fraintendere il presente e di confondersi sulla strada per costruire un nuovo futuro.

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permalink | inviato da albertolupi il 25/8/2020 alle 3:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La metamorfosi
post pubblicato in diario, il 15 agosto 2020


La metamorfosi dei 5 Stelle
di Marco Imarisio
Dal direttorio all’asse con i dem
Il partito costruito sulle macerie
dei dogmi di Casaleggio

Quello che sta avvenendo a M5S è sotto gli occhi di tutti, da anni. La trasformazione da movimento a partito, anche un partito di quelli vecchia maniera, molto meno liquido di tanti altri, non è solo un passaggio evidente e solare, ma pure necessario alla sopravvivenza stessa dei Cinque Stelle. Che sia per ragioni di semplice galleggiamento tese a sfruttare circostanze irripetibili, oppure per darsi una struttura necessaria a essere parte dell’establishment e non solo più a criticarlo, il processo è ormai ultimato. E l’ulteriore rinuncia decretata ieri via piattaforma Rousseau ad altri caposaldi delle origini, a due dogmi sbagliati e impossibili da applicare davvero come la regola dei due mandati e il divieto di alleanze, è solo un passo ulteriore verso la definitiva metamorfosi.

Soprattutto la seconda è una presa d’atto ritardata di una realtà già indifferibile nel luglio del 2019, quando le gesta di Matteo Salvini al Papeete avevano aperto la strada per un cambio radicale di governo, con M5S che era passata dalla Lega al suo esatto contrario. A quel punto, i Cinque stelle erano già diventati un partito, alle prese con un rapido declino e la necessità impellente di restare al potere, perché la stella cometa passa una sola volta nella vita. E furono obbligati a prendere atto della necessità di una strategia diversa, che contemplava una inversione di 180 gradi rispetto a quanto fatto fino ad allora. Lo sposo promesso Nicola Zingaretti lo aveva detto subito: la nuova alleanza di governo per funzionare avrebbe dovuto diventare di sistema, e venire applicata in tutto il Paese. Una specie di nuovo centrosinistra, anche se nessuno dei partecipanti avrà mai il coraggio di chiamare la creatura con il suo nome.

A voler cercare una data di inizio in questa normalizzazione di M5S, chiamiamola così, bisogna andare indietro fino al dicembre 2014. A quando un Gianroberto Casaleggio già provato dal male che l’avrebbe portato via pochi mesi dopo, diede a malincuore il via libera alla creazione del direttorio, nome antiquato per una camera di compensazione delle tensioni seguenti al bagno delle Europee di quell’anno. Il cofondatore, come sempre incline alla visionarietà, immaginava la nuova struttura come una organizzazione leggera che avrebbe dovuto gestire le pulsioni e i conflitti locali. Nata per colmare il vuoto lasciato da Beppe Grillo intenzionato a uscire di scena, divenne, nei fatti, uno strumento di controllo dell’inquieta truppa parlamentare, e la scala sulla quale si arrampicherà Luigi Di Maio per prendere il potere all’interno di M5S.

Ma forse l’evento che più di ogni altro decreta l’irreversibilità della mutazione genetica di M5S è proprio la morte di Casaleggio che di quei dogmi oggi saltati come birilli era il rigido custode. Con la sua scomparsa, sparisce anche la vocazione autoritaria del Movimento. Non è un caso che il suo ultimo lascito sia stato la procedura del recall, ovvero l’espulsione di un eletto nel caso quest’ultimo riceva la sfiducia di almeno 500 iscritti del territorio di provenienza, e non sia mai stata applicata sul serio. A rileggere le dichiarazioni dei protagonisti odierni dopo il suo funerale si ottiene un’ulteriore conferma di come in politica tutto è scritto sull’acqua, anche gli impegni solenni e le promesse di continuità.

Con il baricentro che da Milano e Genova si spostò in maniera netta a Roma, il resto venne di conseguenza. Piaccia o non piaccia ai puristi pentastellati, si tratta di politica politicante, lotta tra correnti, ortodossi, governisti, movimentisti nostalgici, per il mantenimento del potere interno. La storia recente di M5S non è diversa in nulla da quella di ogni altro partito. La nomina di un segretario politico, figura mai prevista da un movimento che si vantava per altro di avere un non-statuto, avviene nel settembre del 2017 con tutti i crismi dei vecchi congressi di partito: il prescelto che si sottopone al voto online e all’incoronazione pubblica, il candidato di minoranza che applaude al suo fianco e nel marzo del 2018, dopo la vittoria alle politiche, diventerà presidente della Camera. Spartizioni. Nel silenzio, il mito primigenio di purezza incarnato dalla corsa in solitaria, nessuna contaminazione con la politica sporca e cattiva, era già caduto durante la campagna elettorale, con Di Maio che definiva M5S forza di governo e al tempo stesso ammetteva che non avrebbe mai potuto governare da sola. Al netto del sillogismo, appare evidente come il veto sulle alleanze fosse defunto da tempo, e le manfrine di questi ultimi tempi, compresa la votazione di ieri, abbiano svolto l’unica funzione di fumo negli occhi a beneficio dei seguaci puri di cuore.

La realtà ha battuto la propaganda per ko. Era solo questione di tempo, e sarebbe successo. Agli attuali vertici basterebbe riconoscere di aver finalmente capito che c’era del vero in quel che ripetevano i loro critici e avversari, ovvero che la politica è compromesso, che i fatti sono cosa diversa dagli slogan da Savonarola, e tutto sarebbe salvo, tranne la credibilità di chi predica onestà, onestà a getto continuo, e da almeno tre anni si esibisce in incredibili piroette pretendendo che la gente le consideri sempre e comunque una marcia in linea retta. Il vero problema è proprio l’insistenza un po’ ottusa con la quale viene ripetuto che nulla è cambiato, siamo sempre gli stessi, usando perifrasi ridicole come l’attuale «si evolve» per non riconoscere di aver predicato in passato precetti profondamente sbagliati. Quando si continua a rivendicare purezza e diversità essendo nel migliore dei casi diventati di gran corsa simili ad alleati di oggi e di ieri, ecco, quella invece, per quanto solo di natura intellettuale, è una forma di autentica disonestà.



permalink | inviato da albertolupi il 15/8/2020 alle 22:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
problemi col titolo, comunque sull'antisemitismo di sinistra, senza dimenticare d'attaccare Salvini
post pubblicato in diario, il 31 luglio 2020


È evidente che la lotta all'antisemitismo sia utilizzata da Salvini in chiave strumentale e giustissimo è stigmatizzare l'ipocrisia del leader leghista. Ma la sinistra, per essere credibile su questo terreno, dovrebbe iniziare a riconoscere e combattere l'antisemitismo che serpeggia silenzioso nelle sue stesse file.


Per capire il perché Matteo Salvini si sia ritrovato il 24 Gennaio a dibattere pubblicamente di antisemitismo nell’inusuale contesto istituzionale della sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, affiancato da intellettuali conservatori stranieri, ricercatori ed ambasciatori dobbiamo fare un passo indietro e guardare all’Europa degli ultimi anni.

Allo stato attuale, 70 membri del moribondo partito Laburista inglese sono indagati dalla Commissione per l’Uguaglianza e Diritti Umani per antisemitismo. A discorsi politicamente legittimi e di critica al governo israeliano si intrecciano affermazioni dal sapore sovversivo e apertamente intollerante come “vorrei tanto essere il presidente dello Stato di Israele. Hanno un bottone per autodistruggersi, vero?” pronunciate da Ali Milani, ex-candidato laburista nel collegio di Uxbridge e South Ruislip e proposte quanto meno imbarazzanti come quelle di “ricollocare Israele negli Stati Uniti” per risolvere “il conflitto arabo-israeliano”, rivendicate da Naz Shaha, altra parlamentare Corbynista.

Nel luglio del 2019, la BBC si fa autrice di un documentario dal titolo incendiario “Il partito laburista è antisemita?” in cui vengono raccolte le testimonianze di otto ex-dirigenti e impiegati Labour che denunciano l’“insopportabile” atmosfera negazionista all’interno del proprio partito in merito a questioni legate all’antisemitismo e a presunti legami tra la cerchia di Corbyn, Hamas, Hezbollah e la fratellanza musulmana. Sempre nello stesso periodo, viene pubblicata una lettera aperta su The Guardian a firma di una sessantina di deputati laburisti che denunciano il proprio leader con argomentazioni simili. Un parricidio?

La convergenza tra sinistra anti-capitalista/anti-imperialista à la Corbyn e nuove forme di antisemitismo subdolo e silenzioso sembra non arrestarsi ai confini naturali della Manica.

Nell’analizzare la débâcle laburista nelle elezioni nazionali del 2019, Jean-Luc Mélanchon, leader francese de La France Insoumise ricicla l’argomento delle Epistole di San Girolamo del dum excusare credis, accusas (mentre credi di scusarti, ti accusi) incolpando Corbyn di aver dimostrato “debolezza” e generato “allarme tra le fasce più deboli del proprio elettorato” per il solo fatto di essersi confrontato e poi “scusato” con chi accusava il suo partito di non aver vigilato a sufficienza in merito a ripetuti episodi di antisemitismo: ci sono numerosi testimoni che riportano quanto fosse frequente sentire alle riunioni di partito espressioni come: “Zio scum” (feccia di sionista), “l’unica ragione per cui abbiamo prostitute a Seven Sisters è perché ci vivono degli ebrei” e “Hitler was right.” Per Mélanchon, meglio avrebbe fatto il leader laburista ad ignorare completamente il grido d’allarme lanciato dal capo rabbino inglese Ephraim Mirvis dalle colonne del Times alla vigilia delle elezioni nazionali britanniche e passare all’incasso elettorale.

Come spiegarsi dunque la sconfitta di Corbyn? Semplice: una macchinazione messa in atto da una fitta rete di lobby politico-mediatiche legate a Likud, il partito nazionalista liberale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Quest’interpretazione, promossa da Mélanchon e sposata da tanti altri a sinistra, sembra fare pericolosamente da specchio alle teorie complottistiche demo-pluto-giudaico-massoniche (e chi più ne ha più ne metta…) di stampo fascista del secolo scorso. La cosa più grave è che questo approccio esclude aprioristicamente la possibilità che anche a sinistra si possano infiltrare forme occulte e subdole di antisemitismo.

Ma non è di certo una novità. In molti ambienti pseudo-progressisti questo genere di convinzione si salda alla perfezione con un’altra apodittica certezza: quelli pericolosi ed illiberali sono e saranno sempre dall’altra parte. Ce lo confermano quelli de Il Manifesto che scrivono con fervore: “i conservatori (inglesi) hanno sì il razzismo iscritto razzisticamente nel proprio DNA politico e sguazzano nell’islamofobia come tutte le destre fasciste…”, aggiungendo con deferenza religiosa: “Corbyn, un leader politico la cui militanza antirazzista nessun altro deputato di Westminster può vagamente pareggiare.”

E tornando all’Italia, ecco che ci ritroviamo in queste settimane al cospetto di un Matteo Salvini inedito che discute con opportunismo e fiuto politico eccezionale di antisemitismo, di fatto monopolizzando la conversazione su questioni che fino all’altro ieri sembravano del tutto ininfluenti: esiste un qualche legame tra sinistra ed antisemitismo? Quali sono le differenze sostanziali tra antisionismo ed antisemitismo? Esistono forme di antisemitismo diverse da quelle fascistoidi del secolo scorso? Questioni serie e che sono ormai da decenni dibattute in Europa da intellettuali, accademici e giornalisti provenienti da tutte le culture politiche.

E di fronte a questi interrogativi come reagisce parte della stampa italiana? Semplice: facendo la solita deleteria e controproducente (ormai la storia recente lo ha dimostrato) caricatura al cazzaro verde. “Salvini: l’antisemitismo in Italia? Colpa degli immigrati” si legge con incredibile spirito di sintesi su La Stampa; oppure “Salvini organizza un convegno sull’antisemitismo per prendersela coi migranti” titola Linkiesta.it.
Intendiamoci: fare la parodia al discorso del leader della Lega è facile. Troppo facile. Il suo linguaggio volutamente semplicistico e strumentale si autodenuncia da solo per quel che è: un tentativo prevedibilissimo di allinearsi alle destre conservatrici occidentali – quelle che riescono a vincere le elezioni e a governare paesi ben più complessi e dal peso internazionale ben più rilevante del nostro, come Regno Unito e Stati Uniti d’America.
Ma l’elemento di novità di queste settimane è un altro: Salvini ha finalmente capito che per trasformare il Carroccio da partito populista di protesta - abituato a tessere relazioni ambigue e controproducenti con movimentucoli neofascisti locali dallo scarso impatto elettorale - a forza di governo, deve circondarsi di “menti” esterne che contribuiscano con “argomenti” spendibili dal punto di vista intellettuale a realizzare quella mutazione genetica a cui il suo partito aspira da tempo e che gli garantirebbe un posto di tutto “rispetto” sul piano internazionale. Ed è così che tra un rigurgito al Mojito, i “bacioni” alla sinistra e i “bacini” al rosario, Salvini si ritrova per la prima volta supportato da intellettuali e pensatori appartenenti ad una destra conservatrice moderata, tutti provenienti da fuori Italia, pronti a dibattere in un contesto altamente istituzionale argomenti sui quali tra le file della sinistra italiana purtroppo sono ancora in molti a tacere. “Le nuove forme dell’antisemitismo” del 16 gennaio scorso segna il via a questo percorso di lifting intellettuale a cui si vuole sottoporre il Carroccio, a cui seguirà a breve un'altra conferenza intitolata “National Conservatism. God, Honor, Country: Presitdent Ronald Reagan, Pope John Paul II, and the Freedom of Nations”, che si terrà al Grand Hotel Plaza di Roma il 4 febbraio prossimo e che vedrà come ospiti anche il primo ministro ungherese Vicktor Orban.
Cosa ribattere dunque ad un discorso articolato come quello di Douglas Murray (autore tra i vari del best-seller “La strana morte dell’Europa: immigrazione, identità e Islam”) che da anni parla di antisemitismo di matrice religiosa? Come reagire di fronte a chi come Ramy Aziz (ricercatore egiziano copto e analista politico del Middle Eastern Affairs Journal) e Dore Gold (presidente del Jerusalem Center for Public Affairs) porta avanti una perorazione che tende ad erodere la già precaria e sottile linea di confine che vi è tra una legittima critica alle politiche governative israeliane e la negazione del diritto al popolo ebraico all’autodeterminazione?


Al di là dell’evidente uso strumentale che Salvini fa di questi argomenti, mescolando con una certa abilità la proposta di vietare per legge il Bds (boicottaggio dei prodotti provenienti da Israele) con il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Isreale (seguendo la lezione di Trump), cos’altro hanno da dire gli intellettuali di sinistra di fronte all’emergere di effettive nuove forme di antisemitismo? Basterà affermare che non esistono perché a parlarne è Matteo Salvini?


Chiunque sia genuinamente interessato a comprendere le cause dell’aumento esponenziale degli attacchi antisemiti degli ultimi decenni in Occidente dovrebbe compiere prima di tutto un gesto di onestà intellettuale: spogliarsi per un istante della propria casacca ideologica, allontanarsi dallo specchio su cui le stesse idee trite e ritrite si riflettono narcisisticamente da decenni e confrontarsi con i dati che provengono dal mondo reale.
L’Alto commissario delle Nazioni Unite (UNHCHR) riporta che gli atti antisemitici in Francia nel 2018 sono aumentati del 74% rispetto al 2015. Il numero delle minacce antisemite sono anch’esse in crescita del 67% e fanno riferimento a 358 incidenti registrati nel 2019 (comprendenti insulti orali e scritti, e-mail di minaccia, graffiti, svastiche ecc.) rispetto ai 214 riportati del 2017. Sul suolo francese sono ancora 824 gli istituti ebraici sotto sorveglianza militare e poliziesca. Ancora più preoccupante appare la situazione in Francia se prendiamo in considerazione un ulteriore dato: rispetto alla tendenza generale che vede diminuire gli attacchi a sfondo raziale (scesi del 4,2% secondo DILCRACH, la Delegazione interministeriale alla lotta contro razzismo, antisemitismo e omofobia) e quelli di matrice anti-musulmana (il 2018 registra il livello più basso di attacchi contro cittadini di fede islamica dal 2010), gli atti antisemiti rappresentano più della metà, il 55%, di tutti gli atti violenti a sfondo razzista registrati nel 2018, a discapito del fatto che la comunità ebraica francese costituisca meno dell’1% della popolazione totale.


In Germania la situazione è altrettanto allarmante. Secondo l’Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) gli attacchi antisemiti hanno raggiunto un totale di 1.799 unità rispetto alle 1.239 del 2011. Le statistiche della polizia attribuiscono l'89% di tutti i crimini antisemiti tedeschi agli estremisti di destra, ma i membri della comunità giudaica descrivono un’altra realtà: secondo un’indagine dell’Unione Europea, il 41 % degli intervistati afferma che gli attacchi degli ultimi anni siano fondamentalmente di matrice islamica. Un'indagine della Anti-Defamation League sembra confermarlo, riportando un inquietante dato: il 56 % dei musulmani in Germania nutre atteggiamenti apertamente antisemiti, rispetto al 16 percento della popolazione complessiva.

Individuare le diverse radici ideologiche, politiche e religiose di questo sentimento crescente d’odio e pregiudizio nei confronti dei nostri concittadini ebrei è tanto fondamentale quanto urgente. Molti osservatori, non tra gli ultimi l’Agenzia tedesca per la sicurezza interna, hanno iniziato ad allargare il proprio campo d’indagine anche a fette della popolazione di confessione musulmana, dando risposta concreta al timore largamente diffuso all’interno della comunità ebraica rispetto a quel fenomeno noto come "antisemitismo d’importazione" che si affianca a quello del tutto locale d’origine neonazista. Dal 2015 in avanti, la crescente presenza di rifugiati provenienti dalla Siria e dall’Iraq ha allarmato molti ebrei in Germania che già si percepivano minacciati su due fronti opposti: da un lato, dall’avanzata della destra nazionalista dell’AfD, dall’altro da una più generale atmosfera d’intolleranza alimentata a distanza dal conflitto israelo-palestinese, soprattutto a partire dalla Seconda Intifada di inizio anni 2000.
Un episodio su tutti: nell’Aprile del 2018, nel distretto di Prenzlauer Berg a Berlino un ragazzo israeliano di nome Adam Armoush, viene aggredito da un 19enne siriano di origine palestinese mentre passeggia con un amico indossando uno yarmulke; il siriano prende la propria cintura e frusta il ragazzo israeliano al grido di “yehudi” (“ebreo” in arabo). La scena è filmata da un testimone ed il video, diffuso sui social media, https://youtu.be/NtkBzNaG_T8 genera una tale indignazione nell’opinione pubblica internazionale che Angela Merkel si ritrova costretta pubblicamente a parlare per la prima volta di “matrice islamica” in riferimento ad un episodio di violenza antisemita.
Anche in Svezia, il numero di crimini a sfondo antisemita registrati nel 2018 ha raggiunto il record più alto degli ultimi decenni, aumentando del 53% rispetto ai dati forniti dal governo nel 2016. Nei Paesi Bassi la polizia parla di casi raddoppiati tra il 2008 e il 2018, da 141 a 284 (dati Poldis). La comunità ebraica del Belgio, che conta circa 40.000 abitanti e si divide principalmente tra la capitale ed Anversa, ha subito un numero crescente di minacce ed intimidazioni negli ultimi anni a partire dall’attentato al Museo Ebraico di Bruxelles del 2014 per mano dell’ex miliziano dell'ISIS Mehdi Nemmouch, costato la vita a quattro persone. Il rabbino capo Albert Guigui non indossa più la kippah dal 2001, a seguito di un assalto antisemita alla sua persona per mano di un gruppo di giovani magrebini. L’esibizione del copricapo tradizionale ebraico viene percepito come pericoloso da un numero crescente di ebrei europei. Nel 2014, in Danimarca una scuola ebraica di Copenaghen ha invitato i suoi studenti ad indossare cappellini da baseball sopra i loro yarmulke. Nel 2016 Tzvi Amar, presidente del concistoro israelita di Marsiglia, ha consigliato agli ebrei della sua città di adottare una simile forma precauzionale. Anche in Italia gli incidenti antisemiti si sono quasi quadruplicati passando da 16 episodi nel 2010 a 56 nel 2018 (DIGOS).


Questi dati ci insegnano tre cose. Primo: il problema dell’antisemitismo è reale, vasto e radicato. Secondo: sottovalutare l’antisemitismo per pigrizia intellettuale o presunta superiorità morale, pensandolo come un problema che non ci affligge, significa solo rendersi complici della sua diffusione. Terzo: lasciare alle destre sole il monopolio su di un argomento che è molto più complesso di quello che ci fa comodo credere, è da irresponsabili.

E per concludere, si stia certi di una cosa: la comunità ebraica se ne fa molto poco delle nostre critiche nei confronti di Matteo Salvini, se a nostra volta non dimostriamo di esser capaci di riconoscere e combattere l'antisemitismo che serpeggia silenzioso tra le nostre stesse file.


- Matteo Gemolo per MicroMega

È evidente che la lotta all'antisemitismo sia utilizzata da Salvini in chiave strumentale e giustissimo è stigmatizzare l'ipocrisia del leader leghista. Ma la sinistra, per essere credibile su questo terreno, dovrebbe iniziare a riconoscere e combattere l'antisemitismo che serpeggia silenzioso nelle sue stesse file.


Per capire il perché Matteo Salvini si sia ritrovato il 24 Gennaio a dibattere pubblicamente di antisemitismo nell’inusuale contesto istituzionale della sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, affiancato da intellettuali conservatori stranieri, ricercatori ed ambasciatori dobbiamo fare un passo indietro e guardare all’Europa degli ultimi anni.

Allo stato attuale, 70 membri del moribondo partito Laburista inglese sono indagati dalla Commissione per l’Uguaglianza e Diritti Umani per antisemitismo. A discorsi politicamente legittimi e di critica al governo israeliano si intrecciano affermazioni dal sapore sovversivo e apertamente intollerante come “vorrei tanto essere il presidente dello Stato di Israele. Hanno un bottone per autodistruggersi, vero?” pronunciate da Ali Milani, ex-candidato laburista nel collegio di Uxbridge e South Ruislip e proposte quanto meno imbarazzanti come quelle di “ricollocare Israele negli Stati Uniti” per risolvere “il conflitto arabo-israeliano”, rivendicate da Naz Shaha, altra parlamentare Corbynista.

Nel luglio del 2019, la BBC si fa autrice di un documentario dal titolo incendiario “Il partito laburista è antisemita?” in cui vengono raccolte le testimonianze di otto ex-dirigenti e impiegati Labour che denunciano l’“insopportabile” atmosfera negazionista all’interno del proprio partito in merito a questioni legate all’antisemitismo e a presunti legami tra la cerchia di Corbyn, Hamas, Hezbollah e la fratellanza musulmana. Sempre nello stesso periodo, viene pubblicata una lettera aperta su The Guardian a firma di una sessantina di deputati laburisti che denunciano il proprio leader con argomentazioni simili. Un parricidio?

La convergenza tra sinistra anti-capitalista/anti-imperialista à la Corbyn e nuove forme di antisemitismo subdolo e silenzioso sembra non arrestarsi ai confini naturali della Manica.

Nell’analizzare la débâcle laburista nelle elezioni nazionali del 2019, Jean-Luc Mélanchon, leader francese de La France Insoumise ricicla l’argomento delle Epistole di San Girolamo del dum excusare credis, accusas (mentre credi di scusarti, ti accusi) incolpando Corbyn di aver dimostrato “debolezza” e generato “allarme tra le fasce più deboli del proprio elettorato” per il solo fatto di essersi confrontato e poi “scusato” con chi accusava il suo partito di non aver vigilato a sufficienza in merito a ripetuti episodi di antisemitismo: ci sono numerosi testimoni che riportano quanto fosse frequente sentire alle riunioni di partito espressioni come: “Zio scum” (feccia di sionista), “l’unica ragione per cui abbiamo prostitute a Seven Sisters è perché ci vivono degli ebrei” e “Hitler was right.” Per Mélanchon, meglio avrebbe fatto il leader laburista ad ignorare completamente il grido d’allarme lanciato dal capo rabbino inglese Ephraim Mirvis dalle colonne del Times alla vigilia delle elezioni nazionali britanniche e passare all’incasso elettorale.

Come spiegarsi dunque la sconfitta di Corbyn? Semplice: una macchinazione messa in atto da una fitta rete di lobby politico-mediatiche legate a Likud, il partito nazionalista liberale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Quest’interpretazione, promossa da Mélanchon e sposata da tanti altri a sinistra, sembra fare pericolosamente da specchio alle teorie complottistiche demo-pluto-giudaico-massoniche (e chi più ne ha più ne metta…) di stampo fascista del secolo scorso. La cosa più grave è che questo approccio esclude aprioristicamente la possibilità che anche a sinistra si possano infiltrare forme occulte e subdole di antisemitismo.

Ma non è di certo una novità. In molti ambienti pseudo-progressisti questo genere di convinzione si salda alla perfezione con un’altra apodittica certezza: quelli pericolosi ed illiberali sono e saranno sempre dall’altra parte. Ce lo confermano quelli de Il Manifesto che scrivono con fervore: “i conservatori (inglesi) hanno sì il razzismo iscritto razzisticamente nel proprio DNA politico e sguazzano nell’islamofobia come tutte le destre fasciste…”, aggiungendo con deferenza religiosa: “Corbyn, un leader politico la cui militanza antirazzista nessun altro deputato di Westminster può vagamente pareggiare.”

E tornando all’Italia, ecco che ci ritroviamo in queste settimane al cospetto di un Matteo Salvini inedito che discute con opportunismo e fiuto politico eccezionale di antisemitismo, di fatto monopolizzando la conversazione su questioni che fino all’altro ieri sembravano del tutto ininfluenti: esiste un qualche legame tra sinistra ed antisemitismo? Quali sono le differenze sostanziali tra antisionismo ed antisemitismo? Esistono forme di antisemitismo diverse da quelle fascistoidi del secolo scorso? Questioni serie e che sono ormai da decenni dibattute in Europa da intellettuali, accademici e giornalisti provenienti da tutte le culture politiche.

E di fronte a questi interrogativi come reagisce parte della stampa italiana? Semplice: facendo la solita deleteria e controproducente (ormai la storia recente lo ha dimostrato) caricatura al cazzaro verde. “Salvini: l’antisemitismo in Italia? Colpa degli immigrati” si legge con incredibile spirito di sintesi su La Stampa; oppure “Salvini organizza un convegno sull’antisemitismo per prendersela coi migranti” titola Linkiesta.it.
Intendiamoci: fare la parodia al discorso del leader della Lega è facile. Troppo facile. Il suo linguaggio volutamente semplicistico e strumentale si autodenuncia da solo per quel che è: un tentativo prevedibilissimo di allinearsi alle destre conservatrici occidentali – quelle che riescono a vincere le elezioni e a governare paesi ben più complessi e dal peso internazionale ben più rilevante del nostro, come Regno Unito e Stati Uniti d’America.
Ma l’elemento di novità di queste settimane è un altro: Salvini ha finalmente capito che per trasformare il Carroccio da partito populista di protesta - abituato a tessere relazioni ambigue e controproducenti con movimentucoli neofascisti locali dallo scarso impatto elettorale - a forza di governo, deve circondarsi di “menti” esterne che contribuiscano con “argomenti” spendibili dal punto di vista intellettuale a realizzare quella mutazione genetica a cui il suo partito aspira da tempo e che gli garantirebbe un posto di tutto “rispetto” sul piano internazionale. Ed è così che tra un rigurgito al Mojito, i “bacioni” alla sinistra e i “bacini” al rosario, Salvini si ritrova per la prima volta supportato da intellettuali e pensatori appartenenti ad una destra conservatrice moderata, tutti provenienti da fuori Italia, pronti a dibattere in un contesto altamente istituzionale argomenti sui quali tra le file della sinistra italiana purtroppo sono ancora in molti a tacere. “Le nuove forme dell’antisemitismo” del 16 gennaio scorso segna il via a questo percorso di lifting intellettuale a cui si vuole sottoporre il Carroccio, a cui seguirà a breve un'altra conferenza intitolata “National Conservatism. God, Honor, Country: Presitdent Ronald Reagan, Pope John Paul II, and the Freedom of Nations”, che si terrà al Grand Hotel Plaza di Roma il 4 febbraio prossimo e che vedrà come ospiti anche il primo ministro ungherese Vicktor Orban.
Cosa ribattere dunque ad un discorso articolato come quello di Douglas Murray (autore tra i vari del best-seller “La strana morte dell’Europa: immigrazione, identità e Islam”) che da anni parla di antisemitismo di matrice religiosa? Come reagire di fronte a chi come Ramy Aziz (ricercatore egiziano copto e analista politico del Middle Eastern Affairs Journal) e Dore Gold (presidente del Jerusalem Center for Public Affairs) porta avanti una perorazione che tende ad erodere la già precaria e sottile linea di confine che vi è tra una legittima critica alle politiche governative israeliane e la negazione del diritto al popolo ebraico all’autodeterminazione?


Al di là dell’evidente uso strumentale che Salvini fa di questi argomenti, mescolando con una certa abilità la proposta di vietare per legge il Bds (boicottaggio dei prodotti provenienti da Israele) con il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Isreale (seguendo la lezione di Trump), cos’altro hanno da dire gli intellettuali di sinistra di fronte all’emergere di effettive nuove forme di antisemitismo? Basterà affermare che non esistono perché a parlarne è Matteo Salvini?


Chiunque sia genuinamente interessato a comprendere le cause dell’aumento esponenziale degli attacchi antisemiti degli ultimi decenni in Occidente dovrebbe compiere prima di tutto un gesto di onestà intellettuale: spogliarsi per un istante della propria casacca ideologica, allontanarsi dallo specchio su cui le stesse idee trite e ritrite si riflettono narcisisticamente da decenni e confrontarsi con i dati che provengono dal mondo reale.
L’Alto commissario delle Nazioni Unite (UNHCHR) riporta che gli atti antisemitici in Francia nel 2018 sono aumentati del 74% rispetto al 2015. Il numero delle minacce antisemite sono anch’esse in crescita del 67% e fanno riferimento a 358 incidenti registrati nel 2019 (comprendenti insulti orali e scritti, e-mail di minaccia, graffiti, svastiche ecc.) rispetto ai 214 riportati del 2017. Sul suolo francese sono ancora 824 gli istituti ebraici sotto sorveglianza militare e poliziesca. Ancora più preoccupante appare la situazione in Francia se prendiamo in considerazione un ulteriore dato: rispetto alla tendenza generale che vede diminuire gli attacchi a sfondo raziale (scesi del 4,2% secondo DILCRACH, la Delegazione interministeriale alla lotta contro razzismo, antisemitismo e omofobia) e quelli di matrice anti-musulmana (il 2018 registra il livello più basso di attacchi contro cittadini di fede islamica dal 2010), gli atti antisemiti rappresentano più della metà, il 55%, di tutti gli atti violenti a sfondo razzista registrati nel 2018, a discapito del fatto che la comunità ebraica francese costituisca meno dell’1% della popolazione totale.


In Germania la situazione è altrettanto allarmante. Secondo l’Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) gli attacchi antisemiti hanno raggiunto un totale di 1.799 unità rispetto alle 1.239 del 2011. Le statistiche della polizia attribuiscono l'89% di tutti i crimini antisemiti tedeschi agli estremisti di destra, ma i membri della comunità giudaica descrivono un’altra realtà: secondo un’indagine dell’Unione Europea, il 41 % degli intervistati afferma che gli attacchi degli ultimi anni siano fondamentalmente di matrice islamica. Un'indagine della Anti-Defamation League sembra confermarlo, riportando un inquietante dato: il 56 % dei musulmani in Germania nutre atteggiamenti apertamente antisemiti, rispetto al 16 percento della popolazione complessiva.

Individuare le diverse radici ideologiche, politiche e religiose di questo sentimento crescente d’odio e pregiudizio nei confronti dei nostri concittadini ebrei è tanto fondamentale quanto urgente. Molti osservatori, non tra gli ultimi l’Agenzia tedesca per la sicurezza interna, hanno iniziato ad allargare il proprio campo d’indagine anche a fette della popolazione di confessione musulmana, dando risposta concreta al timore largamente diffuso all’interno della comunità ebraica rispetto a quel fenomeno noto come "antisemitismo d’importazione" che si affianca a quello del tutto locale d’origine neonazista. Dal 2015 in avanti, la crescente presenza di rifugiati provenienti dalla Siria e dall’Iraq ha allarmato molti ebrei in Germania che già si percepivano minacciati su due fronti opposti: da un lato, dall’avanzata della destra nazionalista dell’AfD, dall’altro da una più generale atmosfera d’intolleranza alimentata a distanza dal conflitto israelo-palestinese, soprattutto a partire dalla Seconda Intifada di inizio anni 2000.
Un episodio su tutti: nell’Aprile del 2018, nel distretto di Prenzlauer Berg a Berlino un ragazzo israeliano di nome Adam Armoush, viene aggredito da un 19enne siriano di origine palestinese mentre passeggia con un amico indossando uno yarmulke; il siriano prende la propria cintura e frusta il ragazzo israeliano al grido di “yehudi” (“ebreo” in arabo). La scena è filmata da un testimone ed il video, diffuso sui social media, https://youtu.be/NtkBzNaG_T8 genera una tale indignazione nell’opinione pubblica internazionale che Angela Merkel si ritrova costretta pubblicamente a parlare per la prima volta di “matrice islamica” in riferimento ad un episodio di violenza antisemita.
Anche in Svezia, il numero di crimini a sfondo antisemita registrati nel 2018 ha raggiunto il record più alto degli ultimi decenni, aumentando del 53% rispetto ai dati forniti dal governo nel 2016. Nei Paesi Bassi la polizia parla di casi raddoppiati tra il 2008 e il 2018, da 141 a 284 (dati Poldis). La comunità ebraica del Belgio, che conta circa 40.000 abitanti e si divide principalmente tra la capitale ed Anversa, ha subito un numero crescente di minacce ed intimidazioni negli ultimi anni a partire dall’attentato al Museo Ebraico di Bruxelles del 2014 per mano dell’ex miliziano dell'ISIS Mehdi Nemmouch, costato la vita a quattro persone. Il rabbino capo Albert Guigui non indossa più la kippah dal 2001, a seguito di un assalto antisemita alla sua persona per mano di un gruppo di giovani magrebini. L’esibizione del copricapo tradizionale ebraico viene percepito come pericoloso da un numero crescente di ebrei europei. Nel 2014, in Danimarca una scuola ebraica di Copenaghen ha invitato i suoi studenti ad indossare cappellini da baseball sopra i loro yarmulke. Nel 2016 Tzvi Amar, presidente del concistoro israelita di Marsiglia, ha consigliato agli ebrei della sua città di adottare una simile forma precauzionale. Anche in Italia gli incidenti antisemiti si sono quasi quadruplicati passando da 16 episodi nel 2010 a 56 nel 2018 (DIGOS).


Questi dati ci insegnano tre cose. Primo: il problema dell’antisemitismo è reale, vasto e radicato. Secondo: sottovalutare l’antisemitismo per pigrizia intellettuale o presunta superiorità morale, pensandolo come un problema che non ci affligge, significa solo rendersi complici della sua diffusione. Terzo: lasciare alle destre sole il monopolio su di un argomento che è molto più complesso di quello che ci fa comodo credere, è da irresponsabili.

E per concludere, si stia certi di una cosa: la comunità ebraica se ne fa molto poco delle nostre critiche nei confronti di Matteo Salvini, se a nostra volta non dimostriamo di esser capaci di riconoscere e combattere l'antisemitismo che serpeggia silenzioso tra le nostre stesse file.


- Matteo Gemolo per MicroMega




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Diario anericano cap 1
post pubblicato in diario, il 20 luglio 2020


5 luglio

Adesso ho risolto il problema di alimentare il computer e posso iniziare il mio “Diario Americano”, ero rimasto con 32 minuti di autonomia. Il guaio è che coll’ultimo aggiornamento il computer è diventato pazzo e difficile per me da manovrare

Avevo un adattatore a casa ma era per la spina del fon, che ha un attacco tedesco e a casa sua Caterina aveva adattatori che accettano le spine a due poli, mentre il Computer ha una 3 poli da 10 ampère, solo in Italia abbiamo 4 tipi di spine, credo.

Nel frattempo il vecchio McAir di cui disponevo non apriva Gmail. Per qualche ragione è blindato e non aggiorna il Browser.

Fortunatamente AMAZON, pensa tutto ed un ora fa ha consegnato quello che funziona!

Il viaggio è stato un poco allucinante, treno per Bologna-Milano- e non so cos’altro; comunque il nome Malpensa Express ha una parola di troppo.

Le FS almeno provavano la febbre ai viaggiatori ma sono state le uniche.

Poi, soggiorno in un hotel vuoto e con solo prosciutto e melone come cena: era a un KM dal paese più vicino, e distante dal terminal una decina di km; il virus ha fatto sparire il servizio di navetta e sorgere la necessità d'usare due taxi.

Il giorno dopo partenza in ritardo, ma alla fine tutto è andato: gli aerei erano mezzi vuoti (ho anzi l’impressione che ci fosse gente solo “in economica”) avevo abbastanza spazio attorno a me. Il CIBO dell’aereo è sceso di almeno quattro gradini, a livello di snack per indesiderati ospiti!

Il primo giorno d'America, mi è sembrato quasi normale con l'unica differenza il ridottissimo numero di persone all'immigrazione e la mancanza dei casellanti al ponte di Martinez. Anche l’autonoleggio era praticamente vuoto e avevo solo uno davanti,

Il giorno dopo siamo andati da una conoscente di Caterina: la US-50 aveva traffico poi nelle stradine di campagna non c’è quasi mai nessuno, insomma non pareva particolarmente diverso, ed anche il giorno dopo, siamo andati ad uno dei supermercati che le piacciono la CO-OP 29th & R, e restituita la macchina ci siamo fermati ad un caffè: ma a 8 dollari una pasta ed un caffè è una cosa da evitare!

Ma il quarto giorno (July 4th) ho fatto un giro in bici, visto da fuori della macchina il «centro» della città appariva spettrale: non a livello di “The Last Man on Earth” o “I Am Legend”, ma quasi... C’erano tre o quattro che facevano preparativi per un barbecue, ma il McDonald’s e gli altri posti simili erano abbandonati, o avevano un aspetto simile. Poi qualche segno delle recenti violenze.

Adesso continuo la mia quarantena almeno collegato al mondo.

7 luglio

Anzitutto bisogna premettere che T.C. è un gatto “conico”; mi spiego.

Prendete un gatto normale, ed iscrivetelo in un cilindro, poi trasformate il cilindro in un cono, con la punta verso la coda. Ma parte anteriore del gatto a quel punto sarà più grossa ed il gatto avrà un leggero aspetto da bull-dog. Insomma ha una zocca ed un collo piuttosto massicci. E questo aspetto per me gli da un’aria particolare. Secondo me non s’è trasferito quando la famiglia con cui stava ha cambiato casa (è decisamente un casalingo) da un paio d’anni siamo divenuti gradualmente amici e l’anno scorso, mentre era un poco male in arnese (agli occhi di Caterina almeno) la porta di casa gli è stata aperta: s’è adattato di buon grado.

Da quando s’è accasato è però diventato molto “territoriale”, e meno esploratore.

Adesso in pratica passa il tempo in casa, un po’ sulla veranda se è in compagnia, un giretto nella corte posteriore e delle spedizioni alla casa dell’angolo, dalla sig.ra Linda, che negli anni della sua vita di boheme, l’aveva ospitato, assieme ad un vecchio gatto nero: Little Bear. Il suo territorio va dall’angolo della C street fino alla alley a fianco della casa accanto alla nostra, sulla destra a due case oltre dove abita una ex collega di Caterina, Elaine.

L’accasamento di T.C. ha naturalmente generato uno spostamento degli altri gatti, BAC (Bad Ass Cat) che era un ospite fisso della nostra veranda, amava farsi le unghie sulla carne delle nostre cosce, non si fa più vedere, e neppure il gatto rosso O.K. (Orange Kitty – Charlie) il gatto della Carol.

A volte compare Muffin una gatta tigrata di un vicino che abita sulla C, quando lui va via, ma per il resto T.C. pare tenere in ordine la corte.

In casa della Carol, al 309, proprio di fronte ci sono Fala, un labrador estremamente vivace, ed O.K. il gatto, più le gatte di David.

Questo è un veterano (ex militare) accampato nel giardino di Carol, che fino a poco fa aveva Sam(antha) ed un “serpente da compagnia”. Adesso non ha più il serpente – di cui non ricordo il nome – ma da tre giorni Annie (Oakley – quella di “Anna prendi il fucile”) una piccola gatta tricolore, simpaticissima.

L’unico guaio è la sua gelosia nei confronti di O.K, visto come il vero nemico. Mentre con Sam T.C. pare essere in rapporti cordiali, ma tesi, e Annie è appena arrivata. Il povero Charlie è invece stato attaccato da T.C. diverse volte e ho paura che questo sia capitato perché io e Charlie/O.K. siamo stati amici. Il gatto rosso ha uno specifico modo di fare le fusa gorgogliando ed è molto simpatico, adesso è vecchio ed un poco male in arnese, mi piacerebbe a trovarlo, ma si scatenerebbe l’inferno, per dirla con Massimo Decimo Meridio.

Passando alla razza umana: una buona parte delle attività si è trasferita in internet, e questo spiega perché il rallentamento dell’economia sia molto meno marcato qua che da noi: mi sto domandando come sarà la visita che debbo fare tra una decina di giorni (dopo la quarantena), … per quanto favorevole alla nuove tecniche una visita in ZOOM non so quanto sia affidabile. Mentre invece c’è un sistema di quel tipo per trattare gli affari con la banca.

Qua negli ultimi giormi è stato abbastanza “fresco” ma ventoso, e abbiamo avuto piccoli incendi attorno.

8 luglio

Non sempre il liberarsi dai muratori è una gran cosa: anche se non “potrebbe piovere” qualcosa può sempre accadere.

Qua negli ultimi giorni è stato abbastanza “fresco”, nel modo californiano: ossia dopo il mezzogiorno fa un caldo boia (40°, o 100 come dicono qua) ma con pochissima umidità e piuttosto ventoso.

Basta non mettersi al sole ed in una qualche maniera ci si dura. Però essendo ventoso abbiamo avuto piccoli incendi attorno un attorno che essendo Ammerka arriva fino a Bologna!

12 luglio (italiana), notte dell'11 in California.

Fossi in Italia sarei già più vecchio ma qua – ancora per qualche ora –ho ancora 67 anni.

Potenza del fuso orario.

Oggi è stata una giornata particolarmente calda, domani si spera meno. Ho fatto un giretto di ricognizione in bici nel quartiere: molti posti chiusi: uno dei miei fish & chips preferito, il negozio di elettronica 17th & J, un fornaio caffè pasticceria sempre sulla strada principale (J).

Le estetiste da cui vado a farmi fare le unghie dei piedi ancora ci sono, meno male!

Per il resto vita ritiratissima, tra tre giorni almeno finisco la quarantena.

13 luglio

Adesso sono 68 anni, anche qua. La memoria vacilla, o forse non ho slavato bene prima, mi pare che ci siano pezzi persi

Ieri, come oggi, è stata una giornata particolarmente calda, di mattina si sta ancora bene, ma la mancanza di vento poi lascia aumentare la temperatura anche a 40 gradi, che sebbene ci sia poca umidità sono parecchi; il sito delle previsioni del tempo dice che domani ci saranno 5 gradi in meno, ma questo lo trovavi scritto anche ieri, per oggi abbiamo avuto 42e un pelo °C, forse c’è una convenzione meteorologica per dare speranza.

Ad ogni modo l’aria è abbastanza pulita: si vede benissimo la luna anche in pieno giorno. Per tutto il giorno però c’è stata una calma di vento che se aiuta contro gli incendi impedisce di rinfrescare casa con l’apertura delle finestre (non c’è qua il condizionatore). Forse qualcosa si sta per muovere, speriamo. Alle 7 siamo tornati verso i 100°F, 38!.

Come detto un buon numero di chiusure nei dintorni. Unica attività vista ieri nel quartiere a parte Amazon e gli altri corrieri, un gruppetto di ragazzini che andava vero il Campidoglio per la solita protesta del Sabato mattina. I ragazzi sono noiosi ad ogni longitudine.

Ancora tre giorni di quarantena nei confronti di Caterina, andare sopra anche la sera almeno combatterà la disidratazione – non c’è un frigo quaggiù, solo acqua del rubinetto – ma per il resto bisogna continuare ad essere molto sobri negli incontri. Una statistica fatta da una banca nazionale dimostra una certa linearità tra l’uso della sua carta di credito e il numero di contagiati.

Al momento abbiamo appuntamento per un meeting con uno degli impiegati della Bank of America, ma sarà in teleconferenza. Spero che al contrario il mio appuntamento col medico, Giovedì la mia visita sarà di persona.

Oggi pomeriggio uno sciame di colibrì 10 o 20 sono venuti in giardino

13 luglio, revisited.

La memoria vacilla, o forse non ho slavato bene prima, mi pare che ci siano pezzi persi, ma forse son persi in testa: come ho dimenticato di accendere il termometro, nel provarmi la febbre (alla fine 96.2 per noi 35.7). Ed adesso il target di età diventa i 70 (almeno per la parte americana, qualcosa a che fare con facilitazioni fiscali sui risparmi previdenziali ma per me sono pochi soldi).

Il mio compleanno, è stato una giornata particolarmente calda quelle oltre i 100°F, i nostri 38, di mattina si sta ancora bene, ma la mancanza di vento poi lascia aumentare la temperatura anche a 40 gradi, che sebbene ci sia poca umidità sono parecchi; il sito delle previsioni del tempo dice che domani ci saranno 5 gradi in meno, ma questo lo trovavi scritto anche ieri, per oggi abbiamo avuto 42 e un pelo °C, forse c’è una convenzione meteorologica per dare speranza, annunciando temperature in calo.

Ad ogni modo l’aria è abbastanza pulita: si vede benissimo la luna anche in pieno giorno. Per tutto il giorno però c’è stata una calma di vento che se aiuta contro gli incendi impedisce di rinfrescare casa con l’apertura delle finestre (non c’è qua il condizionatore). Forse qualcosa si sta per muovere, speriamo. Alle 7 di sera siamo tornati verso i 100°F, 38!.

Ancora tre giorni di quarantena nei confronti di Caterina, andare sopra anche la sera almeno combatterà la disidratazione – non c’è un frigo quaggiù, solo acqua del rubinetto – ma per il resto bisogna continuare ad essere molto sobri negli incontri. Una statistica fatta da una banca nazionale dimostra una certa linearità tra l’uso della sua carta di credito al ristorante e il numero di contagiati.

Al momento abbiamo appuntamento per un meeting con uno degli impiegati della Bank of America, ma sarà in teleconferenza. Spero che al contrario il mio appuntamento col medico, Giovedì la mia visita sarà di persona. Riceverò l’ennesimo ultimatum a smettere di fumare assolutamente d’accordo il raziocinio, frustrato l’istinto!

Verso sera David il veterano si è messo a giocare con la gattina, io ed il gatto TC seduti io sulla veranda sul marciapiede lui stavamo aspettando la cena; l’attenzione del gatto era divisa tra i due dall’altra parte della strada e i rumori provenienti da sinistra, dalla casa della Signora Linda, una delle sue affezionate sponsor (ha vinto lei). La natura come si dice su riprende i suoi spazi, Oggi pomeriggio uno sciame di colibrì 10 o 20 sono venuti in giardino, adesso 3 di notte una puzzola di dimensioni omeriche sta pascolando in giardino, dove scava delle buche, che poi di giorno TC aggredisce. Ovviamente ho chiuso la porta di legno dietro la grata di ferro nell’attesa che se ne andasse.

Dopo

Ciao, sono 20 anni che vengo qua e non mi ero mai reso conto dell'importanza della California.Siccome tutti copiano Conte anche il Governatore nostro fa la conferenza a mezzogiorno sul virus. Oggi ha annunciato delle chiusure, ristoranti al chiuso, cinema ecc. e Wall Street è crollata. Il fatto è che questo stato rappresenta quasi il 15% dell'economia del paese, un po' più piccolo della Germania più grande di India, UK, Francia! E quasi la somma di Texas e New York.

Polifemo, la puzzola gigante, è tornata stanotte; non l’ho vista io ma Caterina, anche lei ha avuto l’impressione che sia piuttosto grande e ben decorata dalle sue strisce.

Ma ieri abbiamo anche avuto l’invasione di Annie, la gatta.

Siccome ero in cucina a versare il Caffè non ho visto come è entrata in casa, ma in un batter d’occhio passava da sotto in divano a sotto altri come un fulmine.

TC era andato dalla vicina per un supplemento d’indagine sui cibi per gatti, o simile, credo sia anche stata una graziosa delicatezza da parte sua.

16 luglio notte.

e le invasioni delle cavallette? pure quelle!

risveglio della 5° ora, a letto alle dieci, sveglio alle tre, se a mezzanotte alle 5.

Anche qua il v(a)irus ha più o meno sconvolto la sanità: avevamo prenotato via internet una visita (debbo recuperare quelle perse in Italia), ma: prima l'appuntamento in internet non è stato registrato, poi (Caterina aveva mandato un messaggio per controllare lo stato dell’appuntamento sempre in internet) me l'avevano ridato, infine mi hanno telefonato per spostarlo. Adesso mi auguro che dopo l’intervento di un operatore che sembrava umano (ma nella terra di Alexa nulla è sicuro) spero sia una sistemazione definitiva.

Stamattina è venuto un architetto che sta riprogettando la parte dietro della casa: si tenterebbe di avere un "bagno" civile - insomma, «all'italiana», speriamo che riesca... . Naturalmente il gatto non è molto d’accordo che passino stranieri per casa ed è sempre stato fuori portata.

Dopo che l'architetto è andato abbiamo pure trovato una cavalletta in cucina, ma è stata contenta di andarsene dalla finestra che le abbiamo aperto.

Stasera poi, in giardino è passato quello che mi è parso essere un opossum. In piena natura…

18 luglio

Ieri sera una California veramente californiana: i vicini del 2118 C street stanno facendo una specie di festa con musica e gridolini (più adatti ad una piscina, forse) come si vedeva nei film anni ’70 mentre davanti a noi è parcheggiata una vecchia CHEVY VAN che ricorda quella dei fumetti di “Scooby-Doo, Where Are You!”, volevo farle una foto stamattina ma era andata via da 5 minuti quando sono arrivato alla veranda con la macchina fotografica.

Abbiamo avuto un riposo dall’ondata di caldo, restando sui 90°F, 35 dei nostri ma con l’aiuto del vento non si sta male anzi, per le mie ossa è un caldo piacevole, oggi siamo tornati verso i 100.

Ieri pomeriggio il gatto ha iniziato ad esplorare la parte di sotto della casa, era venuto sulla porta accompagnando Caterina – ma oggi è venuto solo. Fino a qualche mese fa era occupata da un inquilino che aveva oltretutto un cane. Adesso ha fatto un rapido giro, questa parte della casa è rimasta fresca anche quando la settimana scorsa c’è stata un ondata

Poi dopo (sempre ieri) cena è di nuovo sceso in giardino, ma questa volta per esplorare questo, e c’era un piccolissimo opossum. Allego le foto Caterina dice che quando sino di quelle dimensioni hanno appena abbandonato la mamma, o forse non ancora: madre che forse è quella che ho visto due notti fa. Io cercavo di convincere TC a non fare il gattaccio, ma Caterina con maggior senso pratico ha portato il gatto via di peso.

TC è poi venuto a caffè con noi sulla veranda senza tornare nel giardino dietro.

Oggi pare che il piccolo opossum non ci sia più spero che sia andato per conto suo…. E non nella pancia di Muffin, la gatta del vicino che a volte viene di notte nel nostro giardino.

19 luglio

La gatta Samantha ha vinto: Annie, la gattina, è stata portata via.

Per quella conoscenza che solo i gatti hanno, quando la decisione di restituire l’altra gatta è stata presa lei è “tornata a casa”, ma questa è forse il modo di vedere le cose dagli umani. Spero che vada a stare bene: ma un posto come quello, era bello per lei.

Io sono adesso in attesa della mia visita: sarà venerdì ma domani debbo telefonare perché mi hanno mandato un messaggio secondo cui debbo fare delle robe che richiedono uno smartphone che io non ho.

5 luglio

Adesso ho risolto il problema di alimentare il computer e posso iniziare il mio “Diario Americano”, ero rimasto con 32 minuti di autonomia. Il guaio è che coll’ultimo aggiornamento il computer è diventato pazzo e difficile per me da manovrare

Avevo un adattatore a casa ma era per la spina del fon, che ha un attacco tedesco e a casa sua Caterina aveva adattatori che accettano le spine a due poli, mentre il Computer ha una 3 poli da 10 ampère, solo in Italia abbiamo 4 tipi di spine, credo.

Nel frattempo il vecchio McAir di cui disponevo non apriva Gmail. Per qualche ragione è blindato e non aggiorna il Browser.

Fortunatamente AMAZON, pensa tutto ed un ora fa ha consegnato quello che funziona!

Il viaggio è stato un poco allucinante, treno per Bologna-Milano- e non so cos’altro; comunque il nome Malpensa Express ha una parola di troppo.

Le FS almeno provavano la febbre ai viaggiatori ma sono state le uniche.

Poi, soggiorno in un hotel vuoto e con solo prosciutto e melone come cena: era a un KM dal paese più vicino, e distante dal terminal una decina di km; il virus ha fatto sparire il servizio di navetta e sorgere la necessità d'usare due taxi.

Il giorno dopo partenza in ritardo, ma alla fine tutto è andato: gli aerei erano mezzi vuoti (ho anzi l’impressione che ci fosse gente solo “in economica”) avevo abbastanza spazio attorno a me. Il CIBO dell’aereo è sceso di almeno quattro gradini, a livello di snack per indesiderati ospiti!

Il primo giorno d'America, mi è sembrato quasi normale con l'unica differenza il ridottissimo numero di persone all'immigrazione e la mancanza dei casellanti al ponte di Martinez. Anche l’autonoleggio era praticamente vuoto e avevo solo uno davanti,

Il giorno dopo siamo andati da una conoscente di Caterina: la US-50 aveva traffico poi nelle stradine di campagna non c’è quasi mai nessuno, insomma non pareva particolarmente diverso, ed anche il giorno dopo, siamo andati ad uno dei supermercati che le piacciono la CO-OP 29th & R, e restituita la macchina ci siamo fermati ad un caffè: ma a 8 dollari una pasta ed un caffè è una cosa da evitare!

Ma il quarto giorno (July 4th) ho fatto un giro in bici, visto da fuori della macchina il «centro» della città appariva spettrale: non a livello di “The Last Man on Earth” o “I Am Legend”, ma quasi... C’erano tre o quattro che facevano preparativi per un barbecue, ma il McDonald’s e gli altri posti simili erano abbandonati, o avevano un aspetto simile. Poi qualche segno delle recenti violenze.

Adesso continuo la mia quarantena almeno collegato al mondo.

7 luglio

Anzitutto bisogna premettere che T.C. è un gatto “conico”; mi spiego.

Prendete un gatto normale, ed iscrivetelo in un cilindro, poi trasformate il cilindro in un cono, con la punta verso la coda. Ma parte anteriore del gatto a quel punto sarà più grossa ed il gatto avrà un leggero aspetto da bull-dog. Insomma ha una zocca ed un collo piuttosto massicci. E questo aspetto per me gli da un’aria particolare. Secondo me non s’è trasferito quando la famiglia con cui stava ha cambiato casa (è decisamente un casalingo) da un paio d’anni siamo divenuti gradualmente amici e l’anno scorso, mentre era un poco male in arnese (agli occhi di Caterina almeno) la porta di casa gli è stata aperta: s’è adattato di buon grado.

Da quando s’è accasato è però diventato molto “territoriale”, e meno esploratore.

Adesso in pratica passa il tempo in casa, un po’ sulla veranda se è in compagnia, un giretto nella corte posteriore e delle spedizioni alla casa dell’angolo, dalla sig.ra Linda, che negli anni della sua vita di boheme, l’aveva ospitato, assieme ad un vecchio gatto nero: Little Bear. Il suo territorio va dall’angolo della C street fino alla alley a fianco della casa accanto alla nostra, sulla destra a due case oltre dove abita una ex collega di Caterina, Elaine.

L’accasamento di T.C. ha naturalmente generato uno spostamento degli altri gatti, BAC (Bad Ass Cat) che era un ospite fisso della nostra veranda, amava farsi le unghie sulla carne delle nostre cosce, non si fa più vedere, e neppure il gatto rosso O.K. (Orange Kitty – Charlie) il gatto della Carol.

A volte compare Muffin una gatta tigrata di un vicino che abita sulla C, quando lui va via, ma per il resto T.C. pare tenere in ordine la corte.

In casa della Carol, al 309, proprio di fronte ci sono Fala, un labrador estremamente vivace, ed O.K. il gatto, più le gatte di David.

Questo è un veterano (ex militare) accampato nel giardino di Carol, che fino a poco fa aveva Sam(antha) ed un “serpente da compagnia”. Adesso non ha più il serpente – di cui non ricordo il nome – ma da tre giorni Annie (Oakley – quella di “Anna prendi il fucile”) una piccola gatta tricolore, simpaticissima.

L’unico guaio è la sua gelosia nei confronti di O.K, visto come il vero nemico. Mentre con Sam T.C. pare essere in rapporti cordiali, ma tesi, e Annie è appena arrivata. Il povero Charlie è invece stato attaccato da T.C. diverse volte e ho paura che questo sia capitato perché io e Charlie/O.K. siamo stati amici. Il gatto rosso ha uno specifico modo di fare le fusa gorgogliando ed è molto simpatico, adesso è vecchio ed un poco male in arnese, mi piacerebbe a trovarlo, ma si scatenerebbe l’inferno, per dirla con Massimo Decimo Meridio.

Passando alla razza umana: una buona parte delle attività si è trasferita in internet, e questo spiega perché il rallentamento dell’economia sia molto meno marcato qua che da noi: mi sto domandando come sarà la visita che debbo fare tra una decina di giorni (dopo la quarantena), … per quanto favorevole alla nuove tecniche una visita in ZOOM non so quanto sia affidabile. Mentre invece c’è un sistema di quel tipo per trattare gli affari con la banca.

Qua negli ultimi giormi è stato abbastanza “fresco” ma ventoso, e abbiamo avuto piccoli incendi attorno.

8 luglio

Non sempre il liberarsi dai muratori è una gran cosa: anche se non “potrebbe piovere” qualcosa può sempre accadere.

Qua negli ultimi giorni è stato abbastanza “fresco”, nel modo californiano: ossia dopo il mezzogiorno fa un caldo boia (40°, o 100 come dicono qua) ma con pochissima umidità e piuttosto ventoso.

Basta non mettersi al sole ed in una qualche maniera ci si dura. Però essendo ventoso abbiamo avuto piccoli incendi attorno un attorno che essendo Ammerka arriva fino a Bologna!

12 luglio (italiana), notte dell'11 in California.

Fossi in Italia sarei già più vecchio ma qua – ancora per qualche ora –ho ancora 67 anni.

Potenza del fuso orario.

Oggi è stata una giornata particolarmente calda, domani si spera meno. Ho fatto un giretto di ricognizione in bici nel quartiere: molti posti chiusi: uno dei miei fish & chips preferito, il negozio di elettronica 17th & J, un fornaio caffè pasticceria sempre sulla strada principale (J).

Le estetiste da cui vado a farmi fare le unghie dei piedi ancora ci sono, meno male!

Per il resto vita ritiratissima, tra tre giorni almeno finisco la quarantena.

13 luglio

Adesso sono 68 anni, anche qua. La memoria vacilla, o forse non ho slavato bene prima, mi pare che ci siano pezzi persi

Ieri, come oggi, è stata una giornata particolarmente calda, di mattina si sta ancora bene, ma la mancanza di vento poi lascia aumentare la temperatura anche a 40 gradi, che sebbene ci sia poca umidità sono parecchi; il sito delle previsioni del tempo dice che domani ci saranno 5 gradi in meno, ma questo lo trovavi scritto anche ieri, per oggi abbiamo avuto 42e un pelo °C, forse c’è una convenzione meteorologica per dare speranza.

Ad ogni modo l’aria è abbastanza pulita: si vede benissimo la luna anche in pieno giorno. Per tutto il giorno però c’è stata una calma di vento che se aiuta contro gli incendi impedisce di rinfrescare casa con l’apertura delle finestre (non c’è qua il condizionatore). Forse qualcosa si sta per muovere, speriamo. Alle 7 siamo tornati verso i 100°F, 38!.

Come detto un buon numero di chiusure nei dintorni. Unica attività vista ieri nel quartiere a parte Amazon e gli altri corrieri, un gruppetto di ragazzini che andava vero il Campidoglio per la solita protesta del Sabato mattina. I ragazzi sono noiosi ad ogni longitudine.

Ancora tre giorni di quarantena nei confronti di Caterina, andare sopra anche la sera almeno combatterà la disidratazione – non c’è un frigo quaggiù, solo acqua del rubinetto – ma per il resto bisogna continuare ad essere molto sobri negli incontri. Una statistica fatta da una banca nazionale dimostra una certa linearità tra l’uso della sua carta di credito e il numero di contagiati.

Al momento abbiamo appuntamento per un meeting con uno degli impiegati della Bank of America, ma sarà in teleconferenza. Spero che al contrario il mio appuntamento col medico, Giovedì la mia visita sarà di persona.

Oggi pomeriggio uno sciame di colibrì 10 o 20 sono venuti in giardino

13 luglio, revisited.

La memoria vacilla, o forse non ho slavato bene prima, mi pare che ci siano pezzi persi, ma forse son persi in testa: come ho dimenticato di accendere il termometro, nel provarmi la febbre (alla fine 96.2 per noi 35.7). Ed adesso il target di età diventa i 70 (almeno per la parte americana, qualcosa a che fare con facilitazioni fiscali sui risparmi previdenziali ma per me sono pochi soldi).

Il mio compleanno, è stato una giornata particolarmente calda quelle oltre i 100°F, i nostri 38, di mattina si sta ancora bene, ma la mancanza di vento poi lascia aumentare la temperatura anche a 40 gradi, che sebbene ci sia poca umidità sono parecchi; il sito delle previsioni del tempo dice che domani ci saranno 5 gradi in meno, ma questo lo trovavi scritto anche ieri, per oggi abbiamo avuto 42 e un pelo °C, forse c’è una convenzione meteorologica per dare speranza, annunciando temperature in calo.

Ad ogni modo l’aria è abbastanza pulita: si vede benissimo la luna anche in pieno giorno. Per tutto il giorno però c’è stata una calma di vento che se aiuta contro gli incendi impedisce di rinfrescare casa con l’apertura delle finestre (non c’è qua il condizionatore). Forse qualcosa si sta per muovere, speriamo. Alle 7 di sera siamo tornati verso i 100°F, 38!.

Ancora tre giorni di quarantena nei confronti di Caterina, andare sopra anche la sera almeno combatterà la disidratazione – non c’è un frigo quaggiù, solo acqua del rubinetto – ma per il resto bisogna continuare ad essere molto sobri negli incontri. Una statistica fatta da una banca nazionale dimostra una certa linearità tra l’uso della sua carta di credito al ristorante e il numero di contagiati.

Al momento abbiamo appuntamento per un meeting con uno degli impiegati della Bank of America, ma sarà in teleconferenza. Spero che al contrario il mio appuntamento col medico, Giovedì la mia visita sarà di persona. Riceverò l’ennesimo ultimatum a smettere di fumare assolutamente d’accordo il raziocinio, frustrato l’istinto!

Verso sera David il veterano si è messo a giocare con la gattina, io ed il gatto TC seduti io sulla veranda sul marciapiede lui stavamo aspettando la cena; l’attenzione del gatto era divisa tra i due dall’altra parte della strada e i rumori provenienti da sinistra, dalla casa della Signora Linda, una delle sue affezionate sponsor (ha vinto lei). La natura come si dice su riprende i suoi spazi, Oggi pomeriggio uno sciame di colibrì 10 o 20 sono venuti in giardino, adesso 3 di notte una puzzola di dimensioni omeriche sta pascolando in giardino, dove scava delle buche, che poi di giorno TC aggredisce. Ovviamente ho chiuso la porta di legno dietro la grata di ferro nell’attesa che se ne andasse.

Dopo

Ciao, sono 20 anni che vengo qua e non mi ero mai reso conto dell'importanza della California.Siccome tutti copiano Conte anche il Governatore nostro fa la conferenza a mezzogiorno sul virus. Oggi ha annunciato delle chiusure, ristoranti al chiuso, cinema ecc. e Wall Street è crollata. Il fatto è che questo stato rappresenta quasi il 15% dell'economia del paese, un po' più piccolo della Germania più grande di India, UK, Francia! E quasi la somma di Texas e New York.

Polifemo, la puzzola gigante, è tornata stanotte; non l’ho vista io ma Caterina, anche lei ha avuto l’impressione che sia piuttosto grande e ben decorata dalle sue strisce.

Ma ieri abbiamo anche avuto l’invasione di Annie, la gatta.

Siccome ero in cucina a versare il Caffè non ho visto come è entrata in casa, ma in un batter d’occhio passava da sotto in divano a sotto altri come un fulmine.

TC era andato dalla vicina per un supplemento d’indagine sui cibi per gatti, o simile, credo sia anche stata una graziosa delicatezza da parte sua.

16 luglio notte.

e le invasioni delle cavallette? pure quelle!

risveglio della 5° ora, a letto alle dieci, sveglio alle tre, se a mezzanotte alle 5.

Anche qua il v(a)irus ha più o meno sconvolto la sanità: avevamo prenotato via internet una visita (debbo recuperare quelle perse in Italia), ma: prima l'appuntamento in internet non è stato registrato, poi (Caterina aveva mandato un messaggio per controllare lo stato dell’appuntamento sempre in internet) me l'avevano ridato, infine mi hanno telefonato per spostarlo. Adesso mi auguro che dopo l’intervento di un operatore che sembrava umano (ma nella terra di Alexa nulla è sicuro) spero sia una sistemazione definitiva.

Stamattina è venuto un architetto che sta riprogettando la parte dietro della casa: si tenterebbe di avere un "bagno" civile - insomma, «all'italiana», speriamo che riesca... . Naturalmente il gatto non è molto d’accordo che passino stranieri per casa ed è sempre stato fuori portata.

Dopo che l'architetto è andato abbiamo pure trovato una cavalletta in cucina, ma è stata contenta di andarsene dalla finestra che le abbiamo aperto.

Stasera poi, in giardino è passato quello che mi è parso essere un opossum. In piena natura…

18 luglio

Ieri sera una California veramente californiana: i vicini del 2118 C street stanno facendo una specie di festa con musica e gridolini (più adatti ad una piscina, forse) come si vedeva nei film anni ’70 mentre davanti a noi è parcheggiata una vecchia CHEVY VAN che ricorda quella dei fumetti di “Scooby-Doo, Where Are You!”, volevo farle una foto stamattina ma era andata via da 5 minuti quando sono arrivato alla veranda con la macchina fotografica.

Abbiamo avuto un riposo dall’ondata di caldo, restando sui 90°F, 35 dei nostri ma con l’aiuto del vento non si sta male anzi, per le mie ossa è un caldo piacevole, oggi siamo tornati verso i 100.

Ieri pomeriggio il gatto ha iniziato ad esplorare la parte di sotto della casa, era venuto sulla porta accompagnando Caterina – ma oggi è venuto solo. Fino a qualche mese fa era occupata da un inquilino che aveva oltretutto un cane. Adesso ha fatto un rapido giro, questa parte della casa è rimasta fresca anche quando la settimana scorsa c’è stata un ondata

Poi dopo (sempre ieri) cena è di nuovo sceso in giardino, ma questa volta per esplorare questo, e c’era un piccolissimo opossum. Allego le foto Caterina dice che quando sino di quelle dimensioni hanno appena abbandonato la mamma, o forse non ancora: madre che forse è quella che ho visto due notti fa. Io cercavo di convincere TC a non fare il gattaccio, ma Caterina con maggior senso pratico ha portato il gatto via di peso.

TC è poi venuto a caffè con noi sulla veranda senza tornare nel giardino dietro.

Oggi pare che il piccolo opossum non ci sia più spero che sia andato per conto suo…. E non nella pancia di Muffin, la gatta del vicino che a volte viene di notte nel nostro giardino.

19 luglio

La gatta Samantha ha vinto: Annie, la gattina, è stata portata via.

Per quella conoscenza che solo i gatti hanno, quando la decisione di restituire l’altra gatta è stata presa lei è “tornata a casa”, ma questa è forse il modo di vedere le cose dagli umani. Spero che vada a stare bene: ma un posto come quello, era bello per lei.

Io sono adesso in attesa della mia visita: sarà venerdì ma domani debbo telefonare perché mi hanno mandato un messaggio secondo cui debbo fare delle robe che richiedono uno smartphone che io non ho.




permalink | inviato da albertolupi il 20/7/2020 alle 22:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
furbissssimissimi
post pubblicato in diario, il 16 luglio 2020


Questi qui sono furbissssimissimi :
La fase “zero” fu l’acquisizione da parte di «Schema 28» della parte IRI delle autostrade italiane, si vocifera che al costo d’un miliardo ne siano stati incassati dieci, … ovviamente non so se sia vero: sarebbe un affare da 10% l'anno.
Comunque l’investimento iniziale è stato ripagato ad abundatiam, specie grazie a convenzioni segrete, contro cui mi ricordo ha tuonato solo Oscar Giannino, ca...
Ovvio che data la presenza d'altri soci (dovrebbe essere il 70% del capitale) ha ridotto la fetta della famiglia Benetton, ma non credo in modo da impoverirli.
Adesso con questo tipo d'esproprio proletario i Benetton ricevono una attima buonuscita in quanto:
a) Venderanno le azioni a prezzo circa di di mercato (prima piuttosto che dopo l'aumento di capitale) ma grazie alla presenza di due investitori cui non si può pestare i piedi (Il 5% è in mano al fondo cinese Silk Road, che ha anche un rappresentante in consiglio di amministrazione. L’altro 7% è detenuto da un veicolo, Appia Investment, sottoscritto dal gruppo assicurativo Allianz ed Edf Invest e Dif, il fondo sovrano di Singapore Gic, la banca Hsbc, il fondo Usa BlackRock e la fondazione Cassa di Risparmio di Torino) quindi da adesso non perderanno un soldo anzi probabilmente ci guadagneranno.
b) Gli investimenti che sono "rimanenti" per via dei blocchi ecologici amministrativi saranno a carico dei nuovi azionisti tra cui sarà predominante lo stato Italiano (o meglio i risparmitori postali). Stesso discorso da fare per il mare d'obbligazioni che sono emesse da Atlantia, come noto l'obbligazione segue il bene!
c) La - eventuale - sentenza sulla disgrazia del ponte Morandi sarà applicata a Atlantia (o alla eventuale società che gli succederà) e non agli azionisti quindi dopo la sentenza sarà Atlantia a pagare ...ehm sempre lo stato italiano ..
Insomma basta leggere tra le righe e studiare un pochino per capire che per i Benetton è un affarone dopo quello che è successo .



permalink | inviato da albertolupi il 16/7/2020 alle 23:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
furbissssimissimi
post pubblicato in diario, il 16 luglio 2020


Questi qui sono furbissssimissimi :
La fase “zero” fu l’acquisizione da parte di «Schema 28» della parte IRI delle autostrade italiane, si vocifera che al costo d’un miliardo ne siano stati incassati dieci, … ovviamente non so se sia vero: sarebbe un affare da 10% l'anno.
Comunque l’investimento iniziale è stato ripagato ad abundatiam, specie grazie a convenzioni segrete, contro cui mi ricordo ha tuonato solo Oscar Giannino, ca...
Ovvio che data la presenza d'altri soci (dovrebbe essere il 70% del capitale) ha ridotto la fetta della famiglia Benetton, ma non credo in modo da impoverirli.
Adesso con questo tipo d'esproprio proletario i Benetton ricevono una attima buonuscita in quanto:
a) Venderanno le azioni a prezzo circa di di mercato (prima piuttosto che dopo l'aumento di capitale) ma grazie alla presenza di due investitori cui non si può pestare i piedi (Il 5% è in mano al fondo cinese Silk Road, che ha anche un rappresentante in consiglio di amministrazione. L’altro 7% è detenuto da un veicolo, Appia Investment, sottoscritto dal gruppo assicurativo Allianz ed Edf Invest e Dif, il fondo sovrano di Singapore Gic, la banca Hsbc, il fondo Usa BlackRock e la fondazione Cassa di Risparmio di Torino) quindi da adesso non perderanno un soldo anzi probabilmente ci guadagneranno.
b) Gli investimenti che sono "rimanenti" per via dei blocchi ecologici amministrativi saranno a carico dei nuovi azionisti tra cui sarà predominante lo stato Italiano (o meglio i risparmitori postali). Stesso discorso da fare per il mare d'obbligazioni che sono emesse da Atlantia, come noto l'obbligazione segue il bene!
c) La - eventuale - sentenza sulla disgrazia del ponte Morandi sarà applicata a Atlantia (o alla eventuale società che gli succederà) e non agli azionisti quindi dopo la sentenza sarà Atlantia a pagare ...ehm sempre lo stato italiano ..
Insomma basta leggere tra le righe e studiare un pochino per capire che per i Benetton è un affarone dopo quello che è successo .



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