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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
multiculturalismo
post pubblicato in diario, il 22 novembre 2010


Antisemitismo e omofobia vengono insegnati agli studenti delle scuole musulmane presenti nel Regno Unito. E' quanto ha denunciato la trasmissione Panorama della Bbc, precisando che sono oltre 40 i 'Club di studenti e le scuole saudite nel Regno Unito e in Irlanda' che applicano il programma di studi saudita, con libri di testo che spiegano come vengono tagliati mani e piedi ai ladri, come siano puniti gli omosessuali e in cui si chiede di elencare le "riprovevoli" qualità del popolo ebraico. Sono circa 5.000 i ragazzi che frequentano le scuole finite sotto accusa. Immediata la reazione del governo, con il ministro dell'Istruzione Michael Gove che ha affermato che non c'è spazio nel Paese per gli insegnamenti sauditi su ebrei e omosessuali.

Vedremo come va a finire.....

le tasse, e la tazza di te che da noi non c'è
post pubblicato in diario, il 16 novembre 2010


A pezzi oggi c'era una considerazione interessante: ma un pezzo da una parte ed un altro pezzo dall'altra, oh lettore hai la frtuna di averle ora unite....

 
Una notizia tira l'altra, e tutte portano alla stessa domanda: ma perché non accade niente, non diciamo un moto popolare di piazza, ma almeno una rottura tipo la marcia dei quarantamila impiegati Fiat del 1980?
Parliamo di fisco e c'è solo l'imbarazzo della scelta sotto una pioggia battente, e contraddittoria, di numeri storti. I cittadini pagano tasse modello Scandinavia ma ottengono in cambio servizi da terzo mondo. L'Irap, un'imposta ideologica, finisce per tartassare le imprese ad alta intensità di lavoro con un carico fiscale complessivo che arriva a superare l'80% (dati Mediobanca 2010).
Lo stipendio degli italiani è tra i più bassi in Europa e insieme tra i più tassati. Ma la metà dei contribuenti dichiara non oltre 15mila euro annui e circa due terzi non più di 20mila euro, mentre solo lo 0,95% dichiara redditi maggiori ai 100mila euro. L'imponibile complessivo lasciato fuori dai cassetti delle dichiarazioni fiscali ammonta a circa 270 miliardi l'anno.
Più si scende da Nord a Sud, più sale l'intensità dell'evasione fiscale, piaga da oltre 120 miliardi. I rapporti tra il fisco e i contribuenti sono storicamente tempestosi, e tutt'e due cercano il jolly vincente. Compresa l'amministrazione, spesso sostenuta da una giurisprudenza amica, che tende a ribaltare l'onere della prova con l'accusato che deve dimostrare la sua innocenza fiscale.
A fronte di tutto questo s'afferma a livello politico un operoso attendismo, che taglia trasversalmente tutti gli schieramenti, compreso quello di centro-destra, che pure sulla questione fiscale ha scommesso molto. Certo, l'Europa ci guarda e mancano le risorse per la svolta, a meno di tagli draconiani sulla spesa o introiti straordinari frutto di un piano di dismissioni.
Si aspetta la rivoluzione federalista, la cui marcia non sarà però né breve né scontata. Il governo mette in cantiere la riforma nello spirito del 1994 (spostare la tassazione dalle persone alle cose) che dovrà superare quella dei primi anni Settanta e apre un tavolo di studio e di confronto con le parti sociali e professionali. Tutto corretto, ma anche molto lento.
Il partito delle tasse è più forte di quanto si pensi e poggia su compromessi politico-sindacali e scambi sociali, più o meno occulti, difficili da smantellare. Però colpisce che dalla carne viva della società, a parte i malumori di un giorno o qualche lamento corporativo, salga poco o nulla in direzione della svolta.
Del resto, minoritaria è storicamente la cultura liberale, che pure ci ha dato un Luigi Einaudi, un Bruno Leoni (l'istituto che porta il suo nome è in coraggiosa battaglia) o un Sergio Ricossa, per il quale la stessa civiltà borghese sarebbe crollata sotto il peso delle tasse.
Non sfondano i brillanti richiami accademici. Non attecchiscono, nel paese dove il professionismo politico è antipolitica e viceversa, i Tea Party all'americana fondati su un attivismo decentrato senza una leadership organizzata.
Resta solitaria l'iniziativa di un imprenditore come Giorgio Fidenato contro l'obbligo di trattenere le imposte per conto dei dipendenti per versarle poi al fisco.
Che sia il famoso sostituto d'imposta - al quale è sottoposto il lavoro dipendente - lo schermo che impedisce agli italiani di vederci più chiaro? Ecco una traccia possibile, confermata anche da una voce non sospetta (di liberismo fiscale alla Antonio Martino, per intendersi) quale quella dell'ex ministro prodiano Vincenzo Visco: il «miracolo della ritenuta alla fonte rende inconsapevoli di cosa sta accadendo» (Il Sole 24 Ore del 25 settembre 2009).
Mentre il leader dei radicali Marco Pannella, riformista con bussola liberale, richiama in questi giorni all'immagine del dipendente "gallina d'oro" di uno stato sprecone.
Grande storia, quella del sostituto. Nel 1994 la sua abolizione era prevista dal programma di Forza Italia e nel 1999 divenne oggetto dei referendum liberali e liberisti proposti dai Radicali. Ma il progetto, per la cui difesa presentò una memoria l'allora avvocato e professore Giulio Tremonti, fu dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale.
Anni dopo, il problema lo pose anche l'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti. Ma cadde nel vuoto. Da sinistra, dopo averlo fatto da destra.
La Conferenza nazionale di Milano ha riacceso i riflettori sui problemi delle famiglie italiane, invocando per esse maggiori aiuti dallo Stato in varie forme. C’è chi chiede più servizi sociali, chi incentivi fiscali soprattutto per le famiglie numerose, nessuno si chiede se lo Stato non stia già facendo troppo per la famiglia italiana, nel senso che quel che costosamente fa lo fa molto male, favorendo caratteristiche e comportamenti che frenano lo sviluppo del paese.
 
La spesa diretta in politiche sociali per la famiglia è in Italia solo l’1 per cento del Prodotto interno lordo contro il 2 per cento della media europea. Ma il “sistema Italia” sopporta costi ben maggiori per sostenere indirettamente genitori e figli conviventi. Ad esempio, il costo di efficienza che le imprese sopportano per la tutela del posto fisso e del reddito dei capi famiglia (prevalentemente maschi), attraverso la legislazione del lavoro e l’abuso, dove possibile, della cassa integrazione.
È un costo che si misura in termini di posti di lavoro improduttivi tenuti in piedi a oltranza e in termini di riduzione degli incentivi a una maggiore produttività, soprattutto nel settore pubblico.
Ma questi posti fissi e poco produttivi danno sicurezza alle famiglie. Anche la spesa pensionistica fuori controllo che consente a donne e uomini di mezza età di dedicarsi a casa e nipoti costituisce di fatto un aiuto alle famiglie che non ha pari in altri paesi. Così come le (inefficienti) sedi locali delle università in cui i giovani italiani possono studiare (male) senza allontanarsi da casa e quindi con costi inferiori per i loro genitori.
E l’elenco potrebbe continuare.
 
Queste e altre forme di finanziamento implicito sono funzionali a un sistema di welfare che proprio sulla famiglia si regge, perché così vogliono gli italiani e questo chiedono al sistema politico.
Ma fare delle famiglie le agenzie di erogazione del welfare ha dei costi pesanti per la società: primo fra tutti, la sottoutilizzazione delle potenzialità del lavoro femminile, ma poi anche la struttura familiare delle aziende o l’immobilità geografica e sociale: tutte cose che noi italiani troviamo piacevoli e rassicuranti, ma che al tempo stesso ci costringono a sprecare risorse, limitando la propensione al rischio e impedendo un abbinamento efficiente tra capitale umano e occasioni di lavoro.
Il risultato è un paese che non cresce, in cui il lavoro produce poco ed è pagato poco, in cui potremmo essere più produttivi ma i rischi che questo comporterebbe ci fanno preferire la comoda ovatta delle nostra economia familiare.
 
Preoccupa quindi che molti commentatori, in linea con il governo, auspichino ulteriori interventi nella stessa direzione. Ad esempio l’introduzione in Italia del “quoziente familiare”, ossia di un sistema di tassazione dei redditi che favorisce la natalità ma al tempo stesso induce le donne a rimanere a casa proprio per curare i figli che lo stesso sistema fiscale indurrebbe a procreare. Oppure il cosiddetto “Fattore Famiglia”, consistente essenzialmente in una sostanziosa “no tax area” proporzionale ai carichi familiari, a tutto vantaggio delle famiglie numerose.
 
Oggi i figli sono un scelta che i genitori possono compiere avendo a disposizione tutte le informazioni necessarie per valutarne i costi e i benefici.
Non si vede quindi perché chi sceglie liberamente di avere molti figli debba ricevere sovvenzioni pubbliche a spese di chi non ne vuole avere, o peggio ancora di chi non ne può avere. D’altro canto, la sovrapopolazione mondiale (ma anche solo quella della nostra penisola: 195 persone per kmq contro 32 della media europea) rende difficile pensare a una beneficio sociale della natalità che meriti l’incentivo pubblico.
Fare più figli per pagare le pensioni dei troppi anziani non risolve il problema, perché ci vorranno almeno vent’anni perché quei figli possano lavorare, e per allora quegli anziani in eccesso non ci saranno più. E comunque, in un sistema pensionistico contributivo, il lavoro dei figli servirà a pagare le loro pensioni, non quelle della generazione precedente che ha deciso di vivere al di sopra delle sue possibilità.
E se invece l’argomento a favore del fare più figli fosse mantenere un equilibrio con gli immigrati, dovremmo metterci di impegno per tornare ad avere dieci figli a coppia e allora la sovrappopolazione diventerebbe davvero un problema.
Personalmente ritengo che l’immigrazione di stranieri faccia bene al paese (immaginatevi cosa succederebbe in Italia, ad esempio agli anziani, se improvvisamente tutti gli stranieri se ne tornassero a casa), ma certamente i problemi dell’immigrazione non si risolvono facendo più figli noi.
 
Tuttavia, quand’anche decidessimo che una maggiore natalità fa bene al Paese, difficilmente potremmo concludere che sia una buona idea indurre le donne a stare di più a casa e gli uomini a lavorare di più nel mercato, in un paese in cui solo il 46 per cento delle donne ha un impiego retribuito. Eppure questo è esattamente il risultato che il governo otterrebbe con il sistema del quoziente familiare.
 
Facciamo un esempio. Supponiamo, per semplicità, che le aliquote Irpef medie siano il 5 per cento per un reddito di 50, 10 per cento per un reddito di 75 e 20 per cento per un reddito pari a 100. Se in una famiglia l’uomo guadagna 100 e la moglie 50 e in un’altra guadagnano tutti e due 75, con la tassazione disgiunta la prima famiglia paga più tasse della seconda: ossia 2.5 + 20 = 22.5 contro 7.5+7.5=15. Ciò può essere visto come un’ingiustizia perché le due famiglie pur avendo lo stesso reddito totale pagano tasse diverse.
 
Il metodo del quoziente familiare si propone di ovviare a questa ingiustizia, ma ne genera un’altra. Nella prima famiglia, con la tassazione disgiunta, se la donna, che guadagna 50, volesse lavorare di più, il suo reddito marginale verrebbe tassato al 5 per cento, mentre con il quoziente quella stessa donna dovrebbe considerare una aliquota marginale del 10 per cento, perché ai fini fiscali è come se il suo reddito fosse quello medio familiare, ossia 75 e non 50.
 
Quindi con la tassazione disgiunta, ogni euro guadagnato da moglie e marito viene tassato nello stesso modo, ma famiglie con redditi uguali possono essere tassate in modo diverso. Con il metodo del quoziente, le donne sono tassate di fatto più degli uomini, ma famiglie con redditi complessivi uguali hanno la stessa imposizione. Se riteniamo che la partecipazione al lavoro delle donne sia un obiettivo importante per il nostro paese è evidente che il metodo del quoziente familiare ci allontana da questo obiettivo, e la tassazione disgiunta è preferibile.
Meglio ancora sarebbe la tassazione differenziata a favore delle donne come proposto nei progetti di legge dei senatori Morando e Germontani (uno del PD, l’altro PdL), di cui purtroppo nessuno in questi giorni ha parlato.
 

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permalink | inviato da albertolupi il 16/11/2010 alle 16:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
io tu lei noi voi (era uma canzonetta)
post pubblicato in diario, il 26 agosto 2009


L'ultima fatica letteraria di Walter Veltroni e l'ultimo articolo di Romano Prodi sono due contributi al dibattito nella sinistra italiana di gran lunga più interessanti di quanto i due autori ci abbiano mai detto da leader, perché incarnano l'ultimo immaginario di quel popolo. Ma entrambi, ora che sono a casa e dispongono di molto tempo libero per riflettere, sono tornati alle loro rispettive radici culturali, in realtà mai abbandonate e sintetizzabili proprio nel titolo del romanzo di Veltroni: la centralità del «Noi». Potete leggere sul riformista (in forma originale) il pensiero di Antonio Polito , qua una forma ridotta del suo, ma con considerazioni personali.

Ora la parola di per sé dovrebbe fare nascere sospetti: le associazioni NOI secondo Google Italia possono essere od una associazione di oratori e circoli (un prete presidente) oppure le NOTIZIE OMOSESSUALI ITALIANE dirette da Franco Grillini. “Noi” – è quello che inizialmente m’è venuto in mente (in russo ??, pron. "mì") – opera dello scrittore russo Evgenij Zamjatin scritto tra il 1919 e il 1921, un romanzo a carattere satirico (ambientato nel futuro ed è spesso considerato un capostipite del genere dell'utopia negativa o distopia): in questo libro il totalitarismo e il conformismo caratteristici della prima Unione Sovietica venivano portati agli estremi, dipingendo un'organizzazione statale che individua nel libero arbitrio la causa dell'infelicità, e che pretende di controllare matematicamente le vite dei cittadini attraverso un sistema di efficienza e precisione industriale di tipo tayloristico.


Il pensiero liberale, quello della sinistra liberale – come della destra liberale – ha, come categoria fondante (la cosa è riconosciuta almeno dal 1800 e qualcosa nella differenziazione del concetto di libertà tra antico e moderno fatta da Constant) l'«Io», ossia l'individuo, la persona, i suoi gusti, la sua realizzazione, il suo successo, il suo progetto di vita, la sua grinta nel perseguirlo: la sua ricerca felicità, per dirla con la dichiarazione d’indipendenza americana.
Cercando di promuovere se stesso, l'Io sviluppa quella forza motrice che migliora anche la società in cui vive. Esercitando appieno la sua libertà, l'Io accresce il benessere e la libertà di tutti. Non è affatto vero, come lascia capire Prodi, che questo pensiero non sia altro che neo-liberismo camuffato. Per Margaret Thatcher, non esisteva «una cosa chiamata società», ma solo gli individui. Per Tony Blair, invece, la società esiste; ma solo gli individui, con la loro azione, possono renderla migliore, non certo quell'entità astratta, occhiuta e spesso inefficiente che è lo Stato.

La sinistra liberale sa che lo Stato non è la soluzione dei problemi degli individui, ma spesso è il problema. Pensa che siano gli individui a sapere che cosa è meglio per loro, e se lasciati liberi di prosperare l'intera società ne trae profitto. Sostiene che lo Stato deve intervenire per rimuovere gli ostacoli al successo individuale (concetto fondante persino nella Costituzione italiana) ed a tendere una rete di protezione a vantaggio di coloro che, in questa scalata, non ce la fanno.

Invece, per il pensiero solidaristico, sia cattolico che marxista, il soggetto della Storia, e del progresso, è il Noi. La chiesa prima, i grandi movimenti collettivi, le masse organizzate, il popolo del Novecento. Popolo del quale si presume un’archetipa volontà generale, che lo Stato è chiamato a incarnare, interpretare e realizzare. Quando Veltroni condanna «l'egoismo e l'individualismo» come mali della società italiana contemporanea anche peggiori di Silvio Berlusconi medesimo, ci indica implicitamente come virtù i loro opposti. L'opposto di egoismo è «altruismo»; l'opposto di individualismo è «collettivismo». Non è senza ragione che i concetti di moralità civica che fanno mettere a morte Socrate siano legati ad un NOI contro un TU, che è il singolare del VOI di cui sotto.

Questa nostalgia del Noi, elevata a dignità letteraria nel romanzo di Veltroni e indicata come motivo dell'insuccesso del suo governo nell'articolo di Prodi, non solo è inattuale, perché non corrisponde più alla società italiana di oggi. È anche pericolosa: ogni volta che si esalta un Noi, si implica anche un Voi, che state dall'altra parte, e siete ciò che impedisce a noi, i migliori, di trionfare.
 


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permalink | inviato da albertolupi il 26/8/2009 alle 12:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
dall'autore di The West and The Rest
post pubblicato in diario, il 11 agosto 2009


Ovunque abbia preso piede la visione occidentale dell’ordine politico, troviamo libertà di espressione: libertà di dissentire pubblicamente, libertà di fare satira su ciò che è solenne e di ridicolizzare i controsensi legati alla sfera del sacro.

Questa libertà di coscienza ha bisogno di un governo secolare, ma che cosa rende legittimo un governo secolare? A questa, domanda tra i pensatori moderni, è  dta la risposta secondo cui sovranità e legge sono legittimate dal consenso di quelli che devono obbedirgli.
In due modi: attraverso un “contratto sociale” reale o implicito (nascita o adozione della cittadinanza in base al quale ogni singolo individuo si sviluppa o si accorda con gli altri sui principi del governo) ed attraverso un processo politico in cui ognuno partecipa alla creazione e all’approvazione della legge.
Il diritto e il dovere alla partecipazione è ciò che noi intendiamo – o dovremmo intendere – con la parola “cittadinanza”. La distinzione tra comunità politiche e comunità religiose che può essere sintetizzata così: le comunità politiche sono composte da cittadini mentre quelle religiose sono formate da soggetti che hanno deciso di "sottomettersi" a un credo.
 
Se vogliamo una definizione semplice dell’Occidente com’è oggi, il concetto di cittadinanza è un buon punto di partenza. Ecco quello che cercano i milioni di migranti che si spostano in giro per il mondo: un ordine che conferisca sicurezza e libertà in cambio di consenso.
Di Roger Scruton l’11 Agosto 2009 l’Occidentale pubblica Il perdono e l'ironia hanno reso migliore l'Occidente e ora possono salvarlo – lungo, ma vale la pena di leggerlo.
 

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permalink | inviato da albertolupi il 11/8/2009 alle 17:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
da leggere forse
post pubblicato in diario, il 11 agosto 2009


è in inglese, naturalmente, qualche riferimento in francese ed ovviamente su quel giornalaccio di Ferrara, nel senso di Giuliano.

l'ultimo acquisto
post pubblicato in diario, il 7 agosto 2009


Henri Benjamin Constant de Rebecque (noto in genere come Henri Benjamin Constant) nacque a Losanna da famiglia ugonotta. Pensatore di profonde convinzioni liberali, dopo una prima adesione al governo rivoluzionario francese scelse l’esilio insieme a Madame de Staël, con la quale aveva stretto un influente sodalizio. Il rifiuto del radicalismo giacobino e dell’autoritarismo napoleonico ispira le sue opere più note e importanti, quali Principi di politica (1806-1815), La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (1819) e il saggio Dello spirito di conquista e dell’usurpazione nei loro rapporti con la civiltà europea (1814). Questo è uno dei testi più noti di Benjamin Constant ed un autentico manifesto del pensiero liberale classico. Il grande filosofo franco-svizzero esamina qui i frutti del militarismo e della tirannia che avevano caratterizzato l’epopea napoleonica. La lucidità e acutezza nell’analisi della dittatura bonapartista al tramonto rendono questo saggio un atto di accusa contro ogni tipo di potere assoluto. Tanto che le questioni con le quali Constant si confronta hanno una salienza immediata anche per le epoche successive, non ultima la nostra. Per Constant l’umanità «è ormai giunta a un grado di civiltà per cui la guerra non può che riuscirle di peso: la sua tendenza uniforme è verso la pace». Egli considerava dunque, quasi duecento anni fa, il ricorso alla guerra fra le nazioni profondamente in opposizione rispetto all’evoluzione storica e anche agli interessi del libero mercato. Come sia andata a finire un secolo dopo lo sappiamo (quasi) tutti.
Ma questo testo è molto di più di una brillante riflessione su militarismo e potere: vengono infatti qui presentati tutti i grandi temi della riflessione politica constantiana, dalla critica a Rousseau e Mably, all’idea del governo limitato, all’opposizione fra libertà degli antichi e dei moderni, solo per menzionarne alcuni.
Recentemente in Italia una nuova edizione di Conquista e usurpazione è stata interamente tradotta e curata da Luigi Marco Bassani, sulla base delle quattro edizioni che Constant pubblicò in vita. Costa 24 €, io a 10,34 ho acquistato un tascabile usato su Amazon.fr.


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permalink | inviato da albertolupi il 7/8/2009 alle 14:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
i liberali
post pubblicato in diario, il 21 luglio 2009


Chi cura questa paginetta nel suo passato ha anche qualche anno di militanza libeale, nell’allora partito di Malagodi. Questo spiega il piacere di avere trovato questo pezzo che, da L’”Indice dei libri del mese” n. 7/8 (luglio-agosto 2009) – per il tramite di Notizie Radicali, mi permetto di copiare e postare: la rcensione di Angiolo Bandinelli al libro: “I liberali italiani dall’antifascismo alla Repubblica”. a cura di Fabio Grassi Orsini e Gerardo Nicolosi. Vol. I, pp. 838, ? 36. Rubbettino, Soneria Mannelli (Cz) 2009
continua

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permalink | inviato da albertolupi il 21/7/2009 alle 8:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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