.
Annunci online

proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
I ricchi e i poveri
post pubblicato in diario, il 23 ottobre 2019


Come si concilia la fine della crescita economica con l’affermarsi di un consumo opulento di massa? Come possono stare insieme due fenomenologie apparentemente opposte come quella dei Neet e dei ristoranti pieni?
«L’Italia è un tipo unico di configurazione sociale. È una “società signorile di massa”, il prodotto dell’innesto di elementi feudali nel corpo principale che pure resta capitalistico».
Come testimoniano anche i 107 miliardi di spesa per il gioco d’azzardo, il 65% di vacanze lunghe, un’auto e mezza per famiglia, le ripetizioni a manetta per i figli, il 36% iscritto a palestre e centri fitness e la cifra-monstre di 8 milioni di consumatori di sostanze illegali.

Alle domande che in diverse occasioni ci siamo posti un po’ tutti arriva oggi una risposta secca del sociologo torinese Luca Ricolfi: La società signorile di massa (La nave di Teseo).
Il sociologo torinese si è dato un obiettivo più ambizioso: una rilettura delle basi sia antropologiche sia materiali di una società dove il numero di cittadini che non lavorano ha superato ampiamente il numero di quelli che lavorano, l’accesso ai consumi opulenti ha raggiunto una larga parte della popolazione e la produttività è ferma da 20 anni.
Ad alimentare i consumi sono per prime le rendite, la fonte su cui da sempre nobili, proprietari e classe agiata hanno poggiato le loro vite. Il generosissimo sistema di pensioni elargito a genitori e nonni hanni consentito il passaggio verso una società opulenta, che poi descrive così: «Non l’auto ma la seconda auto con gli optional. Non la casa, ma la seconda casa al mare o in montagna. Non la bici ma le costose attrezzature da sub o da sci. Non le solite vacanze d’agosto dai parenti ma weekend lunghi e ripetuti. E ancora: i corsi di judo, l’apericena, i mega schermi piatti. Un consumo che eccede i bisogni essenziali, supera il triplo del livello di sussistenza».
Siamo diventati signori senza essere stati capitalisti.
È tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila che la ricostruzione di Ricolfi colloca i passaggi-chiave, ossia ben prima del Berlusconismo, naturalmente la considerazione dell’ultimo Pasolini farebbe pre-datare il fenomeno a una ventina d’anni prima, quando come reazione alla fine del miracolo economico si tentò una pensionistica “via italiana al socialismo”.

Questa società signorile, che consuma più di quanto produca, a Ricolfi appare malata e si regge su tre pilastri. La ricchezza reale e finanziaria accumulata dai nonni, la formazione di un’infrastruttura schiavistica, un esercito di paria al servizio dei Signori il “lato oscuro” della società signorile: la «struttura paraschiavistica», di quella parte della popolazione residente, per lo più straniera, collocata in ruoli servili a beneficio dei cittadini italiani. Chi sono i paria di Ricolfi? Lavoratori stagionali spesso africani, prostitute, colf, dipendenti in nero, facchini della logistica, muratori dell’Est. Un esercito di 2,7 milioni di persone che genera surplus e eroga servizi a famiglie e imprese e «senza i quali la comunità dei cittadini italiani non potrebbe consumare come fa».

E, infine, la distruzione della scuola: è l’istruzione senza qualità a generare il fenomeno della disoccupazione volontaria. «I titoli di studio rilasciati dalla scuola e dall’università sono eccessivi rispetto alle capacità effettivamente trasmesse — rincara Ricolfi — La scolarizzazione di massa ha moltiplicato il numero di aspiranti a posizioni sociali medio-alte ma il numero di tali posizioni resta invariato» (N.B. Gia negli anni ’70 un sociologo inglese aveva puntato al fatto che la società della scolarizza zione di massa aumenta gli aspiranti a posti apicali, mentre i posti stessi restano gli stessi). I giovani d’oggi possono permettersi di rifiutare offerte di lavoro che giudicano inadeguate perché nonni e padri hanno accumulato una quantità di ricchezza senza precedenti.

Con un conto che non so giudicare se corretto o a spanne Nel 1951 la ricchezza media della famiglia italiana era (equivalente) a circa 100 mila euro, negli anni ’90 era salita a 350 mila — grazie al debito pubblico e alle bolle speculative immobiliari — e oggi viaggia su quota 400.
«La ricchezza è cresciuta più del reddito» annota Ricolfi, ed assieme al debito – aggiungo io.
Il guaio è che si tratta di «ricchezza apparente» e posizionale.
Apparente perché io posso anche pensare (col Catasto) che casa mia valga 2-300 mila euro e quindi basarmi su questa valutazione per decidere il mio stile di vita, ma voglio vedere quando cercherò di venderla.
Posizionale sia in senso genealogico che geografico, il secondo fattore è ignorabile dai sani, non dai malati che vedono legata alla residenza la loro assistenza sanitaria, i famosi pensionati che si trasferiscono in Tunisia o Bulgaria debbono essere sani, forse un poco meno di preoccupazione per chi si trasferisce in Portogallo. Ma ad una certa età una spesa di un mill’euro al mese di medicine per i trattamenti cronici alla ASL si costa.
Per il primo sono, per molti giovani, legati al fatto d’essere Figli o Nipoti: le pensioni con la morte dei nonni e dei padri si dissolveranno come nebbia al sole; senza soldi per pagare avremo allora le rivolte. Anche la Repubblica Romana morì nelle guerre servili.




permalink | inviato da albertolupi il 23/10/2019 alle 3:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia novembre       
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv