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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
SULL’IDEOLOGIA REGRESSIVA DEL “CHILOMETRO ZERO”
post pubblicato in diario, il 7 luglio 2017


Perché i No-Global il 1° maggio a Milano manifestavano contro Expo 2015?

Lo dice il loro nome stesso: manifestavano contro la globalizzazione.

Più precisamente contro le multinazionali depredatrici dei Paesi poveri e devastatrici del pianeta, per una economia “a chilometro zero”. Cioè sostanzialmente per il modello dell’economia curtense risalente al medioevo profondo, prima delle crociate e di Marco Polo.

Per poter organizzare e attuare le loro manifestazioni, certo, e probabilmente anche per molte altre loro attività, i No-Global usano telefonini, aerei, automobili e treni ad alta velocità prodotti esclusivamente da grandi multinazionali. Ma questo è un ostacolo logico facilmente superabile: si combatte il Male utilizzando i suoi stessi strumenti.



Meno facilmente superabile è forse la constatazione che per lo sviluppo dei Paesi poveri, nell’ultimo secolo, ha fatto più la globalizzazione di quanto abbiano fatto tutte le iniziative filantropiche messe insieme.

Ma diranno che non è così, che questa affermazione è solo un frutto del “pensiero unico” liberista dominante. C’è però una circostanza preoccupante che i No-Global non possono negare: la perfetta coincidenza dei loro obiettivi fondamentali con quelli dell’ISIS: anche gli incappucciati della Jihad si propongono essenzialmente di combattere la contaminazione del mondo islamico da parte della cultura occidentale, difendendo quel tanto di medievale che ancora lo caratterizza e bloccando la globalizzazione.

Gli uni coi caschi neri, gli altri coi burqa e i passamontagna, tutti insieme contro la modernità e per un mondo in cui ciascuno resti rigorosamente a casa propria. Gli uni e gli altri, però, alla disperata ricerca di uno spazio nella comunicazione globale, attraverso quelli che sono i suoi strumenti per eccellenza: la televisione e Internet.

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Tutta la storia del progresso umano è fondata sull’aumento del raggio di mobilità delle persone, delle idee e dei beni di cui disponiamo. Ritornare a un’economia in cui anche soltanto persone e beni si muovono soltanto nel raggio di un chilometro o poco più significa tornare a una situazione di povertà materiale grave; ma anche, in qualche misura, a una situazione di povertà spirituale, se è vero che il nostro spirito si nutre anche dell’incontro con gli altri. E poi vedo un intreccio pericoloso tra l’ideologia del “chilometro zero” e quella della chiusura delle frontiere, del restauro delle sovranità nazionali in contrapposizione con la costruzione dell’Unione Europea, dei muri e fili spinati contro i profughi. Insomma, penso che la globalizzazione costituisca un fenomeno complessivamente positivo: un fenomeno che – certo – ci impone di attrezzarci per farvi fronte, ma che complessivamente fa del bene al mondo e in particolare alla parte più povera e più arretrata dell’umanità.



Contro la ratifica del CETA, l’accordo di libero scambio euro-canadese, come già contro quello analogo con gli U.S.A., si sta scatenando in tutta Europa un’opposizione che ha tutti i caratteri della psicosi di massa. Tanto diffusa e accanita, quanto sono false le notizie su cui è fondata. Viene denunciato il pericolo che il vecchio continente sia invaso da prodotti geneticamente modificati o da carne agli ormoni (anche se l’accordo li esclude), che le normative nazionali a tutela della salute e dell’ambiente ne vengano travolte (l’accordo invece le salvaguarda espressamente), che ne conseguano gravi crisi occupazionali (al contrario, l’accordo aumenterà occupazione e redditi, perché quella europea e quella canadese sono economie fortemente complementari). Si teme, ancora, che l’assoggettamento alla giurisdizione speciale di una Corte sovranazionale istituita dal trattato leda la sovranità delle nostre istituzioni democratiche; ma questa Corte opererà anche a tutela di nostri diritti commerciali, che oggi in Canada non sono protetti per nulla; e comunque qualsiasi trattato internazionale deve prevedere una giurisdizione sovranazionale che lo garantisca: lo prevede la nostra stessa Costituzione. Che cosa, dunque, si annida sotto questa reazione irragionevole, da destra e da sinistra, contro un ragionevolissimo accordo di libero scambio, prezioso per un Paese esportatore qual è l’Italia?



Se si scava un po’, alla radice di tutte le opposizioni si trova l’ideologia del “chilometro zero”. Cioè il vagheggiamento di una economia nella quale sia le persone sia le merci si muovono molto meno e le cose restano uguali a se stesse per una vita e anche più (salvo apprezzare l’I-Phone, il pc, Internet e il biglietto Milano-Londra a 30 euro). Nulla da eccepire, purché sia chiaro che in una economia di quel tipo il lavoro umano è mediamente molto meno produttivo e meno retribuito che in una economia aperta alla specializzazione internazionale.

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permalink | inviato da albertolupi il 7/7/2017 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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