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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
un liberale, non un laburista.
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2017


Perché le nazioni falliscono

– Acemoglu & Robinson



Perché una nazione cresce e riesce a ridurre, sino quasi a farla scomparire, la povertà mentre un’altra non ci riesce? Forse perché gode di una collocazione geografica più favorevole (a Nord piuttosto che a Sud) o perché è più ricca di materie prime e di terre fertili? No, per nessuna di queste ragioni. Cresce perché dispone di istituzioni economiche più inclusive e di Istituzioni politiche più democratiche. La geografia e la natura non c’entrano nulla, c’entra invece la Politica.

E’ questa la tesi che due storici dell’economia “immigrati” negli USA, Aron Agemoglu dalla Turchia e James Robinson dall’Inghilterra, sostengono nel loro straordinario saggio del 2012 “Perché le nazioni falliscono”.

Per loro una nazione, per potere crescere e sconfiggere la povertà, deve essere, innanzitutto, uno Stato di diritto: uno Stato, cioè, che tutela la proprietà privata, che garantisce la concorrenza, che incoraggia l’innovazione e promuove la mobilità sociale. “Società aperta” e “governo della legge” sono, in estrema sintesi, i due grandi motori dello sviluppo, sempre ed ovunque.

A questa conclusione i due economisti giungono partendo da lontano. Da Roma, ad esempio, il cui declino ha avuto inizio col passaggio dalla Repubblica all’Impero e con il prevalere del lavoro degli schiavi su quello degli uomini liberi. O da Venezia, la cui crescita era dovuta al fatto di disporre di istituzioni economiche inclusive, come la “commenda”, che garantivano a tutti l’accesso alle attività mercantili, e che ha cominciato a declinare nel momento in cui quelle Istituzioni sono state soppiantate da una soffocante oligarchia.

O, ancora, dalla Cina che nel XVI secolo prese, per il capriccio di un Imperatore, la fatale decisione di liquidare la propria immensa flotta e di autoescludersi dalla corsa alle Conquiste Geografiche condannandosi così alla stagnazione prima e alla rovina poi.

In tutti questi casi è la Politica che spiega il fallimento delle nazioni, come testimonia, per venire ai nostri giorni, anche la vicenda davvero emblematica dei due villaggi gemelli, quello di Nogara/ Arizona negli Usa e quello di Nogara/Sonora in Messico. Questi due villaggi si trovano a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro e sono separati soltanto da una “invisibile” frontiera. Eppure il primo cresce e prospera mentre il secondo ristagna. Perché? Forse perché, argomentano i due economisti, quello localizzato in America (USA) può “godere” dei vantaggi offerti dalle Istituzioni economiche e politiche americane (eredità positive, queste, del colonialismo inglese) mentre quello localizzato in Messico deve “soffrire” degli svantaggi delle Istituzioni latino americane (che rappresentano il lascito negativo dell’assolutismo spagnolo).

E con ciò si entra nel vivo del problema dello sviluppo per come lo intendono Agemoglu e Robinson. Il vero punto di svolta nella storia dello sviluppo, quello da quale ha preso il via la “grande fuga” dell’Umanità dalla miseria e dalla fame, è rappresentato, secondo gli autori, dalla Rivoluzione Inglese del 1688, meglio conosciuta come la “Glorious Revolution”. Una Rivoluzione Riformista (se ci si consente l’ossimoro), che non ha tagliato la testa a nessun Re e che ha sparso assai poco sangue (nulla in confronto alla ferocia di quella francese e russa) ma che ha gettato le fondamenta della moderna democrazia e dello Stato di diritto. Una rivoluzione che ha fatto della “ Rule of Law” (governo della legge) la base su cui poggia l’intera impalcatura dello Stato (il più bel regalo che gli inglesi hanno fatto al mondo, secondo Roger Scruton).

La rivoluzione del 1688 non ha decretato la fine dell’assolutismo degli Stuart per sostituirlo con uno nuovo (come in Russia) ma ha fatto della difesa del Cittadino dalla ingerenza indebita dello Stato il principio informatore della sua politica. Ha creato, insomma, i presupposti per la nascita della moderna società aperta, il che è infinitamente molto di più di quanto qualsiasi altra rivoluzione, ivi compresa quella francese, ci abbia mai dato.

Ma il suo merito più grande è quello di avere reso possibile lo sviluppo della rivoluzione industriale che non sarebbe mai decollata in assenza di un contesto politico ed istituzionale favorevole. Certamente la rivoluzione industriale ha rappresentato uno shock perché ha radicalmente cambiato la vita degli uomini, non solo in Inghilterra ma in tutto il mondo. Eppure quella rivoluzione (assai più drammatica di quella digitale che stiamo vivendo ora) ha consentito all’Umanità, nel breve arco di poco più di due secoli, di percorrere un tratto di strada più lungo di quello che aveva percorso sino ad allora, a partire dal Paleolitico. Un gigantesco e straordinariamente benefico balzo in avanti.

Anche allora lo sviluppo creò problemi e incontrò ostacoli ed anche allora fu la Politica a risolverli. Quale Politica, però? Questo è il punto meno sviluppato del saggio di cui stiamo parlando e che meriterebbe forse un approfondimento.

La Rivoluzione Inglese è stata anche frutto dell’illuminismo scozzese e del pensiero liberale. E’ il liberalismo che ha spianato la via alla rivoluzione industriale, e sono stati i politici liberali che per primi si sono accorti dei problemi sociali che quella rivoluzione creava e che hanno cercato di risolverli. Nella sua mirabile storia del Liberalismo, Edmund Fawcett dimostra come il liberalismo sia tutt’altro che immutabile e come abbia saputo evolvere in particolare attraverso due “grandi compromessi storici” (li chiama proprio così: “historical compromises”). Il primo con la Democrazia, e l’esito dell’incontro fra il pensiero elitario liberale e quello egualitario della Democrazia ha prodotto i moderni sistemi democratici fondati sul suffragio universale e sui Partiti politici. Il secondo, quello fra il liberalismo e il nascente socialismo, ha aperto la via alla democrazia industriale e allo Stato Sociale. Il padre del “ Welfare State”, che oggi tutti invocano e la cui riforma potrebbe davvero aiutarci a gestire gli effetti collaterali negativi della rivoluzione digitale in atto, si chiamava Beveridge ed era, per l’appunto, un liberale, non un laburista.

E anche questo, forse, non è un caso




permalink | inviato da albertolupi il 6/3/2017 alle 16:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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