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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
IL FANATISMO SENZA FUTURO CHE DISTRUGGE IL PASSATO
post pubblicato in diario, il 17 giugno 2020


Ripropongo, avendolo trovato interessante


L’onda fanatica e integralista che si sta abbattendo su alcuni paesi occidentali, sulla scia delle proteste anti-razziste nate negli Stati Uniti dopo la brutale uccisione di George Floyd, va ormai oltre gli isterismi censori che di solito si imputano al “politicamente corretto”: un movimento di idee nato nei campus americani con l’obiettivo di combattere le discriminazioni contro le minoranze e divenuto una gabbia linguistico – culturale che ormai rischia di soffocare il dibattito pubblico e la stessa ricerca accademica.

Dall’igiene delle parole, con esiti d’un conformismo spesso grottesco a dispetto delle buone intenzioni iniziali (il rispetto delle differenze e la difesa del multiculturalismo attraverso il bando dei termini potenzialmente offensivi), siamo ormai scivolati nell’iconoclastia (l’abbattimento o rimozione di statue e lapidi, l’oltraggio ai monumenti e la censura alle opere d’arte) e nella violenza come strumento con cui minoranze radicali attive intendono imporre la propria visione ideologica all’intera società: non il riconoscimento degli errori del passato (da spiegare e contestualizzare senza giustificarli), ma la sua cancellazione simbolica e materiale.

Nulla di nuovo, beninteso. Nel corso del Novecento – e andando indietro nei secoli – s’è visto decisamente di peggio. Di vincitori in armi, di capi politici violenti o di masse infuriate che hanno cercato di cancellare ogni traccia (anche fisica) dei loro nemici privati e pubblici la storia è piena. Il problema è che questa forma odierna di damnatio memoriae, indirizzata contro personalità del passato accusate oggi d’aver praticato o avallato politiche discriminatorie su base razziale quando vigevano altri sistemi di valore e sensibilità, nasce nel cuore del mondo per definizione libero, pluralistico e tollerante. La discriminazione delle idee, la censura e la riscrittura del passato sono pratiche correnti nei regimi autocratici e totalitari. Ma come si spiega questo scoppio di settarismo travestito da lotta per i diritti e da indignazione civile nelle democrazie più avanzate?

Probabilmente stanno concorrendo molti fattori. Il più banale, e generale, è il clima sociale rabbioso che la pandemia ha creato su scala globale. Il lungo lockdown è stato rivelatore, tra le altre cose, delle grandi ineguaglianze presenti anche nelle società più sviluppate (che in Paesi come gli Stati Uniti sono al contempo economiche e razziali), cui si sono aggiunte le paure per la recessione già cominciata. Dalle grandi emergenze storiche si esce sempre attraverso una fase di caos e convulsioni, nella quale probabilmente siamo appena entrati.

Nemmeno è da trascurare l’aspetto, anch’esso generico, di rivolta generazionale. Sennonché alla ricorrente lotta dei figli contro i padri naturali s’è aggiunta stavolta quella contro gli antenati e i padri simbolici: tutti colpevoli, come in una catena genealogica che non ammette innocenti, del presente senza futuro che le classi più giovani sentono di vivere per la prima volta nella storia del mondo. In questo caso, più che di rabbia sociale si tratta di disperazione individuale e di gruppo.

Ma questo è solo lo sfondo del nuovo oscurantismo occidentale, così come il video che riprendeva la morte di un afro-americano per mano di poliziotti bianchi (non tutti bianchi, in realtà) non è stato altro che l’innesco occasionale delle ragioni che più direttamente alimentano questa sorta di movimento luddista applicato alla (propria) storia.

Ad esempio, la frustrazione politica che attanaglia i movimenti della sinistra radicale o antagonista dacché hanno preso consapevolezza di aver fallito il loro obiettivo generale: cambiare lo stato delle cose, a partire dai rapporti sociali ed economici iniqui creati da un capitalismo che hanno sempre detto di voler abbattere o riformare drasticamente. Nella sua permutazione finanziaria e iper-tecnologica, il capitalismo globale ha però dimostrato di essere una forza storica inarrestabile, capace di inglobare e di piegare alle sue logiche anche chi lo contesta ed è costretto, per farlo, ad utilizzare gli strumenti che esso stesso gli fornisce governandoli dall’alto e sempre secondo logiche di profitto (a partire dai social).

Nella mentalità pseudorivoluzionaria di molti attivisti, l’impossibilità di cambiare il presente (ovvero il fallimento di tutti i tentativi fatti sinora) sembra aver trovato una compensazione, politica e psicologica, nell’attacco simbolico al passato. Invece di prendersela con Zuckerberg o Bezos, ci si accanisce sulla statua di Churchill o Montanelli. È un rivoluzionarismo che non potendo costruire il “mondo nuovo” (a quello hanno pensato Microsoft, Apple, Amazon e Facebook) prova a riscrivere o cancellare il “mondo vecchio”.

C’è poi un altro fattore, tragicamente paradossale: le democrazie liberali, sulla base di una perversa osmosi tutta da spiegare, sembrano aver inconsapevolmente introiettato alcuni dei tratti peggiori dei modelli politici che hanno storicamente combattuto. Dai sistemi totalitari viene ad esempio quella concezione pedagogica della politica e della storia che rischia di sconfinare, ove perseguita, nell’indottrinamento dall’alto e nella censura delle idee sgradite al potere: che nelle democrazie odierne sta diventando soprattutto quello anonimo di un’opinione pubblica che in realtà spesso riflette non l’opinione generale, ma l’attivismo di alcune minoranze organizzate particolarmente aggressive e mediaticamente ben supportate. Dai regimi fondamentalisti pseudoreligiosi viene invece una visione della convivenza civile che in certe società democratiche tende a basarsi sempre più sui divieti per legge, sull’interdetto sociale, sul conformismo dei valori, sulla codifica pubblica dei costumi, dei comportamenti e del linguaggio, sull’esistenza di una morale pubblica obbligatoria o egemone alla quale uniformarsi come singoli.

Molto gioca anche, nella moda odierna di dare del criminale genocida a Cristoforo Colombo, non tanto l’ignoranza obiettiva del giovane rivoltoso acculturatosi attraverso la Rete, quanto il rifiuto in sé della storia come forma di conoscenza (in passato non ha niente da insegnarci) e come orizzonte temporale (il presente è l’unica dimensione che riusciamo a padroneggiare mentalmente). Rifiuto che si accompagna, nel mondo cosiddetto occidentale, alla stanchezza della storia, tipica di tutte le civiltà decadenti che sentono di aver esaurito la loro spinta propulsiva, e ad un odio di sé penitenziale che nasce non da un’assunzione di responsabilità, che per essere seria richiederebbe un vaglio critico del passato e una sua conoscenza analitica, ma dal desiderio di liberarsi da ogni peso chiedendo scusa, inginocchiandosi e chinando il capo. La storia – che come diceva Gramsci “è una unità nel tempo, per cui il presente contiene tutto il passato e del passato si realizza nel presente ciò che è essenziale” – è per definizione un contenitore di fatti ed eventi controversi, ambigui e laceranti che evidentemente non si ha più la voglia di affrontare: più semplice condannarla e ripudiarla secondo criteri morali o sulla base di interessi politici contingenti. L’auto flagellazione e la denuncia pubblica sono del resto più semplici (e, a quanto pare, mediaticamente più efficaci) di una rilettura critica del passato.

Ma cosa si rischia se quest’ondata di furore, giustificata dal desiderio di costruire una società più inclusiva e armonica, dovesse continuare? Secondo l’esperienza non c’è azione che non susciti una reazione. E se la prima è violenta e discriminatoria, lo sarà anche la seconda. Così come un’identità forzatamente negata ne provoca l’irrigidimento. Visto che va di moda parlare del rischio di un nuovo fascismo, ricordiamo che quello originario mussoliniano si costruì una base di massa e un vasto consenso quando si trasformò, da aristocrazia delle trincee e da movimento eversivo qual era, in anti-bolscevismo militante, in catalizzatore della grande e piccola borghesia intimorite dallo spettro della rivoluzione comunista. Quando si teme una forma di oppressione, nel contesto odierno quella che in nome della “giustizia razziale” finisce per vedere in ogni uomo bianco un oppressore chiamato a vergognarsi del suo passato, il pericolo è che si finisca per aderire, per auto-difesa, ad una di segno opposto. Dalla “giustizia razziale” alla “guerra razziale”, coi movimenti d’estrema destra che già si mobilitano, il passo potrebbe essere tragicamente breve.

* Editoriale di Alessandro Campi aparso su “Il Messaggero” (Roma) e “Il Mattino” (Napoli) del 12 giugno 2020





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il violinista nella metro
post pubblicato in diario, il 12 giugno 2020


Si racconta che un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l'ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.

Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c'era un musicista che suonava. Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia.

Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare.

Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l'uomo guardò l'orologio e ricominciò a camminare.

Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi.

Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, ne' ci fu alcun riconoscimento.

Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo. Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari.

Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari.

L'esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone.

La domanda era: "In un ambiente comune ad un'ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?".

Ecco una domanda su cui riflettere: "Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?".





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il Caporale ASCH
post pubblicato in diario, il 12 giugno 2020


Nella temperie dei primi anno ’50 Hans Helmut Kirst scrisse la trilogia 08/15
08/15 La rivolta del caporale Asch
08/15 La strana guerra del sottufficiale Asch
08/15 La vittoria finale del tenente Asch
una serie di romanzi scritti nell'immediato dopoguerra basandosi sulla pripria personale esperienza. Egli infatti ha servito 1933-45 nella Wehrmacht come ufficiale.
Minore valore ebbe poi “08/15 Oggi” mentre altri quali “La notte dei generali” brillano di luce propria.
I romanzi di 08/15 ebbero un buon successo di pubblico anche perché erano pervasi di un notevole senso di antimilitarismo e di critica nella cieca obbedienza imposta per molti anni alla popolazione tedesca.
Dai romanzi sono stati tratti alcuni film che ho acquistano. Questa breve nota riguarda i film, che ho guardato con una certa difficoltà per l’abitudine tedesca di non mettere i sottotitoli, ed ammetto che il mio tedesco zoppica molto. Il giudizio della critica tedesca è stato piuttosto negativo:
«Troppo aneddoticamente divertente e troppo apolitico per essere considerato un serio accordo con la compromissione prussiana sotto Hitler» secondo la critica cattolica Handbuch V der katholischen Filmkritik, 3. Auflage. Verlag Haus Altenberg, Düsseldorf 1963, S. 324.
«Aneddotiche, grossolane, spesso volgari e sostanzialmente apolitiche, la serie in tre parti difficilmente soddisfa la sua pretesa di un impegno anti-militare critico; Piuttosto, serve abilmente le aspettative di intrattenimento del pubblico e di conseguenza è diventato uno dei più grandi successi al botteghino tedesco negli anni '50» – così il “Lexikon des internationalen Films” (CD-ROM-Ausgabe), Systhema, München 1997.

Il primo è abbastanza fedele alla storia scritta ed avendo saputo, da anni, cosa succedeva sono riuscito a seguirlo bene. Il secondo un poco si discosta da quello che ricordo, ma insomma si guarda.
È il terzo che delude amaramente: la storia amputata di parti essenziali – orbata di una buona dose dei protagonisti, sorvolate la descrizione degli stati d’animo degli assenti e pure dei presenti.
Gli americani ridotti a macchiette (anche se HHK non è che li amasse troppo).
Il Booklet che accompagna la trilogia è interessante dato che dà anche conto delle diatribe politiche degli anni ’50 che sono sottese dalla storia.
Interessante,quindi, ma in parte deludente.





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Valentino Baldacci su Salvemini
post pubblicato in diario, il 9 giugno 2020


Trovo un breve articolo su di un episodio che quasi tutti ignoriamo, circa la sorte d’un BUONO, che divenne complice dei malvagi.
“Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova dei fascismi” è il sottotitolo del recente lavoro della giovane ricercatrice Filomena Fantarella, pubblicato dall’editore Donzelli, il cui titolo è Un figlio per nemico.
La ricerca, frutto del lavoro negli archivi di quattro Paesi, ricostruisce con estrema cura una vicenda, non del tutto sconosciuta ma certamente poco nota, soprattutto in alcuni aspetti privati e familiari, che attraversò buona parte della vita di Salvemini e che ebbe una tragica conclusione.
Salvemini perse, ancora giovane, l’intera famiglia – la moglie e quattro figli – nel terremoto di Messina del 28 dicembre 1908. Come si può immaginare, fu per lui un colpo durissimo, dal quale poté riprendersi solo gettandosi a corpo morto negli studi e soprattutto nella lotta politica, soprattutto battendosi in difesa dei contadini meridionali, in particolare di quelli della sua nativa Puglia.
Qualche anno più tardi conobbe una signora francese, Fernande Dauriac, che si stava separando dal marito, con il quale aveva avuto due figli, Jean e Marguerite. Nel 1916 – in piena guerra mondiale, alla quale Salvemini partecipò dopo essere stato un deciso interventista – i due si sposarono. Salvemini si legò profondamente non solo alla nuova moglie ma anche ai due ragazzi, in particolare a Jean, giovane brillante e intelligente.
Mentre Salvemini percorse il suo cammino di intransigente antifascista, che lo portò a subire la prigione e l’esilio, in Francia e poi negli Stati Uniti, il giovane Jean costruì una sua personalità politica intorno ai principi di un pacifismo assoluto, che in un primo tempo lo portarono a legarsi ad Aristide Briand, sostenitore della pace e di un accordo tra Francia e Germania. La morte di Briand nel 1934 e soprattutto il nuovo clima europeo cambiarono il segno dell’impegno politico e giornalistico di Jean Luchaire, che sempre più militò nel campo di coloro che, di fronte all’avanzata della Germania nazista, sostenevano la necessità – al fine di preservare ad ogni costo la pace – di un appeasement che di fatto significava il cedimento di fronte alle pretese espansionistiche naziste.
Il momento della verità venne nel giugno 1940, quando, al momento del crollo della Francia di fronte alle armate tedesche, si formò il governo del Maresciallo Pétain che firmò l’armistizio con la Germania e scelse una linea di collaborazione con l’occupante nazista, che si accentuò col tempo, fino a far propria anche la più spietata persecuzione antisemita.
Jean Luchaire fu tra quelli che si allinearono con Pétain. Forte anche della sua amicizia con l’ambasciatore tedesco a Parigi, Otto Abetz, conosciuto agli inizi degli anni ’30, quando avevano stabilito un forte rapporto politico in nome dell’amicizia franco-tedesca, divenne rapidamente uno dei più importanti giornalisti francesi, fino a essere nominato Presidente della Corporazione nazionale della stampa francese e quindi di fatto ispiratore e controllore della stampa collaborazionista. Al momento della liberazione di Parigi, nel giugno 1944, seguì il governo in Germania, a Sigmaringen, diventando a sua volta ministro. Alla fine della guerra Jean Luchaire fu processato, condannato a morte e fucilato.
Il lavoro di Filomena Santarella ricostruisce in parallelo le vicende politiche di Salvemini e in particolare la sua lotta intransigente contro il fascismo; la sua vita privata e in particolare il forte rapporto che lo legò alla seconda moglie Fernande e quello con i due figliocci, in particolare quello con Jean, da lui vissuto come un vero e proprio figlio; e la vicenda politica e umana di Jean Luchaire, con la sua tragica conclusione.
Di una vicenda così complessa si possono dare molte letture e molte interpretazioni. Si può insistere sull’aspetto privato, umano, della tragedia vissuta da Salvemini, della sua doppia perdita degli affetti familiari; e su quello, altrettanto e ancor più lacerante di Fernande, che, in una lettera del dopoguerra, sottolineava la sua drammatica condizione, di essere moglie di uno dei leader dell’antifascismo e la madre di un irriducibile collaborazionista.
Ma non tutto è riducibile alla dimensione privata, Perché Jean Luchaire fu anche vittima di una delle più grandi illusioni del periodo tra le due guerre, quella del pacifismo assoluto, di un pacifismo che si era spinto fino a mettere sullo stesso piano aggressori e aggrediti, carnefici e vittime, un pacifismo che – come nel caso di Jean Luchaire (ma non fu il solo) – alla fine si rovesciò nel suo opposto, nel farsi complice della più feroce macchina da guerra del XX secolo. Salvemini aveva chiara questa prospettiva fin dal 1934. In una lettera a Carlo Rosselli, parlando di Jean, scriveva: “È un pacifista a tutti i costi. Vuole la pace con Mussolini, con Hitler, col diavolo. Questi pacifisti sono la rovina del mondo”. In questa invettiva finale non c’è solo la testimonianza del temperamento di Salvemini, c’è anche un giudizio definitivo sulle illusioni di un’epoca, e forse non solo di quell’epoca.






permalink | inviato da albertolupi il 9/6/2020 alle 10:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ci han detto BRAVI
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2020


L'Italia è il Paese del Mondo più colpito dall'epidemia di coronavirus COVID-19 dopo la Cina, da cui è partito il contagio, e la Corea del Sud, ma le misure adottate dalle istituzioni italiane in modo tempestivo dopo i primi casi di contagio, in un primo momento criticate da parte della popolazione e dall'opposizione, stanno ricevendo il plauso degli esperti anche al di fuori del Paese.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità in queste ore ha elogiato il modo in cui l'Italia sta affrontando a gestendo questa crisi. Hans Kluge, direttore dell'OMS per l'Europa, ha espresso "sincero apprezzamento" per il ministro della Salute Roberto Speranza e per l'autorizzazione concessa dallo stesso ministro all'arrivo in Italia di un senior adviser dell'OMS.

Al contrario, ieri l'OMS aveva criticato il comportamento di altri Paesi che, almeno in questa prima fase, sembrano avere preso con più superficialità la serietà di questa epidemia. La critica era arrivata direttamente dal direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus:



Siamo preoccupati per il fatto che una lunga lista di Paesi non lo abbiano preso abbastanza sul serio, o abbiano deciso che non possono fare nulla. In alcuni Paesi il livello di impegno politico e le azioni che lo dimostrano non corrispondono al livello della minaccia che tutti affrontiamo.



Quello che sta accadendo in queste settimane in Italia potrebbe verificarsi anche negli altri Paesi europei o del resto del Mondo, come sembrano anticipare i numerosi casi in aumento in tutto il Mondo.





L'Italia dovrebbe fungere da esempio per tutti gli altri Paesi, che possono giocare un po' di anticipo e attuare misure preventive per contenere il più possibile la diffusione dell'epidemia, sempre più vicina ad essere classificata come pandemia dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.







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Storia (da Phastidio)
post pubblicato in diario, il 21 dicembre 2019


Per tentare di dare la misura di quello che continua ad accadere nelle nostre banche, riguardo alla cosiddetta profilazione dei clienti, cioè della loro classificazione a fini della tolleranza al rischio degli investimenti, dopo aver appurato il loro grado di educazione finanziaria (certo, certo), tutto quello che dovete leggere è un pezzo di Gianluca Paolucci (sempre sia lodato), su La Stampa di oggi.



Ad esempio: come si può definire un obiettivo primario di protezione del capitale? D’acchito, diremmo “non subire perdite”, Monsieur De Lapalisse. Si, ma non basta. Non subirle in che arco temporale? Un anno? Cinque? Dieci? Oppure un giorno, una settimana, un mese?

Ecco, indagare e rispondere a questa domanda rappresenta il primo passo per un percorso di conoscenza della propensione al rischio del cliente. E come definireste, quindi, un profilo “conservativo”? Come si sovrappone questo profilo con l’obiettivo di “protezione del capitale”, visto prima?



A Bari, i concetti tendevano ad essere resi assai elastici:



Su oltre 50 mila clienti della Bari, solo 300 avevano un profilo «conservativo», ovvero puntavano al mantenimento del capitale investito. Malgrado più della metà, oltre 26 mila, avesse indicato per gli investimenti di voler prioritariamente proteggere il proprio capitale.

Altra domanda, allora: forse un investimento “conservativo” è quello che manifesta poca volatilità, o addirittura una volatilità al ribasso inesistente o quasi? D’acchito, diremmo sì. Ma chi misura tale volatilità? Le quotazioni di un mercato, vien fatto di dire. Ottimo, ma se non esistono quotazioni di mercato? Beh, in tal caso occorre fidarsi di chi produce periodicamente le quotazioni. Uhm, io direi di no, grazie, allora. Perché una situazione del genere vuol dire che trattasi di titolo illiquido.



Scopriamo allora che un “selling point” per i dipendenti della Popolare Bari pare fosse proprio l’illiquidità, spacciata come assenza di volatilità:



«L’azione Banca Popolare di Bari non è quotata in Borsa quindi il valore non risente di oscillazioni giornaliere»



Ma non è geniale, tutto ciò? Non ci sono quotazioni di mercato, quindi non c’è volatilità, quindi il titolo è sicuro! Meraviglioso, no? E non solo: se il valore contabile dell’azione è lasciato alla determinazione dell’emittente, cioè della banca, in sede di bilancio, e se nel corso del tempo tale valore è solo aumentato, siamo di fronte ad un vero miracolo. Il titolo privo di rischio che tuttavia rende molto.



Ehi, mi avete convinto! Al diavolo queste ubbie sulla diversificazione degli investimenti, allora. Anzi, risistemiamo il portafoglio in modo da abbassarne la volatilità ed aumentare il ritorno dell’investimento. Altro che frontiera efficiente! Vi dirò di più: apprendiamo che oltre il 40% degli investimenti era in titoli della stessa Popolare Bari.



Ma male, allora! Con un asset che “sale solo” ed ha zero volatilità perché non quotato da nessuna parte, razionalità vorrebbe che il 100% del portafoglio fosse investito in titoli di debito e capitale di quell’emittente, perdinci. E infatti, a breve vedrete come è finita per chi ha seguito, più o meno consapevolmente, questo criterio di “razionalità”.



Ma eccovi ancora Paolucci su questi miracolosi asset, tutto rendimento e zero rischio:



[…] per effetto del criteri utilizzati per valutare il rischio delle proprie azioni, i titoli della Bari risultavano meno rischiosi di titoli quotati, compresi quelli delle grandi banche e di società di altri settori. Ovvero, le azioni della PopBari risultavano meno rischiose di Eni o Intesa Sanpaolo. Così, su 500 milioni di euro dell’aumento di capitale del 2015, finiti quasi integralmente alla clientela della banca, 135 milioni sono stati sottoscritti grazie alla vendita di altri titoli, in molti casi (almeno 50 milioni di controvalore) più «sicuri» di quelli Bpb, compresi i titoli di Stato.



Capite, allora? È tutto razionale: alto rendimento, rischiosità nulla, praticamente il moto perpetuo! Ma i questionari Mifid?, direte voi. Ma allora non mi state ascoltando:



Certo, c’erano i questionari Mifid. Che fino al 2016 erano fatti così: se indicavi la protezione del capitale come obiettivo primario, finivi incasellato in un profilo «dinamico – integrazione del reddito» compatibile con l’investimento in azioni della Popolare.



E te credo, con titoli così superiori per profilo rischio-rendimento! Bene, ho finito il sarcasmo e mi sta venendo anche un po’ di nausea. Chiuderei con una considerazione futile, di quelle che generano prediche inutili. Cosa è diversificazione? È quella cosa che può essere spiegata a chiunque, anche a chi non mastica di finanza, alta, bassa o intermedia, col buonsenso: non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Anche così, potrete evitare di autodefinirvi “analfabeta finanziaria”, per puntare a rimborsi integrali, magari con le tasse altrui. Perché in questo caso non sarebbe analfabetismo finanziario ma di altro tipo, più grave e pervasivo.



Ripetete con me: non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Non è difficile, vedete? Come dite? Sto sbagliando io perché banchieri e top manager di assicurazioni dicono che la gran parte delle uova va messa nello stesso paniere, quando si tratta di titoli di stato italiani? Allora mi arrendo, avete ragione voi. E il paese è perso, però.







permalink | inviato da albertolupi il 21/12/2019 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I ricchi e i poveri
post pubblicato in diario, il 23 ottobre 2019


Come si concilia la fine della crescita economica con l’affermarsi di un consumo opulento di massa? Come possono stare insieme due fenomenologie apparentemente opposte come quella dei Neet e dei ristoranti pieni?
«L’Italia è un tipo unico di configurazione sociale. È una “società signorile di massa”, il prodotto dell’innesto di elementi feudali nel corpo principale che pure resta capitalistico».
Come testimoniano anche i 107 miliardi di spesa per il gioco d’azzardo, il 65% di vacanze lunghe, un’auto e mezza per famiglia, le ripetizioni a manetta per i figli, il 36% iscritto a palestre e centri fitness e la cifra-monstre di 8 milioni di consumatori di sostanze illegali.

Alle domande che in diverse occasioni ci siamo posti un po’ tutti arriva oggi una risposta secca del sociologo torinese Luca Ricolfi: La società signorile di massa (La nave di Teseo).
Il sociologo torinese si è dato un obiettivo più ambizioso: una rilettura delle basi sia antropologiche sia materiali di una società dove il numero di cittadini che non lavorano ha superato ampiamente il numero di quelli che lavorano, l’accesso ai consumi opulenti ha raggiunto una larga parte della popolazione e la produttività è ferma da 20 anni.
Ad alimentare i consumi sono per prime le rendite, la fonte su cui da sempre nobili, proprietari e classe agiata hanno poggiato le loro vite. Il generosissimo sistema di pensioni elargito a genitori e nonni hanni consentito il passaggio verso una società opulenta, che poi descrive così: «Non l’auto ma la seconda auto con gli optional. Non la casa, ma la seconda casa al mare o in montagna. Non la bici ma le costose attrezzature da sub o da sci. Non le solite vacanze d’agosto dai parenti ma weekend lunghi e ripetuti. E ancora: i corsi di judo, l’apericena, i mega schermi piatti. Un consumo che eccede i bisogni essenziali, supera il triplo del livello di sussistenza».
Siamo diventati signori senza essere stati capitalisti.
È tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila che la ricostruzione di Ricolfi colloca i passaggi-chiave, ossia ben prima del Berlusconismo, naturalmente la considerazione dell’ultimo Pasolini farebbe pre-datare il fenomeno a una ventina d’anni prima, quando come reazione alla fine del miracolo economico si tentò una pensionistica “via italiana al socialismo”.

Questa società signorile, che consuma più di quanto produca, a Ricolfi appare malata e si regge su tre pilastri. La ricchezza reale e finanziaria accumulata dai nonni, la formazione di un’infrastruttura schiavistica, un esercito di paria al servizio dei Signori il “lato oscuro” della società signorile: la «struttura paraschiavistica», di quella parte della popolazione residente, per lo più straniera, collocata in ruoli servili a beneficio dei cittadini italiani. Chi sono i paria di Ricolfi? Lavoratori stagionali spesso africani, prostitute, colf, dipendenti in nero, facchini della logistica, muratori dell’Est. Un esercito di 2,7 milioni di persone che genera surplus e eroga servizi a famiglie e imprese e «senza i quali la comunità dei cittadini italiani non potrebbe consumare come fa».

E, infine, la distruzione della scuola: è l’istruzione senza qualità a generare il fenomeno della disoccupazione volontaria. «I titoli di studio rilasciati dalla scuola e dall’università sono eccessivi rispetto alle capacità effettivamente trasmesse — rincara Ricolfi — La scolarizzazione di massa ha moltiplicato il numero di aspiranti a posizioni sociali medio-alte ma il numero di tali posizioni resta invariato» (N.B. Gia negli anni ’70 un sociologo inglese aveva puntato al fatto che la società della scolarizza zione di massa aumenta gli aspiranti a posti apicali, mentre i posti stessi restano gli stessi). I giovani d’oggi possono permettersi di rifiutare offerte di lavoro che giudicano inadeguate perché nonni e padri hanno accumulato una quantità di ricchezza senza precedenti.

Con un conto che non so giudicare se corretto o a spanne Nel 1951 la ricchezza media della famiglia italiana era (equivalente) a circa 100 mila euro, negli anni ’90 era salita a 350 mila — grazie al debito pubblico e alle bolle speculative immobiliari — e oggi viaggia su quota 400.
«La ricchezza è cresciuta più del reddito» annota Ricolfi, ed assieme al debito – aggiungo io.
Il guaio è che si tratta di «ricchezza apparente» e posizionale.
Apparente perché io posso anche pensare (col Catasto) che casa mia valga 2-300 mila euro e quindi basarmi su questa valutazione per decidere il mio stile di vita, ma voglio vedere quando cercherò di venderla.
Posizionale sia in senso genealogico che geografico, il secondo fattore è ignorabile dai sani, non dai malati che vedono legata alla residenza la loro assistenza sanitaria, i famosi pensionati che si trasferiscono in Tunisia o Bulgaria debbono essere sani, forse un poco meno di preoccupazione per chi si trasferisce in Portogallo. Ma ad una certa età una spesa di un mill’euro al mese di medicine per i trattamenti cronici alla ASL si costa.
Per il primo sono, per molti giovani, legati al fatto d’essere Figli o Nipoti: le pensioni con la morte dei nonni e dei padri si dissolveranno come nebbia al sole; senza soldi per pagare avremo allora le rivolte. Anche la Repubblica Romana morì nelle guerre servili.




permalink | inviato da albertolupi il 23/10/2019 alle 3:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
data fatale
post pubblicato in diario, il 10 novembre 2018


Per ordine di Adolf Hitler, il 9 novembre del 1938 le sinagoghe, le scuole, le proprietà e le vetrine degli ebrei di Germania, Austria e di parte dell'odierna Repubblica Ceca furono distrutte e incendiate nell'indifferenza della polizia. Secondo gli storici in quella notte poi passata alla storia come la «prova generale» dello sterminio, gli ebrei uccisi furono alcune centinaia.
II 9 novembre è una data molto controversa perla storia tedesca, «con luci e ombre», ha ricordato Steinmeier la mattina rivolto al Bundestag. In quella data i tedeschi celebrano il crollo dell'impero di Guglielmo II con la rivoluzione di novembre del 1918. Nata socialista, la rivoluzione fallirà pochi mesi dopo aprendo la strada alla Repubblica di Weimar. Anche il crollo del Muro di Berlino è avvenuto il 9 novembre (del 1989), il che ha permesso agli storici di indicare quel giorno come «data del destino» (Schicksaalstag). Dietro ad almeno due altre ricorrenze si nasconde la mano di Adolf Hitler. L'8 novembre 1923 Hitler e le SA guidate da Eric Röhm irruppero nella Bürgerbräukeller di Monaco di Baviera per rovesciare il triunvirato allora al potere nella regione meridionale della Germania. L'indomani le forze regolari bavaresi aprirono il fuoco su Hitler e il Putsch di Monaco falli nel sangue. Una volta al potere Hitler dichiarerà il 9 novembre festa nazionale per ricordare i 14 «martiri del nazismo». Occasione perfetta per nascondere la memoria della rivoluzione del 1918 e dei suoi leader comunisti Karl Liebknecht e Rosa Luxembourg. Anche la morte a Parigi del diplomatico tedesco Ernst vom Rath il 9 novembre 1938 fornì a Hitler un'occasione «fatale». Quella di scatenare la Reichspogromnacht: a vom Rath aveva sparato due giorni prima l'ebreo polacco Herschel Grynszpan. La violenza di massa contro gli ebrei del Terzo Reich doveva rappresentare per Hitler la naturale reazione di rabbia degli ariani per la morte del diplomatico.



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Il piano B degli altri, ...
post pubblicato in diario, il 27 ottobre 2018


attendere il crollo non serve a nulla, perché la demolizione è molto ben controllata

di @Böse Büro · Oct 22, 2018 · 10 min read

La notizia della vendita di Magneti Marelli mi ha ricordato quello che scrissi tempo fa, quando scrissi il post sul piano B degli altri : è inutile aspettare il momento del crollo, perché l’ Italia è un problema che verrà gestito senza arrivare alla crisi. Sta avvenendo sotto i vostri occhi, e il caso di Magneti Marelli è solo uno di una lunga serie. Ma non è né il primo né l’ultimo.

La prima convinzione errata è che l’ Italia sia la sola ad essere “too big to fail”. E quindi, chi fa una politica pseudo-suicida costringerà l’avversario alla ritirata. In questo caso l’avversario è l’eurozona.

Bene. Allora ho una brutta notizia per voi: l’ Euro è molto più “too big to fail”. E a volerla dire tutta è MOLTO più “too big” dell’Italia. Diciamo che è “too enormous to fail” . Cosa significa? Significa che il giorno in cui si dovesse scegliere tra il “too big to fail”- Italia e il “too enormous to fail” - Euro, si lascerebbe fallire l’Italia e tutti gli sforzi si concentrerebbero nel proteggere l’Euro dal botto italiano.

Di conseguenza, mettere l’Eurozona di fronte alla terribile eventualità di un fallimento italiano non ha l’effetto desiderato, perché essendo l’ Euro ancora più “too big to fail”, nessuno lascerà che la minaccia di fallimento dell’Italia diventi una minaccia di fallimento per l’Euro.

Quindi, per i grandi notabili dell’ Eurozona è fuori di dubbio che tra salvare l’Italia e salvare l’Euro , sia meglio concentrarsi per salvare l’Euro. Il che significa, gestire un eventuale crollo dell’Italia.

Se un paese è determinato ad usare il proprio crollo come minaccia per tutti, la cosa migliore da fare è trasformare il crollo in una demolizione controllata.

Sia chiaro, non sto parlando di complotti: sto parlando di razionalissime misure che gli operatori finanziari più grandi prenderanno per tutelare i loro risparmi. Per un operatore di breve termine il problema è cosa comprare o cosa vendere, ma per chi ha fatto investimenti a medio e lungo termine uscirne non è facile, per cui si muoveranno allo scopo di proteggere gli investimenti che hanno in Europa.

Non è un complotto ordito da Soros: la “demolizione controllata” non è altro che una strategia messa in campo dai grandi investitori per proteggere i propri investimenti in Euro. Non credo proprio che loro la chiamino “demolizione controllata”, e non penso proprio che sia frutto di un odio verso l’Italia: se l’Italia si gestisse bene da sé, per gli investitori sarebbe ancora meglio perché i loro soldi sarebbero al sicuro senza sforzo.

Quindi, ricapitoliamo: questo piano che io definisco “demolizione controllata” ha lo scopo di proteggere gli investimenti in Euro dal collasso dell’Italia, minacciato dal governo italiano in una strategia molto “Varoufakis-like”. Quali sono gli obiettivi di questa strategia? possiamo indovinarne alcuni:

Rallentare il “botto” dell’Italia in modo da dare il tempo agli operatori di mercato di attuare contromisure, spostare investimenti e riassicurarli.

Per evitare che l’Eurozona perda il valore delle aziende italiane, occorre spostare le aziende italiane nel resto d’Europa, o addirittura del mondo. Cioè serve che siano vendute a stranieri.

Per evitare un default del debito, occorre forzare il governo italiano ad usare i risparmi degli italiani come garanzia, in modo da poterli usare in caso di fallimento di un’asta. Occorre cioè forzare il governo italiano a riempire le banche di debito.

Se possibile , farci due soldi.

Ora, sull’ultimo punto non ho una visione ben chiara: esistono molti metodi per far soldi sul calo progressivo e prevedibile di valore di qualcosa. Gli altri punti, però, sono sotto i vostri occhi.

Come avete visto, Moody’s non è stata molto aggressiva nel confronto della manovra italiana. Anzi, è stata insolitamente tollerante . Se avessero spinto la mano un pochino di più sarebbe stato il botto, ma hanno fatto in modo da esercitare una lieve pressione, che ha lasciato invariati i mercati.

Quando una cosa del genere avviene, si dice che “i mercati l’avevano scontata prima”, cioè significa che “sapendo che tu sarai messo peggio fra tre mesi, ti faccio pagare interessi più alti da subito”. Quindi lo spread non è aumentato, ma è rimasto attorno ai 300punti base. Potrebbe anche calare attorno ai 290: chi (specialmente all’opposizione) spera in un disastro finanziario che ripeta l’esperienza Monti, si sbaglia di grosso.

Il primo punto della strategia è già sotto i vostri occhi: “evitare le crisi improvvise”. L’Italia sta venendo spolpata lentamente, a furia di interessi alti sul debito, che lentamente compenseranno qualsiasi danno fatto all’Eurozona nel complesso.

Il secondo punto è la spoliazione dell’ Italia. Immaginate che l’Italia esca dall’Euro. Si potrebbe pensare che l’Euro ci abbia perso molto, ma questo è vero soltanto se insieme all’Italia dall’Euro escono le sue aziende. Se le aziende italiane fossero, per esempio, molto globalizzate , basterebbe comprarle ed esse non uscirebbero dall’Euro insieme all’Italia. Se poi a comprarle fossero aziende extra-europee, le aziende uscirebbero dall’ Euro ancora prima dell’Italia. Lo farebbero in una maniera controllata, senza scossoni di mercato, porterebbero liquidità ai vecchi proprietari (in un periodo ove la liquidità comincia a scarseggiare) e alla fine, se anche l’Italia uscisse dall’Euro, ne uscirebbe poco più di una lattina vuota. per l’Eurozona sarebbe una perdita da poco.

Per diminuire la dimensione della crisi in una eventuale uscita dell’Italia dall’Euro, quindi, stanno lentamente portando all’estero tutte le aziende di valore. significa che stanno creando le condizioni che portano le proprietà a venderle. In questo modo, tra un paio di anni, se anche l’Italia uscisse , ad uscire sarebbero solo gli anziani e l’amministrazione pubblica. Il resto, sarebbe già uscito dall’Italia , cioè di proprietà di stranieri, e l’uscita dell’Italia dall’Euro non cambierebbe lo scenario economico.

Questo è il motivo per il quale la chiamo “demolizione controllata”: se tutte le aziende vendute a stranieri negli ultimi 2 anni fossero state vendute in un giorno solo, si sarebbe parlato di apocalisse. Ma se la facciamo succedere lentamente, in molti anni, questa apocalisse diventa “un lento declino” che non allarma più nessuno. C’è tutto il tempo per prendere provvedimenti.

L’altra parte è quella di costringere il governo ad usare i risparmi degli italiani per coprire il debito. Se infatti andassimo verso una brusca crisi e si chiamasse il default, sarebbe un disastro sia per l’Italia sia per i possessori di debito, sia per gli investitori.

Ma adesso immaginiamo di procedere lentamente . Lo spread rimane alto, ma non troppo alto, per anni. Prima iniziano a boccheggiare le banche, le quali cominciano ad aver bisogno di ossigeno. A quel punto ci sono molte strade: o si convertono i bond in azioni, o il governo interviene con soldi pubblici, oppure le banche si mettono in vendita, oppure si fa pagare l’aumento di capitale ai risparmiatori, oppure…

…oppure, qualsiasi cosa si farà, la pagheranno i risparmiatori italiani. Ma se facciamo un grosso crash improvviso, i risparmiatori si vedono togliere tutto di botto. Se invece lasciamo che le banche boccheggino, hanno il tempo di “spennare” i risparmiatori. Alti costi ai correntisti, bassi interessi ai risparmiatori nel settore private banking, qualche perdituccia qui e lì, e meno zero virgola qui e meno zero virgola là, alla fine dei conti se tutto avviene lentamente, giocando sugli interessi si fanno i soldi.

Occorre capire una cosa: tutto ciò che si basa sul pagamento degli interessi rende remunerativo il tempo. Diluire gli eventi nel tempo serve a guadagnare sugli interessi.

Ad un certo punto, però, succederà che le aste del governo saranno sempre più costose, oppure andranno deserte. Ma non è ancora allarmante: prima di fare le aste, c’è sempre un gruzzoletto da parte, in modo che se l’Asta fallisse, il governo ricomprerebbe il debito. Il debito, cioè, non viene messo in vendita tutto insieme. l’Italia ne vende circa ~400 miliardi in un anno, cioè meno di 40 miliardi al mese. Essi sono divisi in diverse aste. Quindi non è che se ti fallisce una sola asta sei già in default.

Ma che succede se falliscono aste per, diciamo, 40 miliardi in un anno? Occorre che il governo, se vuole pagare quegli stipendi e quelle pensioni, recuperi quei 40 miliardi. E come fa? Beh, lo ha detto Di Maio chiaramente: gli italiani hanno un sacco di risparmi. E lo stesso capita se l’asta di titoli a breve scadenza richiede molti interessi da pagare.

Tra uno, due anni (non prima) qualche asta fallirà sistematicamente, oppure richiederà uno yeld molto alto con una certa regolarità. In questo caso,il governo metterà le mani sui risparmi degli italiani. Non deve essere per forza un prelievo forzoso: basta alzare qualche tassa sui depositi di tipo X, poi sugli investimenti di tipo Y, e piano piano si recuperano i soldi.

Per ottenere tutto questo , basta semplicemente rendere molto lento tutto il processo.

I politicanti che sperano nei crolli “dopo il rating delle agenzie” o dopo “la fine del QE della BCE” non hanno capito nulla. Questo non è un crollo , è una demolizione controllata.

Non mi aspetto grosse variazioni dello spread o degli interessi sul debito italiano, ovvero non tali da mettere il governo a rischio. Perché se cadesse il governo ora, prima della legge finanziaria (cosa che la rinvierebbe di mesi e mesi), allora sarebbe davvero un crollo. Ma se lo spread rimane ad una distanza di sicurezza dal 400, abbastanza alto da pagare begli interessi ma abbastanza basso da non causare una crisi politica, gli investimenti sono salvi e fruttano anche molto bene.

Non ci sarà nessuna apocalisse: chi aspetta il biblico redde retionem si illude. Sarà una demolizione controllata, esattamente come la trattativa infinita del brexit, che sta lasciando alle aziende inglesi il tempo di delocalizzarsi senza venire danneggiate troppo.

L’ultimo punto, “come guadagnarci dei soldi sulla demolizione controllata”, è molto confuso. Nel senso che i beneficiari sono tanti.

Per esempio, un paio di anni coi mercati che gridano “L’Europa ha un problema italiano” tengono basso l’euro e quindi aiutano l’esportazione. Una demolizione controllata della durata di 2-3 anni è un toccasana per l’export europeo. Non per quello italiano visto che le aziende vengono comprate quindi non vanno più nel conto “export”, ma rimane un toccasana per i paesi che hanno export forti.

Altri beneficiari saranno coloro che comprano il debito messo in vendita dai disperati che hanno bisogno di liquidità. Se alla scadenza il debito paga 10.000 , per fare un esempio, ma oggi sul mercato ne vale 8500, conviene comprarlo sul mercato e poi aspettare la scadenza. Quindi sarà pieno di speculatori che offrono debito italiano a meno del valore alla scadenza, e per ottenere questo effetto utilizzeranno il gioco delle vendite allo scoperto.

Un altro modo che vedo è di comprare CDS sul mercato non regolato (i CDS si vendono solo off the counter) in modo da guadagnarci dei bei soldi mano a mano che il rating del debito pubblico e delle aziende peggiora.

Di per sé, quindi, Di Maio può anche evitare di parlare di “piani A ” e “piani B”: il “Piano B degli altri” (magari lo chiameranno “contingency plan” ,o roba simile) è già in atto, sotto gli occhi di tutti. Solo che viene ignorato, perché è lento. Essendo lento non colpisce le opinioni pubbliche che sono fatte di depressi e chiedono adrenalina. Loro vogliono il crollo, l’apocalisse, lo scontro. Un piano di demolizione controllata della lunghezza di anni, non eccita le masse e non finisce sui giornali.

Ed è proprio nel piano di contingenza degli investitori, che vogliono fare profitto e proteggere gli investimenti, che si infrange la mania di coloro che tifano per l’Apocalisse.

Non si sarà nessuna apocalisse. Quello che vedete , sotto i vostri occhi, è già il piano di contingenza




permalink | inviato da albertolupi il 27/10/2018 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cos’è il Liberalismo Classico?
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2018


Il Liberalismo Classico è una dottrina che valorizza la libertà individuale, è un modus vivendi che si ripercuote anche nelle più banali azioni quotidiani e nei più semplici rapporti con gli altri Individui, si fa forte delle caratteristiche derivanti dalla Libertà di scelta, che nei rapporti con la società coincide sia con le libertà di culto, di parola, di stampa, di riunione e di commercio sia con il contenimento del ruolo dello stato nell’economia.

È una corrente sviluppatasi nel XVIII secolo in Europa, la quale attinse numerose idee dagli scritti di Adam Smith e dalla crescente nozione di progresso sociale. L’Enciclopedia di Stanford annota che:”Liberalismo Classico e proprietà privata sono correlati”, il movimento illuminista -che sfociò nella Rivoluzione Francese- decretò come sacrosanta la correlazione fra proprietà privata e Libertà: entrambe finiscono dove iniziano quelle altrui.

Infatti, dal XVIII secolo sino ad oggi, i Liberali Classici hanno sempre sostenuto che il sistema economico basato sulla proprietà privata è l’unico «consistente» con la libertà individuale, permettendo a ciascuno di vivere la propria vita come meglio crede, sia nella scelta di come impiegare le proprie risorse che il proprio capitale.

CONFRONTO COL LIBERTARIANESIMO

Detto ciò, i Liberali Classici differiscono dai Libertari, specialmente nell’estremità del proprio credo. Sebbene tra Liberalismo Classico e Libertarianeismo ci siano notevoli sovrapposizioni, i Liberali Classici sono più disposti ad accettare compromessi.

I Liberali Classici più famosi del XX secolo sono Milton Friedman e Friedrich von Hayek, entrambi Premi Nobel in economia, credevano che lo stato dovesse garantire i minimi servizi a tutti i meno abbienti.

Friedman sosteneva anche che lo stato dovesse garantire dei voucher, cosicché le famiglie avessero l’opportunità di frequentare scuole private, inoltre era a favore della tassa sull’inquinamento per costringere gli individui ad assorbire i costi che impongono alla società.

In altre parole, i Liberali Classici (come Friedman e Hayek) credono fortemente nel libero mercato ma, a differenza dei Libertari, sostengono anche alcune misure garantite dallo stato per integrare (come il reddito minimo per le fasce meno abbienti) o promuovere (voucher scolastici) il mercato.

CONFRONTO COL PROGRESSISMO

Il Liberalismo Classico differisce tantissimo dal Progressismo Moderno. Infatti, mentre i Progressisti sostegno alcuni diritti, definendoli positivi (diritto alla salute, norme coercitive nei confronti altrui) posti dal potere dello stato e senza alcun contenuto intrinseco, i Liberali Classici enfatizzano i diritti negativi (diritto alla libertà di parola, religione, associazione).

Mentre i Liberali Classici sostengono che la soluzione ai problemi sociali possa essere risolta dal libero mercato, dagli scambi volontari e dalle libere associazioni, i Progressisti vedono, quasi sempre, nello stato il mezzo attraverso il quale la società progredisce.

Per esempio, un Liberale Classico non cercherebbe mai di costringere una persona religiosa a cucinare una torta per una coppia di sposi gay in unione civile, contro la sua volontà, mentre i Progressisti sarebbero favorevoli a tali coercizioni.

Nella visione Liberale Classica questo costituirebbe una violazione della libertà religiosa e di associazione. Nessuno dovrebbe essere costretto ad associarsi ad altri contro la propria volontà.

CONFRONTO COL CONSERVATORISMO

Il Conservatorismo è molto eterogeneo. Molti filosofi conservatori hanno delle sovrapposizioni col Liberalismo Classico, specialmente quelle che enfatizzano l’importanza della Costituzione e della Carta dei Diritti.

Eppure, il Liberalismo Classico, come filosofia, non cerca esplicitamente di conservare una particolare norma, al di fuori dei principi di libertà, a differenza dei Conservatori, i quali vogliono mantenere una particolare definizione di matrimonio, ruolo dei sessi, e così via.

In genere, i Liberali Classici non sono grandi sostenitori delle politiche estere interventiste, a differenza dei Conservatori, e inoltre danno molta meno importanza alla religione, sia all’interno della società che dello stato, rispetto ai cosiddetti “principi religiosi”.

I Liberali Classici tendono a voler conservare i diritti naturali, mentre i Conservatori spesso e volentieri divengono Reazionari e tendono a voler conservare anche diritti acquisiti in taluni momenti storici, oramai obsoleti se confrontati con la società contemporanea.

CONFRONTO CON L’ESTREMA DESTRA

L’Estrema Destra promuove il nazionalismo e il protezionismo economico (per esempio barriere commerciali), mentre i Liberali Classici sono sempre stati promotori del libero scambio per centinaia di anni.

I Liberali classici hanno sempre avuto una visione più globale rispetto all’Estrema Destra, specialmente su come il libero scambio possa favorire la pace e maggiore cooperazione tra nazioni.

Sui temi del multiculturalismo e dell’immigrazione l’Estrema Destra si oppone fortemente, mentre i Liberali Classici si dividono, alcuni sono favorevoli, altri sono contro.

Alcuni Liberali Classici credono – benché in maniera molto più moderata e ragionata e meno populista – alle tesi dell’estrema destra, secondo cui queste metterebbero in pericolo le Istituzioni e la civiltà Occidentale, mentre altri, proprio grazie a una maggiore diversità e minor restrizione dei confini, intravedono più benefici economici e sociali.






permalink | inviato da albertolupi il 2/9/2018 alle 7:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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