limare
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diario, il 15 maggio 2012
Tutti vogliono ammazzare le povere Province nell’ottica di limare la spesa pubblica: quello di limare la spesa pubblica è un obiettivo popolare, almeno a giudicare dal numero di segnalazioni e suggerimenti che i cittadini hanno inviato al governo: 95 mila mail spedite in una settimana di consultazione pubblica. Un obiettivo popolare ma complicato da raggiungere, tanto che ieri Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alla “spending review”, parlando a decine di dirigenti della Pa riuniti alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione, ha consigliato loro “una purga” per “digerire i risparmi” necessari. Alla purga in questione – visto che da dicembre a oggi “la riduzione dello spread non è avvenuta con la velocità che avremmo sperato”, ha detto ieri il premier Mario Monti – dovrà ricorrere l’amministrazione centrale e poi soprattutto gli enti locali, regioni in primis.
Anche per questo il solitamente compassato Vittorio Grilli, viceministro dell’Economia, non perde occasione pure in privato per punzecchiare i governatori: la spesa per i ministeri, ricorda, rappresenta appena il 5 per cento della spesa pubblica. E ancora, come ha spiegato alla trasmissione “Ballarò”: “I dipendenti pubblici sono 3,2 milioni, nei ministeri sono 175 mila. I numeri più grandi sono nella scuola (1 milione di occupati), nella sanità (720 mila), nelle regioni e negli enti locali (500 mila, principalmente nei comuni, poi ci sono le «bonifiche» e via dicendo)”. Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, gli ha dato man forte ricordando che contro la riduzione della spesa pubblica “ci sono resistenze nella Pubblica amministrazione, per esempio nei diversi costi sanitari delle regioni”. Non solo dipendenti pubblici e sanità; anche l’acquisto di beni e servizi dipende dalle regioni, come ha spiegato Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia: “Parliamo di 130 miliardi di euro. La Consip (società del ministero dell’Economia, ndr) copre solo il 30 per cento di questi acquisti, il resto dipende da province, regioni e comuni”. Per non dire dei debiti di enti locali e regionali verso le imprese, stimati tra i 30 e i 70 miliardi di euro. D’altronde lo stesso Giarda, autore nel 2011 di una “analisi preliminare della spesa” e oggi del “rapporto sulla spending review”, non ha mai risparmiato frecciatine alle regioni.
Nel rapporto pubblicato la scorsa settimana, e che assieme alla nomina del super commissario Enrico Bondi ha dato ufficialmente il via alla fase operativa della spending review, Giarda azzarda un’ipotesi politologica per spiegare il ruolo decisivo delle regioni nell’alimentare la spesa pubblica: “La sanità trova nei governi regionali (per i quali la spesa sanitaria assorbe il 70 per cento della spesa complessiva) potenti interpreti delle popolazioni interessate, ai quali fanno eco gli interessi delle ditte fornitrici di farmaci e attrezzature sanitarie. Ne deriva una pressione molto forte sulle risorse pubbliche da assegnare alla sanità”. Mentre “la scuola e la sicurezza trovano la propria constituency in una successione di ministri tratti, negli ultimi 20 anni, da 13 diversi governi e in una burocrazia dispersa”. Così si spiega il potere relativamente forte delle 20 amministrazioni che si dividono il territorio italiano, anche rispetto a Roma. A fronte di questa voracità, aggiunge Giarda, “è da rilevare che nessuna regione, nessuna provincia e solo pochi comuni riescono a finanziare interamente la propria attività con entrate proprie”. Così è diventata “pratica assai diffusa” quella di spendere creando “debiti cosiddetti fuori bilancio, successivamente ripianati con interventi straordinari a carico del bilancio statale”. La tendenza non è nuova, e così oggi – contrariamente a quello che comunemente si pensa – “una parte rilevante” della spesa pubblica complessiva, al netto delle pensioni, è “nella competenza del livello decentrato”: il 60 per cento delle uscite della Repubblica italiana dipende da regioni ed enti locali, solo il restante 40 per cento è di competenza dello stato centrale. Dei 295 miliardi di euro di “spesa aggredibile nel medio periodo” – spiega il governo – 20,2 miliardi sono direttamente addebitabili alle regioni, e altri 97,6 miliardi alimentano la sanità dopo essere stati largamente intermediati dalle stesse regioni. C’è da tagliare, non più solo a Roma.
Per limare le unghie alle regioni italiane, il governo non ha bisogno di attendere la spending review. La spesa sanitaria, per esempio, può già essere razionalizzata facendo funzionare gli strumenti legislativi oggi in vigore. Parola di Francesco Longo, professore di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche alla Bocconi e già direttore del Cergas (Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale) dello stesso ateneo milanese. In una conversazione con il Foglio, Longo esordisce sfatando l’immagine di una sanità quasi in bancarotta: “I conti nel complesso sono sotto controllo. La spesa pubblica per le cure degli italiani si aggira attorno ai 106 miliardi di euro, ancora al di sotto della media Ue sia in termini pro capite che rispetto al pil”. Eppure il governo ha indicato quella della sanità come una voce fondamentale della spesa pubblica “aggredibile”, finora difesa da governatori, consigli regionali, industria dei farmaci e delle attrezzature (“mix non banale” lo ha definito Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento). “Ovunque si può migliorare – ammette Longo – anche se la battaglia all’inefficienza prosegue positivamente da anni e quindi per ottenere costi più bassi vanno piuttosto assunte scelte tutte politiche”. Tagliare i benefit garantiti ai cittadini non è facile, lascia intendere l’economista, ma prim’ancora si potrebbe “sanare la posizione di alcune regioni i cui bilanci restano effettivamente in rosso”.
Il centro di ricerche Cergas della Bocconi ha appena pubblicato l’ultima versione del “Rapporto Oasi”, dal quale emerge “forte preoccupazione” per il fatto che tre regioni da sole – Lazio, Campania e Sicilia – hanno prodotto il 69 per cento sia del disavanzo sanitario del 2010 che del disavanzo cumulato 2001-2010. Il rosso, per queste tre regioni, ammontava a 1,6 miliardi di euro nel 2010 (ultimi dati disponibili). Questo ovviamente ha un peso per i conti pubblici, ma anche per le imprese – visto che i tempi di pagamento dei fornitori aumentano – e soprattutto per i “‘debiti impliciti’ di cui dovranno farsi carico le future generazioni sotto forma di maggiori spese e/o minori servizi”. “La mannaia dei tagli uguali per tutti sarebbe ingiusta, oltre che inefficiente”, spiega Longo. “La spending review in questo settore – osserva l’economista – potrebbe finire per aggiungere meccanismi di revisione e creare confusione istituzionale”.
Il problema, piuttosto, è che l’istituto del “commissariamento” pensato per riportare i conti in equilibrio oggi non funziona: “Innanzitutto, il governo deve poter nominare commissari indipendenti dalla sanità e dalla politica locale, e non solo subcommissari per quanto estremamente abili”. Attualmente, infatti, Renata Polverini è per esempio governatore del Lazio, regione commissariata per il suo deficit, e allo stesso tempo commissario straordinario per la sanità laziale. “Inoltre – continua Longo – ai commissari straordinari va assegnato pieno potere sugli assessorati competenti e su eventuali agenzie sanitarie. Sempre i commissari devono poter nominare i direttori generali delle Asl, e questi ultimi devono avere un mandato almeno triennale, più dei 3-6 mesi attuali. Questo governo tecnico ha le carte in regola per fare le migliori nomine e ridurre le inefficienze facendo rispettare norme già oggi in vigore”.