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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
Cos’è il Liberalismo Classico?
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2018


Il Liberalismo Classico è una dottrina che valorizza la libertà individuale, è un modus vivendi che si ripercuote anche nelle più banali azioni quotidiani e nei più semplici rapporti con gli altri Individui, si fa forte delle caratteristiche derivanti dalla Libertà di scelta, che nei rapporti con la società coincide sia con le libertà di culto, di parola, di stampa, di riunione e di commercio sia con il contenimento del ruolo dello stato nell’economia.

È una corrente sviluppatasi nel XVIII secolo in Europa, la quale attinse numerose idee dagli scritti di Adam Smith e dalla crescente nozione di progresso sociale. L’Enciclopedia di Stanford annota che:”Liberalismo Classico e proprietà privata sono correlati”, il movimento illuminista -che sfociò nella Rivoluzione Francese- decretò come sacrosanta la correlazione fra proprietà privata e Libertà: entrambe finiscono dove iniziano quelle altrui.

Infatti, dal XVIII secolo sino ad oggi, i Liberali Classici hanno sempre sostenuto che il sistema economico basato sulla proprietà privata è l’unico «consistente» con la libertà individuale, permettendo a ciascuno di vivere la propria vita come meglio crede, sia nella scelta di come impiegare le proprie risorse che il proprio capitale.

CONFRONTO COL LIBERTARIANESIMO

Detto ciò, i Liberali Classici differiscono dai Libertari, specialmente nell’estremità del proprio credo. Sebbene tra Liberalismo Classico e Libertarianeismo ci siano notevoli sovrapposizioni, i Liberali Classici sono più disposti ad accettare compromessi.

I Liberali Classici più famosi del XX secolo sono Milton Friedman e Friedrich von Hayek, entrambi Premi Nobel in economia, credevano che lo stato dovesse garantire i minimi servizi a tutti i meno abbienti.

Friedman sosteneva anche che lo stato dovesse garantire dei voucher, cosicché le famiglie avessero l’opportunità di frequentare scuole private, inoltre era a favore della tassa sull’inquinamento per costringere gli individui ad assorbire i costi che impongono alla società.

In altre parole, i Liberali Classici (come Friedman e Hayek) credono fortemente nel libero mercato ma, a differenza dei Libertari, sostengono anche alcune misure garantite dallo stato per integrare (come il reddito minimo per le fasce meno abbienti) o promuovere (voucher scolastici) il mercato.

CONFRONTO COL PROGRESSISMO

Il Liberalismo Classico differisce tantissimo dal Progressismo Moderno. Infatti, mentre i Progressisti sostegno alcuni diritti, definendoli positivi (diritto alla salute, norme coercitive nei confronti altrui) posti dal potere dello stato e senza alcun contenuto intrinseco, i Liberali Classici enfatizzano i diritti negativi (diritto alla libertà di parola, religione, associazione).

Mentre i Liberali Classici sostengono che la soluzione ai problemi sociali possa essere risolta dal libero mercato, dagli scambi volontari e dalle libere associazioni, i Progressisti vedono, quasi sempre, nello stato il mezzo attraverso il quale la società progredisce.

Per esempio, un Liberale Classico non cercherebbe mai di costringere una persona religiosa a cucinare una torta per una coppia di sposi gay in unione civile, contro la sua volontà, mentre i Progressisti sarebbero favorevoli a tali coercizioni.

Nella visione Liberale Classica questo costituirebbe una violazione della libertà religiosa e di associazione. Nessuno dovrebbe essere costretto ad associarsi ad altri contro la propria volontà.

CONFRONTO COL CONSERVATORISMO

Il Conservatorismo è molto eterogeneo. Molti filosofi conservatori hanno delle sovrapposizioni col Liberalismo Classico, specialmente quelle che enfatizzano l’importanza della Costituzione e della Carta dei Diritti.

Eppure, il Liberalismo Classico, come filosofia, non cerca esplicitamente di conservare una particolare norma, al di fuori dei principi di libertà, a differenza dei Conservatori, i quali vogliono mantenere una particolare definizione di matrimonio, ruolo dei sessi, e così via.

In genere, i Liberali Classici non sono grandi sostenitori delle politiche estere interventiste, a differenza dei Conservatori, e inoltre danno molta meno importanza alla religione, sia all’interno della società che dello stato, rispetto ai cosiddetti “principi religiosi”.

I Liberali Classici tendono a voler conservare i diritti naturali, mentre i Conservatori spesso e volentieri divengono Reazionari e tendono a voler conservare anche diritti acquisiti in taluni momenti storici, oramai obsoleti se confrontati con la società contemporanea.

CONFRONTO CON L’ESTREMA DESTRA

L’Estrema Destra promuove il nazionalismo e il protezionismo economico (per esempio barriere commerciali), mentre i Liberali Classici sono sempre stati promotori del libero scambio per centinaia di anni.

I Liberali classici hanno sempre avuto una visione più globale rispetto all’Estrema Destra, specialmente su come il libero scambio possa favorire la pace e maggiore cooperazione tra nazioni.

Sui temi del multiculturalismo e dell’immigrazione l’Estrema Destra si oppone fortemente, mentre i Liberali Classici si dividono, alcuni sono favorevoli, altri sono contro.

Alcuni Liberali Classici credono – benché in maniera molto più moderata e ragionata e meno populista – alle tesi dell’estrema destra, secondo cui queste metterebbero in pericolo le Istituzioni e la civiltà Occidentale, mentre altri, proprio grazie a una maggiore diversità e minor restrizione dei confini, intravedono più benefici economici e sociali.






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eurafrica
post pubblicato in diario, il 23 giugno 2018


Roma. “Siamo di fronte a un fenomeno migratorio senza precedenti” ha detto Emmanuel Macron qualche settimana fa nell’intervista con Edwy Plenel. Un fenomeno che secondo il presidente francese è “descritto tremendamente bene” da Stephen Smith nel suo libro appena pubblicato da Grasset, La Ruée vers l’Europe. Sottotitolo: “La giovane Africa sulla strada per il Vecchio continente”. In copertina, la notte buia del continente africano e quella illuminata dell’Eldorado europeo. Già analista per le Nazioni Unite e l’Interna - tional Crisis Group, Smith è stato a lungo l’africanista di Libération e le Monde e adesso insegna in America alla Duke University. Nel suo romanzo del 1972 “Il campo dei santi”, Jean Raspail immaginava l’immigrazione che travolgeva l’Europa. La scelta, scrisse lo scrittore reazionario e monarchico, era fra “scatenare un massacro per salvare una civiltà o perdere quella civiltà”. “C’è chi ha paura di perdere l‘anima’, altri vogliono dimostrare di averne una” scrive Smith, che vuole invece “demoraliz - zare” il dibattito sull’immigrazione. “Non si tratta di scegliere tra il bene e il male, ma di governare la città nell’interesse dei cittadini”. Il nazionalismo per lui fa il paio con l’“uomo senza qualità” propugnato dall’“irenismo umanitario”. Spiega che “la giovane Africa correrà verso il Vecchio continente, è inscritto nell’ordine delle cose, così come lo fu, alla fine del XIX secolo, la corsa dell’Europa verso l’Africa”. L’Africa di Smith “non è un paese da cartolina dappertutto arretrato. E’ un continente povero, certamente, ma penetrato dalla modernità e da luoghi che funzionano come un palcoscenico, prima tappa del grande esodo”. Qui Smith sfata un mito di sinistra: non partono perché poveri, partono perché stanno emergendo da quella povertà. “I più poveri non possono permettersi di emigrare, non ci pensano nemmeno, impegnati a sbarcare il lunario”. L’Africa è a un punto di svolta e le due principali condizioni dell’esodo verso l’Europa sono soddisfatte. “La prima è l’attraversamento di una soglia di prosperità minima per una massa critica di africani in un contesto di persistente diseguaglianza tra l’Africa e l’Europa; il secondo è l’esistenza di comunità diasporiche che costituiscono le teste di ponte dall’altra parte del Mediterraneo”. Gli aiuti occidentali all’Africa? “Un premio per la migrazione. Così facendo, i paesi ricchi si sparano sui piedi”. “Nel 1900, un quarto della popolazione mondiale era europea” scrive Smith. Nel 2050, tale quota sarà il 7 per cento, “con quasi un terzo che avrà più di 65 anni”. Oggi vivono nell’Unione europea 510 milioni di persone, a fronte di 1,3 miliardi di africani. “In trentacinque anni ci saranno 450 milioni di europei per 2,5 miliardi di africani, cinque volte di più”, prevede Smith. Lo “choc migratorio” è inevitabile. Che fare, si chiedeva Lenin? “Il Maghreb sta stabilizzando la demografia e completando la trasformazione” scrive Stephen Smith nel suo libro La Ruée vers l’Europe. “Non l’Africa subsahariana. Ieri erano senza mezzi per emigrare, ora le sue masse sulla soglia della prosperità sono sulla strada per il ‘paradiso’ dell’Europa”. E’ la partenza a cascata. “Li porterà dal villaggio alla città più vicina, dalla città di provincia alla capitale, dalla capitale nazionale alla metropoli regionale e, infine, all’estero, oltre i mari, in Europa. Questo movimento è il cuore pulsante della gioventù africana che va sempre oltre. Per citare Aimé Césaire, ‘la gioventù nera volta le spalle alla tribù dei vecchi’. Fece questa osservazione nel 1935, quando l’Africa – dal punto di vista demografico – iniziò a partire”. Per l’Europa, scrive Smith, è impensabile continuare ad accogliere senza freni. “Tra il 1975 e il 2010, venti milioni di messicani sono entrati negli Stati Uniti; con i loro figli, ora rappresentano il dieci per cento della popolazione americana. Se la migrazione africana seguisse il modello messicano, ci troveremo in questo ordine di grandezza: da 150 a 200 milioni di afro-europei entro il 2050”. Il guadagno in termini di contributi pensionistici non compenserebbe i costi dell’immi - grazione in termini di coesione, cultura, sicurezza. “Certo, i migranti adulti entrerebbero nella forza lavoro e contribuirebbero a finanziare il sistema pensionistico, ma, date le loro famiglie, che sono, in media, più numerose, il guadagno sarebbe compensato dal costo per educare, formare e prendersi cura dei bambini”. Sarebbe la fine dello stato sociale. “Sarebbe la guerra di tutti contro tutti in una società senza un minimo di codice comune”. Questo è lo scenario che Smith chiama “Eurafrica”. Inaccettabile. Poi c’è l’alter - nativa della “Fortezza Europa”, anche questo irrealistica, anche “se ha più possibilità di successo”. “Ma le dighe che possono essere erette non saranno sufficienti a fermare le molte onde che ci attendono”. C’è la terza opzione. Il “ritorno al protettorato”. Rifarsi carico dell’Africa, come pagare i governanti africani per fermare le migrazioni e chiudere un occhio sulle violazioni e conseguenze interne, che quasi sempre non superano l’esame del nostro umanitarismo, che ne uscirà comunque suicida o sconfitto.




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honestà
post pubblicato in diario, il 16 giugno 2018


Tangentopoli NON cominciò nel 1992.

Il presupposto, in verità mal fondato, di questa Stagione riposava su una presunta differenza antropologica dei politici comunisti, un loro essere “geneticamente” immuni da ogni corruzione, vantato da Berlinguer nel 1981... In questo scenario – secondo Piperno – si configura e ha successo la proposta di Berlinguer per sfuggire alla omologazione con gli altri partiti: regredire dalla politica alla morale,sollevare la questione morale, traghettare il partito dalla lotta di classe alla lotta senza fine al crimine e alla corruzione.

Questa strategia ha portato il PCI a promuovere una legislazione liberticida per distruggere le insorgenze degli studenti e degli operai negli anni settanta del secolo scorso; e ha finito col consegnare il partito ai giustizieri delle procure, cosa mai avvenuta sotto il cielo.



Le reliquie ideologiche del berlinguerismo giacciono ora disponibili alla bisogna del ceto politico: tutti, o quasi, si affannano a farne propria qualcuna, perfino Casaleggio l’oscuro. Il compromesso storico si chiama ora larghe intese e l’eterna questione morale continua ad alime

ntare la retorica politica. Tutto è come prima, solo un po’ peggio.

Quel che nei trent’anni trascorsi dalla morte di Berlinguer è cresciuto in forma smodata, come un cancro delle coscienze, è l’ipocrisia, il male estremo della repubblica italiana. Male al quale, messe a parte le buone intenzioni, grandemente ha contribuito l’agire politico di Enrico Berlinguer.

E pare che non sia ancora finita. Guardiamo quegli anni lontani (l’entusiasmo per Mani Pulite – che condivisi anch’io) con gli occhi della fiction televisiva.

Con saggi corposi di stimati docenti. Ci dicono che la “rivoluzione populista” arriva da lì.



Poi scoppia l’ennesimo scandalo di corruzione (lo Stadio di Roma). E a essere inquisiti sono politici e tecnici d’area dei Cinque stelle, del PD, di Forza Italia. E magari domani se ne scopriranno altri. Io credo che l’onestà, prima che essere un modo di comportarsi, sia un sentimento. Come ogni sentimento, anche l’onestà può essere costruita, plasmata, o rimossa.



Possiamo seppellire la nostra onestà da qualche parte nel nostro inconscio. Però continuare a parlarne. A invocarla. E accade una cosa stranissima: i primi a credersi onesti, sono i corrotti; un disturbo dissociativo dell'identità (DDI - conosciuto anche come disturbo di personalità multipla), che è un'alterazione dell'identità in cui il malato presenta almeno due distinte personalità… che esistono tutte in buona perfetta fede. Una scissione dell’io che dovrebbe indagare Ronald Laing.



Una cosa che abbiamo tutti sotto gli occhi. Nei nostri privati comportamenti. Anche noi, che politici non siamo. Praticare l’onestà è un costo enorme. Sul piano delle conseguenze. Pratiche. Emotive. Familiari. Di carriera. Di relazioni. Quando l’onestà incontra il denaro , di solito è il denaro che prevale. Ma lo travestiamo da necessità, da opportunità. Persino da fin di bene.



Perché noi vogliamo essere fieri di noi stessi. Non ci vogliamo vergognare. E dunque tiriamo l’onestà di qua e di là. Perché arrivi a coprire la nostra pochezza. Ce la aggiustiamo addosso come ci fa comodo.








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L’EUROPA E LA PATRIA
post pubblicato in diario, il 3 giugno 2018


Era la grande speranza dell'ingresso nell'Eurozona: auto-correggersi grazie alle regole europee e alla supervisione delle istituzioni sovranazionali. Purtroppo la politica e l'establishment italiano non riusciranno mai a completare il processo di auto-riforma poiché molti settori dell'impresa resteranno al riparo dalla concorrenza e i bassi tassi d'interesse sul debito pubblico ottenuto grazie alla politica monetaria europea incentiveranno la classe politica a rilassare la propria spinta riformistica, in special modo in settori come quello pensionistico, dell'amministrazione e servizi pubblici. La spesa pubblica è rimasta elevata e frammentata, il debito è esploso con la crisi, la produttività si è abbassata e le regole europee si sono irrigidite per la grande divergenza tra nord e sud del continente.

Ritornava, così, il vincolo esterno non come forma di disciplina interna, ma come intervento promosso da Bruxelles. L'inverno di Monti, che ha salvato i conti pubblici di un Paese spinto sull'orlo del default, ma ha certificato la fine di una intera classe politica avviando la primavera dei populisti. Sull'attestato di questo fallimento i partiti anti-establishment hanno vinto le elezioni del 2018.

E il patriottismo dov'è finito? La volontà di correggersi da sé? Abbiamo visto un establishment economico e politico legato ai vecchi partiti e scioccato dai risultati elettorali gioire di fronte all'impennata dello spread. Coltivare pensieri pericolosi secondo cui si doveva dibattere apertamente dell'uscita dall'euro nella campagna elettorale che pensavano imminente, ma allo stesso tempo premevano sul Quirinale perché non venisse nominato alcun ministro dalle idee eurocritiche.

Idee rischiose, quelle del piccolo establishment, perché lontane dal principio di realtà. Infatti se è vero che i mercati non tollerano l'incertezza politica ciò vale nel caso in cui sia ventilato un piano B di uscita dall'euro e, a maggior ragione, nel caso di una campagna elettorale sull'euro. Sperare di terrorizzare gli italiani prefigurando il disastro di fronte a qualunque idea euroscettica, e non solo l'abbandono della moneta unica, è una pia illusione se si considera il terremoto politico e culturale di fronte a cui ci troviamo. Significa castrare in partenza ogni speranza di riforma di una architettura europea sempre più imbolsita e delegittimata.

Da qui l'invocazione della risoluzione verso l'alto e l'esterno: saranno i mercati, le alte cariche di Bruxelles e i diligenti tedeschi a punire gli irriformabili italiani. Dietro le parole del commissario tedesco Oettinger molti commentatori hanno ostentato indignazione, ma quante volte li abbiamo sentiti ripetere concetti assai simili? Le élite del Paese per gran parte si vergognano per il voto dei propri compatrioti e non fanno nulla per nasconderlo. Il vincolo esterno diventa la scorciatoia migliore di chi considera l'Italia un paese "minus habens" rispetto ai partner europei. Per questo si guarda sempre alla rigidità della Germania o alla grandeur della Francia con parole ricolme di ammirazione, ma senza avanzare mai alcun piano strategico né per l'Italia né per l'Unione Europea, come invece fanno i francesi e i tedeschi.

Qual sia il contributo al dibattito pubblico sull'Europa di coloro che inneggiano a spread e default per l'Italia non è chiaro. O forse si: è inesistente perché è più facile dar sempre la ragione al commissario europeo straniero. Un complesso di inferiorità che si traduce in debolezza concettuale e politica secondo cui l'Italia non sarebbe nelle condizioni di partecipare al gioco del potere europeo. Non è nelle condizioni o la sua classe dirigente non vuole sobbarcarsi lo sforzo (e i rischi) di farlo?

È vero i populisti sanno cosa combattono, ma non sanno ancora cosa vogliono costruire. Intercettano pulsioni che vogliono riportare al "politico", codificato da Carl Schmitt, un paese in commissariamento permanente. Sconfinano, troppo spesso, in manifestazioni da nazionalismo d'operetta.

Patriottismo e sovranità possono incontrarsi poiché grazie al primo è possibile contrattare la seconda. Qui arriva la sfida dei populisti d'oggi: seguire la lezione di Gaetano Mosca passando dalla contestazione delle élite alla circolazione delle élite. E questo senza patriottismo, che è volontà di prendersi cura del Paese senza anestetizzarne la politica per imposizione esterna, non è possibile farlo poiché la nuova classe dirigente italiana dovrà recuperare un minimo di auto-consapevolezza, sui suoi limiti e le sue forze, e amor patrio.

Se non si vuole finire dritti in un neo impero carolingio, in cui l'indirizzo politico italiano sia formulato dall'esterno e congelato nella capacità di riforma domestica ed europea, le nuove forze politiche dovranno trovare la forza per autoriformare il Paese dall'interno per rafforzarlo all'esterno.

La ricostruzione della sovranità passa dalla capacità di correggere le istituzioni, avviare la crescita economica e, allo stesso tempo, scambiare queste azioni con la richiesta di riformare alcuni aspetti dell'Europa. Il Paese deve andare verso una sovranità contributiva rispetto all'Unione Europea guadagnando una flessibilità istituzionale che permetta di contrattare ciò che si dà e ciò che si riceve, superando un impasse su cui si è avvitata l'intera struttura europea. Per questo una sana audacia intellettuale anti-conformistica non è materiale da disprezzare quando si parla di riformare Bruxelles. Senza questa, d'altronde, la Comunità Europea non sarebbe mai nata e rinunciando ad essa mai l'Unione Europea uscirà dalla sua catalessi rischiando, a causa di questo immobilismo, di sfasciarsi sul nazionalismo.

Chi tifa per lo spread, il default e il commissariamento perenne rischia di gettare benzina sulle venature nazionaliste che già si scorgono sotto traccia ed esacerbare le reazioni. Un paternalismo ed una pedagogia, quella secondo cui gli italiani devono comportarsi soltanto in un determinato modo poiché questo è ciò che si richiede per alimentare lo status quo europeo, che si pongono lontani persino dalla lezione patriottica di Ciampi, che tutto era fuorché un pericoloso populista euroscettico. Non si cambierà l'Italia e il suo ethos assumendo toni anti-italiani, tifando per il disastro catartico, perché la storia insegna che è dal disastro economico che nascono gli incubi peggiori.

Ci sono molti modi validi per spronare, responsabilizzare e condizionare la politica, ma tifare per lo spread, lo shock esterno e, infine, per il default è la via sbagliata da prendere per la classe dirigente italiana di fronte alla crisi politica. È un atteggiamento elementare, di mera risposta irrazionale alla vittoria dei populisti, che danneggia se stessi e il Paese.

Edmund Burke scriveva che ciò che è incapace di cambiare è incapace di conservarsi. Vale per l'Italia, come Patria, per la sua classe dirigente, se ce n'è una, e anche per l'Unione Europea.






permalink | inviato da albertolupi il 3/6/2018 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il capitalismo municipale in Italia
post pubblicato in diario, il 19 maggio 2018


HERA, malgrado la quotazione in borsa è posseduta maggioritariamente da enti pubblici: HERA (Holding Energia Risorse Ambiente) nacque nel 2002 dalla fusione di 11 aziende operanti nel settore della pubblica utilità emiliano-romagnola.
Situazione aggiornata sulla base delle comunicazioni pervenute ai sensi di legge ed elaborate fino al 09/10/2017:
Comune di Bologna (12,599%)
Comune di Modena (6,863%)
Comune di Imola (7,375%)
Comune di Ravenna (6,470%)
Comune di Trieste (5,482%)
Comune di Padova (4,803%)
Comune di Udine (3,055%)
Questo fa il 46.47%, che vanno sommati agli altri 190 azionisti pubblici (prevalentemente comuni dei territori di riferimento), e totalizza il 49,5% del capitale sociale. Se si pensa che Consob considera il 30% come il limite a cui si può arrivare senza obbligo di OPA sul resto del Capitale...

Viene chiamato Capitalismo Municipale; molta gente, anche dotta, ritiene che i Comuni facciano bene a essere proprietari delle aziende della nettezza urbana, della gestione idrica, di quelle del trasporto pubblico locale, dell’energia, perché così il profitto di queste attività rimane all’ente pubblico anziché andare a capitalisti privati. Non sanno che il profitto è la remunerazione del capitale investito dai proprietari delle aziende, e che fra i diversi tipi di investimento quello in aziende è il più rischioso. Così, senza saperlo, incoraggia i propri amministratori a tassarla di più per poter investire in queste aziende. Forse si illudono che in questo modo i servizi erogati siano di miglior qualità e di minor costo.
Invece è vero il contrario perché l’ente pubblico proprietario dell’azienda erogatrice non pretenderà da essa la stessa prestazione che pretenderebbe da un fornitore appaltatore in regime di concorrenza. Non per niente la Comunità europea pretenderebbe proprio appalti a imprese private in regime di concorrenza. Ma gli amministratori locali italiani preferiscono non darle retta, perché grazie al conflitto di interessi dovuto ad un unica gestione di appaltante e appaltatore evitano ogni controllo.
Alcuni dotti hanno spiegato che acqua, igiene pubblica, etc. sono beni comuni e come tali non devono cadere nelle mani di speculatori, i proprietari delle imprese private. Peccato che se l’acqua non passasse attraverso i contatori verrebbe sprecata e non ce ne sarebbe abbastanza per tutti. Nessuno sembra voler spiegare alla gente che per preservare i beni comuni basta conservare la proprietà delle infrastrutture e vendere agli utenti i servizi a prezzi amministrati, non di mercato.
Invece tenersi la proprietà delle aziende produttrici dei servizi fa comodo solo agli amministratori corrotti e serve ad assegnare posti pubblici ai loro amici privati.

A questi proposito può essere interessante:
Comuni S.p.A.
Il capitalismo municipale in Italia
Il Mulino 2009
Comuni, regioni e province sono azionisti di centinaia di società di capitale: 240.000 dipendenti, un giro d’affari di 43 miliardi di euro: un mezzo impero. A partire da un’analisi dei loro bilanci, il libro dà uno spaccato della situazione di oltre 700 imprese pubbliche locali italiane, mostrandone luci e ombre, con un paese anche qui pesantemente diviso. Il "capitalismo municipale" vede protagonista il centro nord, mentre al sud, oltre all’imprenditoria privata, langue anche una iniziativa pubblica in forma genuinamente imprenditoriale.
Abbiamo imprese pubbliche che forniscono servizi pubblici locali, ma anche imprese di informatica e di logistica, imprese di costruzioni e farmacie, miniere e case da gioco. Con una "missione" pubblica spesso oscura e differenze nelle performance – anche tra imprese simili – che talvolta lasciano sconcertati. Alcuni comuni usano queste imprese per finanziarsi, altri per spendere, purtroppo senza preoccuparsi di come coprire le spese. Alcuni le usano per promuovere lo sviluppo delle infrastrutture, altri per pagare sussidi a lavoratori "socialmente utili", mascherando forme di assistenza sotto le sembianze di imprese.
Sono imprese da cui dipendono tanti servizi e flussi finanziari imponenti. Chi ha un vero progetto industriale, riesce a fare affluire nelle casse comunali utili complessivi per centinaia di milioni di euro. Chi invece le usa per spendere, riesce a creare buchi di bilancio ugualmente importanti, con pochi controlli e un sistematico rinvio delle soluzioni ai problemi. Soprattutto al sud, ma neanche il nord può scagliare la prima pietra. Forse servono riforme, ma forse, più semplicemente, il rispetto delle regole e dei vincoli di bilancio.





permalink | inviato da albertolupi il 19/5/2018 alle 13:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Separare la spesa previdenziale da quella per assistenza, ultima illusione italiana
post pubblicato in diario, il 2 aprile 2018


Giorni addietro, Inps ha pubblicato i dati 2017 del suo Osservatorio sulle pensioni. Da cui pare di potersi evincere che la mitologica separazione tra spesa previdenziale ed assistenziale, brandita da molti come ennesimo proiettile d’argento per non toccare o addirittura per allentare le maglie dei requisiti di pensionamento da lavoro, è in realtà il l’ultimo autoinganno «Made in Italy», mentre uno sguardo alle proposte di Lega e M5S sulla materia ci garantisce un futuro assai gramo, come da attese.



Intanto, i numeri Inps in sintesi estrema. Al primo gennaio 2018, le pensioni di natura assistenziale ammontavano a 20,9 miliardi su un totale di poco più di 200 miliardi, quindi il 10% circa. Visto così, non appare molto, in effetti. Ma nel 2017 c’è un’anomalia, visto che lo scorso anno sono state liquidate pensioni per un importo annuo di circa 11 miliardi di euro, di cui però le assistenziali erano pari a circa 3 miliardi.

Quindi, con un complesso algoritmo, scopriamo che nel 2017 la componente assistenziale della nuova spesa pensionistica è stata pari a ben il 30%, contro uno stock del 10%. Un dato non fa un trend ma fa certamente riflettere ed accende una spia rossa sul cruscotto dei conti pubblici. Nelle erogazioni assistenziali figurano assegni sociali e prestazioni per invalidi civili, a loro volta ripartite in pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento; la seconda, a differenza della prima, non è soggetta alla prova dei mezzi, cioè è erogabile a prescindere dalle condizioni reddituali e patrimoniali del richiedente. A livello di stock, la spesa per invalidi civili pesa per ben 12,5 miliardi sui quasi 21 della spesa pensionistica assistenziale. Nel 2017, ben il 77,8% delle nuove erogazioni era relativo ad indennità di accompagnamento, a fronte di uno stock di circa il 65%. Non solo. Osserva Inps riguardo al solo anno 2017:





«Nell’ambito delle prestazioni di tipo assistenziale si rilevano percentuali sul totale pari a 8,3% per gli assegni sociali e a 91,7% per le prestazioni di invalidità civile»

Nel 2017, l’età media dei percettori di prestazioni assistenziali era di 69 anni. A inizio 2018, le prestazioni a favore di invalidi civili erano 37,2 ogni 10.000 abitanti in Italia settentrionale, 52,2 nell’Italia centrale, 66,6 nell’Italia meridionale e Isole. La scoperta dell’acqua calda suggerisce che le prestazioni assistenziali di invalidità civile rappresentano un ammortizzatore sociale, soprattutto nelle regioni economicamente meno sviluppate, ma verosimilmente finiranno col diventare anche una sorta di integratore per carriere contributive inesistenti (causa sommerso) o fortemente discontinue.

Questa tendenza pare destinata ad accentuarsi col trascorrere del tempo, mettendo sempre più in comunicazione la componente assistenziale con quella previdenziale, e rendendo piuttosto futile ogni tentativo di separare le due. La forte divergenza in aumento di erogazioni assistenziali nel 2017 rispetto al valore dello stock di prestazioni è un primo, forte campanello d’allarme.



Veniamo alle proposte dei due “vincitori” del 4 marzo, M5S e Lega. Quelle del partito guidato da Matteo Salvini provengono da uno specialista come Alberto Brambilla, e prevedono l’uscita con 41 anni di contributi a prescindere dall’età oppure con quota 100 (somma di versamenti ed età anagrafica) per chi ha almeno 64 anni. In pratica, tornano in forza le famose o famigerate “pensioni di anzianità” o anticipate.

E le coperture? Da quello che si legge, pare che Brambilla preveda un intervento sulla spesa assistenziale mediante una spending review ottenibile tramite un’anagrafe centrale delle prestazioni, sia erogate da enti centrali che locali, che promette risparmi annui per la mirabolante cifra di 5 miliardi. La tipologia di intervento non stupisce, visto che Brambilla è tra i sostenitori della tesi secondo cui la spesa assistenziale “spiazza” quella previdenziale, sommandosi ad essa. Ma servirà fare i conti con il nuovo Matteo Salvini, quello nazionale e sovranista, che in campagna elettorale, proprio per lanciare un amorevole messaggio agli elettori soprattutto del Sud, ha già chiesto a gran voce di elevare gli importi delle pensioni di invalidità. Un caso? Io non credo (cit.)

Ma la vera copertura alla ritrovata flessibilità in uscita sulle pensioni di natura previdenziale verrà dalla riduzione delle prestazioni. Incredibile, chi l’avrebbe mai detto, vero? Leggiamo dal Sole del 31 marzo:

«Mentre in chiave di possibile alleggerimento dell’onere delle nuove anzianità per le generazioni future potrebbe essere condivisa anche l’ipotesi di calcolare con il contributivo pieno tutti i versamenti effettuati dal ’96 in poi per chi utilizzasse questi nuovi requisiti non avendo cumulato più di due anni di contribuzione figurativa»

In particolare:

«Per i contributivi pieni, ovvero chi ha iniziato a lavorare dal gennaio 1996, si prevede l’abbassamento del parametro di 2,8 volte l’assegno sociale per godere del ritiro flessibile (si punta su 1,5 o 1,6 volte). È il modo per cancellare l’incubo dei tanti giovani che, consultando i simulatori Inps con bassi contributi, si sono visti indicare fino a 72 anni come orizzonte per una pensione di vecchiaia»

In pratica, potrete andare in pensione prima, ma con assegni da fame, perché flessibilità farà rima con povertà. E oplà. Ricordiamo che, per il 2018, l’assegno sociale sarà pari a 453 euro per 13 mensilità. Pensate quanti pensionati di anzianità si troveranno a fare la fame, se passasse questa copertura. E che accadrebbe, allora? Sdegno ed esecrazione generale, i talk televisivi monopolizzati da invettive contro il “liberismo”, ed immediate misure di integrazione per gli assegni insufficienti. Oppure, visto che tutto si tiene, esplosione delle indennità di accompagnamento, o assimilate. Perché tra previdenza ed assistenza esiste un vaso comunicante molto evidente, e non solo in Italia.

Però, tranquilli: se i nuovi assegni pensionistici “flessibili” fossero (saranno) tali da produrre poveri assoluti in quantità industriale, ecco correre in aiuto l’integrazione grillina nota come “pensione di cittadinanza”. Sempre dal Sole del 31 marzo, che cita la senatrice Nunzia Catalfo, “esperta” di temi previdenziali del M5S:



«La pensione di cittadinanza è un’integrazione per un pensionato che ha un assegno inferiore ai 780 euro mensili o ai 1.170 euro se si tratta di una coppia»

Ed ecco la “convergenza programmatica” tra Lega e M5S, signori! Un moto perpetuo dove si introduce la “flessibilità” pensionistica, e poi si integrano gli assegni da fame vera che da essa deriveranno. E i soldi? Ma è ovvio: sprechi, corruzzzzione, ka$ta! Il tutto ricordando la disastrosa situazione demografica italiana. Passando al contributivo prevalente o pieno per le nuove pensioni di anzianità, come proposto dalla Lega, si stima che la spesa andrebbe a gonfiarsi tra circa un quindicennio, in perfetto orario per l’appuntamento con la “gobba” figlia del combinato disposto di demografia avversa e crescita economica insufficiente (anche per motivi demografici, visto che tutto si tiene).

Ma notoriamente, quindici anni sono tre ere geologiche, in politica, ed i nostri eroi potranno dire che le proiezioni sono sbagliate, che gli italiani torneranno a riprodursi freneticamente grazie al programma sovranista e che di conseguenza la crescita ripartirà molto prima che Salvini e Di Maio siano stati dimenticati dal Popolo sovrano.



I numeri sono eloquenti: credere che sia possibile separare la spesa previdenziale da quella assistenziale è pura illusione. Le due sono collegate, e lo saranno sempre di più se arriveremo a moltiplicare pensioni previdenziali da fame per dare agli italiani l’illusione che il loro sistema pensionistico non sia più a ripartizione bensì sia divenuto a capitalizzazione in una notte di plenilunio. È la demografia, stupidi.





Mario Seminerio 2 aprile 2018





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Lamento d'un vecchio
post pubblicato in diario, il 3 marzo 2018


Lamento – copia incolla – d’un vecchietto bizzos, da giardinetti pubblici, ma oggi va così; sopportatemi. Oggi nell’editoriale del Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia lamenta la scomparsa degli intellettuali “impegnati”. In realtà non è cosa recente. Gli intellettuali “impegnati” erano tutti gramsciani (di credo o di comodo): visto che la rivoluzione armata non si può fare armiamoci di parole per costruire il socialismo attraverso l’egemonia culturale. Impegnati, ma asserviti all’ideologia o – più banalmente – al “partito della classe operaia” dispensatore di prebende e impieghi. I liberali hanno sempre contestato questa idea dell’impegno (vedi Aron). Eppure, paradossi della storia, l’unico intellettuale oggi impegnato nel senso gramsciano ma in chiave antigramsciana, cioè nel tentativo di impedire una egemonia totalitaria, è un liberale, Angelo Panebianco. Che da anni combatte, isolato, la sua guerra culturale contro il populismo ed il giustizialismo. Prima di chiederci se abbiamo vinto o perso le elezioni, può essere utile compilare un primo inventario incompleto delle cose che abbiamo sicuramente perso lungo la strada di questa interminabile campagna elettorale: - Abbiamo perso anzitutto molte intelligenze. Non dico "le menti migliori della mia generazione" di Ginsberg, ma è diventato di colpo evidente il rincitrullimento - per fanatismo, per risentimento, per rassegnazione sarcastica, per opportunismo, per età, per vanità, per ossessioni personali ingovernabili - di cronisti, opinionisti e intellettuali che fino a tempi recenti valeva la pena leggere e ascoltare. Ciascuno di noi potrebbe stilare il suo elenco privato di persone che nell'ultimo anno o poco più hanno completamente perso la trebisonda. Ubriachi. - Abbiamo perso il Corriere della Sera, non solo e non tanto come giornale, ma come simbolo di quella che dovrebbe essere la grande borghesia, o anche solo la borghesia, nel suo senso démodé di "classe civilizzatrice". È mai esistita in Italia? Forse no, forse poco e male, ma in questa prova generale del disastro abbiamo capito che non possiamo contare sulla sua tenuta, sul suo argine. Sono pronti a puntare allegramente sul disastro. - Abbiamo perso ogni residua dignità delle istituzioni, se un vicepresidente della Camera può aizzare una folla di facinorosi a circondare il Senato o inventarsi la pagliacciata della salita al Colle pre-elettorale e dell'email con la lista dei ministri. Ormai tutto è stato consentito, dunque tutto è diventato possibile. Girotondi, non se ne sono visti. Appelli di Zagrebelsky, neppure. - Abbiamo perso ogni sussulto di reazione allo squadrismo mediatico-giudiziario o giudiziario-mediatico: completamente assuefatti. Vedi il caso Consip, vedi il caso Fanpage. Quella è una battaglia persa per i prossimi vent'anni - ed era la prima battaglia che bisognava combattere, dal 1992 in poi. - Abbiamo perso ogni argine alla follia nel dibattito pubblico, ogni senso, ogni valore e ogni misura delle parole, e a breve vedrete che i talk show, per raccattare qualche spettatore in più, organizzeranno dibattiti tra sopravvissuti della Shoah e negazionisti "per sentire entrambe le campane e farsi un'opinione". Già ci siamo andati vicini, visto che per i dibattiti sul fascismo invitano regolarmente la nipote del Duce (dubito che in Germania facciano altrettanto con Gudrun Himmler). - Abbiamo perso quel che restava del rispetto e del prestigio della scienza, perché il fatto che i vaccini per il morbillo siano diventati un tema di campagna elettorale è semplicemente de-men-zia-le. Ed abbiamo perso (definitivamente) ogni ancoraggio alla realtà, perché la maggioranza dei nostri connazionali, là fuori, sono convinti che siamo messi così male per colpa del neoliberismo o dell'euro o di Soros o dei vitalizi dei parlamentari o di altre entità più o meno immaginarie. Cos'altro, poi? È un post interlocutorio e improvvisato, non ho previsto una bella frase a effetto su cui chiudere, ma mi piacerebbe che mi aiutaste a inventariare le perdite, o meglio, le frittate da cui sarà pressoché impossibile ricomporre delle uova. La cosa peggiore è che in troppi non hanno la minima consapevolezza del valore delle cose che abbiamo perso in questi anni. D’altra parte, se questa consapevolezza ci fosse stata, avremmo potuto contare su un minimo di resistenza al disastro. Abbiamo, poi, perso la coscienza del male, la dignità del proprio stato, le parole appropriate, la sicurezza delle proprie convinzioni, il bisogno di essere pensanti quando tutti non pensano, la grazia un po' ipocrita, ma bella, della convivenza civile, il piacere di restare ciò che si e' senza covare invidie e rancori, convinti che veramente l'erba del vicino e' più verde, il sentimento delle regole indispensabili per ogni convivenza, la fede in ogni ideale, ogni sentimento, in ogni speranza, il pensiero unico proposto da personaggi che non hanno pensieri da proporre, solo invettive, la vita come opera d'arte da costruire età per età sfregiata in un malinteso bisogno di eterna giovinezza,il gusto di dire buongiorno pensando ad un giorno buono. Forse si può solo ripetere che la maggior colpa risiede nel sovversivismo istituzionale della magistratura associata; perché, vera la Propaganda e i suoi “dottori”; vera la diserzione della memoria storica; vero il ritorno della superstizione; vera la deriva psichedelico-palingenetica. Ma senza una magistratura che incide sulle carne; che processa “la Prima Repubblica” e la sua storia; reintroduce, letteralmente, le imputazioni «de peste manufacta»; diffonde la nevrastenia di massa con i suoi atti, conformativi e deformativi come nessuna parola può essere; accusa penalmente i rating, i terremoti, le migrazioni bibliche; senza il suo potere infungibile di conferire veste giuridicamente legittima alla metodica distruzione di qualsiasi punto fermo: umano, politico, epistemico; senza tutto questo, niente, niente della viltà, del nichilismo, della corrività carrierista, del moralismo regressivo, che costituiscono la ritrovata grammatica elementare di questo evitabilissimo abisso, avrebbe avuto luogo: con la facilità, il compiacimento, e la diffusione massificata e massificante con cui ha avuto luogo. Noi abbiamo la peggiore e più irresponsabile burocrazia di elites del mondo. Scusatemi, ma sono più vecchio di tanti.



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Le colpe della crisi bancaria
post pubblicato in diario, il 22 ottobre 2017


L'Italia è intervenuta poco e tardi. Troppi legami politica-istituti.





P.D. E BANKITALIA: SCENEGGIATA PER NON PAGARE IL CONTO

Che cos’è questa bagarre per Bankitalia?

Il P.D. pensa davvero, senza nemmeno informare il SUO Governo (questa, poi!!!) di poter chiedere conto a Visco, senza aspettare l’esito del lavoro della Commissione d’Inchiesta, di non aver vigilato su Banca Etruria (come dire sullo stesso P.D.) e sulle altre Banche e Banchette, procurando la rovina dei risparmiatori? E perché proprio oggi?

Io di banche me ne intendo poco assai. Finché posso, cioè fino alla scadenza delle imposte, giro alla larga. Sono un analfabeta dell’economia, ma, come diceva il “fornaciaro” di Gioachino Belli “le raggione le capisco ar paro – de chiunque sa intenne la raggione”. E’ capisco quello che è sotto gli occhi di tutti, anche se non degli specialisti, dei giornalisti e dei babbei che vorrebbero sapere a tutti i costi chi sa quale mistero “c’è dietro”. E, intanto, se la prendono dove non s’ha da dire.

Cominciamo dall’ultimo interrogativo. Perché adesso?

E’ fin troppo chiaro: anticipare la vacanza a Via Nazionale è l’unico modo perché il nuovo Presidente possa essere disarcionato mentre Governo e maggioranza sono ancora del P.D.

A primavera le elezioni, pur con quel pochissimo di democrazia che resta nel nostro Paese, scacceranno il P.D. da Palazzo Chigi e lo manderanno in minoranza a Montecitorio ed a Palazzo Madama. E’ vero che il Governatore di Bankitalia non lo nominano né il Governo né il Parlamento. Ma nessuno mi venga a dire che la nomina non è fortissimamente condizionata da quelli là. “Ora o non più” è la formula di Renzi per non perdere certe posizioni di potere (e di controllo delle sue malefatte). E mettere, magari, i bastoni tra le ruote di chi verrà.

Secondo punto. Renzi vuole “tagliare l’erba sotto i piedi” ai Cinquestelluti e al Centrodestra. Farsi lui paladino della rabbia della gente anche e soprattutto, di quella contro il suo operato e le magagne dei suoi, quelle di Banca Etruria e delle altre banche del sistema del credito clientelare. Prendere ancora una volta per i fondelli gli Italiani più tartassati da lui e dai suoi, dire “ci pensiamo noi”. Fare i conti, invece che con l’oste, con i compagni di bevute.

Terzo punto: Renzi vuole distrarre la gente da altre questioni che incombono sul P.D. in piena crisi. Anzitutto dalle elezioni siciliane, dal loro esito catastrofico per il P.D. La questione Bankitalia andrà per le lunghe, molto oltre il 5 novembre, quando il P.D., a Palermo, sarà sfrattato, con il suo ancorché ambiguo “rivoluzionario” Crocetta dal Palazzo d’Orleans. E’ meglio che si riparli d’altro, che si continui per un bel po’ a parlare d’altro.

Quarto punto: Renzi cerca di convincere qualcuno (i cretini, diceva Sciascia, sono tanti) che se la sua Banca, le banche del suo sistema di credito clientelare, se il P.D. l’hanno fatta grossa ed hanno rovinato tanta gente, la colpa è di quel Visco che non le ha “vigilate” a dovere e che lui lo sculaccia. Fa come certi minorenni un po’ delinquenti che prima sfuggono ad ogni controllo, respingono ogni regola e predica dei genitori, e poi, quando li arrestano dicono che sono vittime di una incapacità dei genitori di vigilare su di loro, di fare il loro dovere.

Quinto punto: per Renzi è meglio che si parli del credito facile delle banche del Centronord che del credito difficile, dei rubinetti chiusi di quelle di Sicilia e del Sud a causa della legislazione antimafia. Della quale legislazione proprio ora ha messo nelle mani irresponsabili di molti magistrati fanatici e delle loro consorterie dell’Antimafia mafiosa il famigerato “codice”. Preferisce addirittura che si parli di Banca Etruria che degli stessi ammonimenti della grottesca lettera accompagnatoria delle promulgazioni di quel codice inviatagli da Napolitano.

Meglio, infatti, non inimicarsi i magistrati, dei quali i politici, specie quelli sulla via del tramonto, temono il giusto e, soprattutto l’ingiusto e baggiano attivismo. Quindi rispetto alle esigenze di occuparsi della vera, grande, devastante crisi del credito che l’antimafia provoca in intere Regioni, con ripercussioni su tutta l’intera economia nazionale “resistere, resistere, resistere”, come diceva accoratamente Borrelli. Parlando d’altro. Resistere contro la ragione. Resistere, magari, non per eroismo, seppure caparbio, ma per paura.

Anche la “questione Bankitalia”, la “questione Visco”, sono gestite sotto l’incombere della paura. I malfattori, anche quelli tracotanti e spietati, sono vili.



In questi giorni di polemiche esagerate è forse utile ricordare brevemente l'origine dei problemi delle nostre banche.

Dopo la crisi del 2008 tutto il sistema bancario occidentale entrò in crisi e, dagli Stati Uniti all'Europa, fu necessario immettere cifre colossali per ricapitalizzare le banche, riconoscere le perdite e ridurre le sofferenze - praticamente la sola Lehman Brothers fu sacrificata, ma ne avevano fatte di cotte e di crude.

Come reazione al fatto che i governi europei spesero 671 miliardi di aiuti e acquisti di azioni e 1288 miliardi di garanzie, si decise (in sede UE) di prendere misure per evitare altri futuri "ricatti" del sistema bancario ai contribuenti (si rafforzarono tante misure prudenziali e si introdusse il "bail-in").

L'Italia fu l'unico paese a non intervenire. Questo fu dovuto al fatto che la crisi del sistema bancario italiano inizialmente era meno grave (non è stata dovuta ai "derivati", ma all'accumularsi di "sofferenze"), ma soprattutto al fatto che i legami tra politica e banche - che nel nostro paese sono molto forti - impedirono gli interventi.

Obbligare le banche a ricapitalizzarsi avrebbe significato diluire il controllo della "politica" (cosa che poi è comunque successa); le sofferenze erano tante volte state dovute a spinte politiche e i manager "incapaci" erano spesso di nomina politica. Questo ha anche rallentato l'azione di sorveglianza della Consob e della Banca d'Italia. Le responsabilità della Consob sono in prima linea nella vendita di obbligazioni subordinate ai piccoli risparmiatori. In questo periodo il più grosso dissesto bancario italiano è stato quello del MPS che è tutto targato PD.

I governi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi si sono tutti rifiutati quasi completamente di intervenire e hanno lasciato che il problema si ingigantisse. Oltre a tutto nel 2013 - con l'accordo dell'Italia - è stata chiusa la finestra per la concessione più facile di aiuti di stato alle banche che era stata aperta nel 2009 e nel 2014 è stato introdotto il "bail in" che rende le operazioni di salvataggio bancario più dure per chi ha investito nelle banche (cosa sacrosanta).

I primi interventi decisivi sulle nostre banche sono stati presi dal governo Gentiloni con il decreto da 20 miliardi e le operazioni su MPS, banche venete e altri casi più piccoli.

Dire che la crisi bancaria sia la responsabilità della Banca d'Italia è una falsità. La crisi bancaria italiana è dovuta soprattutto a:

a) i legami malsani tra banche e politica che hanno influenzato ogni decisione per decenni;

b) le due recessioni del 2008/2009 e 2012/2013;

c) il rinvio continuo dei necessari interventi sulle banche operato da tutti i governi in carica tra il 2009 ed il 2016 compreso.




permalink | inviato da albertolupi il 22/10/2017 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
"I migranti hanno votato AfD",
post pubblicato in diario, il 7 ottobre 2017


l'analisi di Roberto Giardina. ITALIA OGGI del 07/10/2017, a pag. 12.



Questa analisi del voto tedesco aiuta a capire la natura del partito Alternative für Deutschland, che i nostri media hanno classificato sostanzialmente neonazista. IC è da sempre attenta alle corrispondenze dalla Germania di Roberto Giardina, a differenza degli altri corrispondenti - e grazie alla sua estrazione liberale - riesce a sottrarsi al conformismo ideologico che contraddistingue le analisi della maggior parte dei suoi colleghi. Sarà il tempo a dirci quale sarà la linea di AfD al Bundestag, per ora, grazie alle analisi di Roberto Giardina, possiamo seguire quanto avviene in Germania con una informazione non condizionata da alcuna preconcetta ideologia.



Leggo che quelli del Pd sarebbero favorevoli allo Ius soli nella speranza e i «nuovi italiani» alle prossime elezioni voterebbero per loro. Non so se sia vero, comunque la sinistra avrebbe una sorpresa. E probabile che avvenga il contrario. Quando ero corrispondente a Parigi, decenni fa, i fattorini della grande azienda presso cui avevo in affitto il mio ufficio, provenivano in gran parte dalle ex colonie, più francesi dei francesi. Ed erano quasi tutti gollisti convinti. Tranne gli algerini che votavano compatti per il Pcf, comunisti tutti d'un pezzo, che perdevano tempo con me per spiegarmi che il mio Berlinguer era un traditore.

Chissà che penserebbero oggi di Renzi e di Bersani. Il motivo è semplice. Chi conquista la cittadinanza (ma i miei fattorini algerini l'avevano di diritto), non vuole che arrivino altri che facilmente abbiano in regalo quel che per loro è stato faticoso ottenere.

Chi ha votato per l'AfD in Germania? Com'era scontato, si continua a descrivere la Germania di Frau Angela come una sorta di IV Reich soft. I tedeschi non cambiano mai. Sempre nazisti. Comunque non è la prima volta che un partito dell'estrema destra entra al Bundestag. Nel primo parlamento, nel settembre 1949, erano presenti dodici partiti, perché la clausola di sbarramento al 5 per cento, pur esistente, non valeva a livello nazionale (fino al 53). Bastava averla superata in uno dei Länder. E al Bundestag entró dunque il Deutsche Partei (Dp), fortemente anticomunista e in parte nostalgico, che aveva ottenuto un buon risultato a Amburgo, Brema, nello Schleswig-Holstein e in Bassa Sassonia.

Gli elettori dell'Alternatave für Deutschland saranno nostalgici al dieci per cento, al massimo per il venti. Gli altri l'hanno votata per altri motivi. E la votano persino gli stranieri. Potrà sembrare paradossale, ma non lo è. I turchi con doppio passaporto sono circa un milione. Erdogan aveva invitato a non votare per i partiti anti Turchia, mai per la nemica Angela, nemmeno per i verdi, per i socialdemocratici, per la Linke, e per i liberali. Dunque astenersi.

Ma la cancelliera è sempre stata contraria all'ingresso della Turchia nella Ue, e già quattro anni fa aveva perso buona parte dei Deutschtürken. «Merkel muss weg» si leggeva nei cartelli di protesta alle manifestazioni pro Erdogan nei mesi scorsi, via la Merkel.

E quale migliore dispetto che votare per l'AfD? I populisti durante la campagna elettorale hanno attaccato la politica dell'accoglienza, ma non si riferivano agli immigrati da lungo tempo, e occupati regolarmente. Gli Ausslãdler (circa 2,4 milioni), cioè quanti sono giunti dai paesi dell'ex Unione Sovietica dopo la caduta del muro e la fine dell'Urss, perché avevano un avo tedesco, e parlavano la lingua di Goethe come il loro avo emigrato nel Settecento, e considerati tedeschi in base all'origine, hanno sempre votato in stragrande maggioranza per la Cdu-Csu, prima per Kohl, poi per la Merkel.

Ma ora, scrive la Süddeutsche Zeitung, in molti sarebbero passati con l'AfD. Il giornale analizza in particolare il voto in Baviera. Ad Augsburg, la nostra Augusta, i rimpatriati formano una piccola colonia, la Kleine Moskau. Avevano votato in massa per i cristianosociali, ma il 24 settembre in città la Csu è giunta appena al 30, dalla maggioranza assoluta che aveva, e l'AfD è balzata al 22. Non solo in Baviera, anche nel vicino Baden Würrtemberg, i due Länder più ricchi della Germania.

E l'Afd ha guadagnato nelle zone dove più forti sono le presenze degli Aussslãder, perché si sono sentiti traditi dalla politica della Merkel. Sono giunti come esuli in una loro patria di cui molti non parlavano nemmeno più la lingua, e si aspettavano protezione e sicurezza.

«E adesso arriva un altro gruppo di stranieri, e crescono le preoccupazioni che i nuovi venuti, ricevano più di loro», ha spiegato Wolfgang Müller, sindaco di Lahr, cittadina della Foresta Nera. E molti che arrivano dal Kazakistan (dove Stalin confinò milioni di russi tedeschi negli anni Trenta), hanno una cattiva esperienza della convivenza con i musulmani «Nessuno di noi ha accolto i profughi a braccia aperte», ha dichiarato al giornale di Monaco Dimitri Korostylev, venuto dall'Est, e da sempre iscritto alla Csu a Augsburg. «I tedeschi venuti dall'Est, sono in genere conservatori, e hanno un'antica idea della Germania, ha aggiunto Müller, e ora la loro patria cambia più rapidamente di quanto si possa immaginare. Ma non sono radicali e neonazi, niente affatto. II loro è un grido di protesta». Sono stati accolti, si sono integrati, ora si sentono dimenticati.




permalink | inviato da albertolupi il 7/10/2017 alle 18:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
riassunto
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2017


Dunque, riassumiamo. In questi ultimi giorni abbiamo visto: a) l’assoluzione di Clemente Mastella (già tirannosauro della Prima Repubblica, poi transitato in varie fasi della seconda) e della di lui consorte al termine di un procedimento penale di 1° grado iniziato 9 (nove) anni fa, guarda caso quando il Mastella era ministro della Giustizia del governo II Prodi: com’è noto il caso fu all’origine della caduta del governo Prodi stesso, peraltro già assai traballante di suo; b) l’assoluzione in primo grado dell’ex sindaco di Venezia, Orsoni, uno stimato professore universitario di diritto amministrativo gettato nel fango con un arresto del tutto evitabile e spiegabile solo con le perverse logiche del protagonismo mediatico-giudiziale (si poteva fare il processo senza spettacolarizzare): quell’arresto causò la caduta della giunta Orsoni e fece perdere al PD le comunali a Padova; c) la putrida vicenda delle intercettazioni inventate da un capitano dei carabinieri al servizio di un noto pm anglo-napoletano con il nome da sceriffo di Nottingham, finalizzate a trascinare artificialmente nel fango l’ex Presidente del Consiglio Renzi ed il di lui genitore; d) il sequestro dei fondi della Lega per una vicenda che ha visto la condanna – ma in primo grado per ora – di alcuni suoi ex dirigenti: sequestro che rischia di condizionare negativamente la possibilità della Lega di competere ad armi pari nella prossima campagna elettorale. Non è che questi episodi rappresentino delle novità epocali: la tendenza alla spettacolarizzazione (il corto circuito con i media studiato vent’anni fa da Pizzorno), il basso rendimento della giustizia penale italiana e i suoi continui interventi in ambiti squisitamente politici con decisioni politiche (nel doppio senso di relativamente libere da norme e di incidenti sul gioco politico) sono cose note anche ai bambini che frequentano le scuole dell’infanzia. Per lungo tempo, devo riconoscerlo, ho creduto che questi fenomeni fossero un male necessario, per combattere l’endemica immoralità della vita pubblica italiana, a livello sia amministrativo che politico. Oggi, a un quarto di secolo da Tangentopoli, premessa la ovvia diversità dei tanti casi che abbiamo visto, ho però una domanda radicale: siamo sicuri che la peculiare forza che la Costituzione (“la più bella del mondooooo”) italiana riconosce ai magistrati del Pubblico ministero (i più potenti nelle democrazie liberali consolidate), pur al prezzo della ripetuta violazione di alcune fra le principali libertà fondamentali dei cittadini (art. 13, 14, 15, fra l’altro) e dell’alterazione delle ordinarie dinamiche democratiche, abbia prodotto qualche risultato concreto in termini di riduzione della corruzione e di miglioramento della qualità della politica e dell’amministrazione? Sono infatti tentato di pensare che le eterne indagini penali sulla politica da parte della magistratura requirente italiana abbiano prodotto risultati ben diversi da quelli attesi: l’immissione della giustizia penale come fattore condizionante del gioco politico, che ha avvantaggiato ora gli uni, ora gli altri (in molti casi essa è stata usata dal centro-sinistra e oggi lo è dai Cinque stelle, ma come non vedere che due delle vicende sopra citate hanno avvantaggiato invece il centro-destra – vincitore delle elezioni del 2008, che seguirono alla caduta di Prodi – o la Lega, il cui candidato fu eletto sindaco di Padova anche grazie allo scandalo Orsoni?). E un altro effetto è stata la de-responsabilizzazione della politica di fonte ai fatti loschi, in base all’idea che “ci penserà la magistratura”. Insomma, il mio dubbio metafisico è il seguente (è un dubbio devastante rispetto a quanto ho creduto per molti anni): siamo sicuri che, senza Tangentopoli e tutto ciò che essa ha rappresentato in termini di giustizia penale in materia politica, avremmo una politica e una morale pubblica migliori di quelle che abbiamo? La storia non si fa con i se, ma mi viene da dire – dubitativamente, of course – che se Tangentopoli non ci fosse mai stata o se fosse stata “stroncata nella culla”, avremmo una giustizia penale migliore (meno prona ai processi spettacolo, se non addirittura a inventarsi le accuse per distruggere un Premier) e una politica non peggiore, costretta ad essere vigilante su se stessa.
continua



permalink | inviato da albertolupi il 17/9/2017 alle 12:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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