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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
Il capitalismo municipale in Italia
post pubblicato in diario, il 19 maggio 2018


HERA, malgrado la quotazione in borsa è posseduta maggioritariamente da enti pubblici: HERA (Holding Energia Risorse Ambiente) nacque nel 2002 dalla fusione di 11 aziende operanti nel settore della pubblica utilità emiliano-romagnola.
Situazione aggiornata sulla base delle comunicazioni pervenute ai sensi di legge ed elaborate fino al 09/10/2017:
Comune di Bologna (12,599%)
Comune di Modena (6,863%)
Comune di Imola (7,375%)
Comune di Ravenna (6,470%)
Comune di Trieste (5,482%)
Comune di Padova (4,803%)
Comune di Udine (3,055%)
Questo fa il 46.47%, che vanno sommati agli altri 190 azionisti pubblici (prevalentemente comuni dei territori di riferimento), e totalizza il 49,5% del capitale sociale. Se si pensa che Consob considera il 30% come il limite a cui si può arrivare senza obbligo di OPA sul resto del Capitale...

Viene chiamato Capitalismo Municipale; molta gente, anche dotta, ritiene che i Comuni facciano bene a essere proprietari delle aziende della nettezza urbana, della gestione idrica, di quelle del trasporto pubblico locale, dell’energia, perché così il profitto di queste attività rimane all’ente pubblico anziché andare a capitalisti privati. Non sanno che il profitto è la remunerazione del capitale investito dai proprietari delle aziende, e che fra i diversi tipi di investimento quello in aziende è il più rischioso. Così, senza saperlo, incoraggia i propri amministratori a tassarla di più per poter investire in queste aziende. Forse si illudono che in questo modo i servizi erogati siano di miglior qualità e di minor costo.
Invece è vero il contrario perché l’ente pubblico proprietario dell’azienda erogatrice non pretenderà da essa la stessa prestazione che pretenderebbe da un fornitore appaltatore in regime di concorrenza. Non per niente la Comunità europea pretenderebbe proprio appalti a imprese private in regime di concorrenza. Ma gli amministratori locali italiani preferiscono non darle retta, perché grazie al conflitto di interessi dovuto ad un unica gestione di appaltante e appaltatore evitano ogni controllo.
Alcuni dotti hanno spiegato che acqua, igiene pubblica, etc. sono beni comuni e come tali non devono cadere nelle mani di speculatori, i proprietari delle imprese private. Peccato che se l’acqua non passasse attraverso i contatori verrebbe sprecata e non ce ne sarebbe abbastanza per tutti. Nessuno sembra voler spiegare alla gente che per preservare i beni comuni basta conservare la proprietà delle infrastrutture e vendere agli utenti i servizi a prezzi amministrati, non di mercato.
Invece tenersi la proprietà delle aziende produttrici dei servizi fa comodo solo agli amministratori corrotti e serve ad assegnare posti pubblici ai loro amici privati.

A questi proposito può essere interessante:
Comuni S.p.A.
Il capitalismo municipale in Italia
Il Mulino 2009
Comuni, regioni e province sono azionisti di centinaia di società di capitale: 240.000 dipendenti, un giro d’affari di 43 miliardi di euro: un mezzo impero. A partire da un’analisi dei loro bilanci, il libro dà uno spaccato della situazione di oltre 700 imprese pubbliche locali italiane, mostrandone luci e ombre, con un paese anche qui pesantemente diviso. Il "capitalismo municipale" vede protagonista il centro nord, mentre al sud, oltre all’imprenditoria privata, langue anche una iniziativa pubblica in forma genuinamente imprenditoriale.
Abbiamo imprese pubbliche che forniscono servizi pubblici locali, ma anche imprese di informatica e di logistica, imprese di costruzioni e farmacie, miniere e case da gioco. Con una "missione" pubblica spesso oscura e differenze nelle performance – anche tra imprese simili – che talvolta lasciano sconcertati. Alcuni comuni usano queste imprese per finanziarsi, altri per spendere, purtroppo senza preoccuparsi di come coprire le spese. Alcuni le usano per promuovere lo sviluppo delle infrastrutture, altri per pagare sussidi a lavoratori "socialmente utili", mascherando forme di assistenza sotto le sembianze di imprese.
Sono imprese da cui dipendono tanti servizi e flussi finanziari imponenti. Chi ha un vero progetto industriale, riesce a fare affluire nelle casse comunali utili complessivi per centinaia di milioni di euro. Chi invece le usa per spendere, riesce a creare buchi di bilancio ugualmente importanti, con pochi controlli e un sistematico rinvio delle soluzioni ai problemi. Soprattutto al sud, ma neanche il nord può scagliare la prima pietra. Forse servono riforme, ma forse, più semplicemente, il rispetto delle regole e dei vincoli di bilancio.





permalink | inviato da albertolupi il 19/5/2018 alle 13:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Separare la spesa previdenziale da quella per assistenza, ultima illusione italiana
post pubblicato in diario, il 2 aprile 2018


Giorni addietro, Inps ha pubblicato i dati 2017 del suo Osservatorio sulle pensioni. Da cui pare di potersi evincere che la mitologica separazione tra spesa previdenziale ed assistenziale, brandita da molti come ennesimo proiettile d’argento per non toccare o addirittura per allentare le maglie dei requisiti di pensionamento da lavoro, è in realtà il l’ultimo autoinganno «Made in Italy», mentre uno sguardo alle proposte di Lega e M5S sulla materia ci garantisce un futuro assai gramo, come da attese.



Intanto, i numeri Inps in sintesi estrema. Al primo gennaio 2018, le pensioni di natura assistenziale ammontavano a 20,9 miliardi su un totale di poco più di 200 miliardi, quindi il 10% circa. Visto così, non appare molto, in effetti. Ma nel 2017 c’è un’anomalia, visto che lo scorso anno sono state liquidate pensioni per un importo annuo di circa 11 miliardi di euro, di cui però le assistenziali erano pari a circa 3 miliardi.

Quindi, con un complesso algoritmo, scopriamo che nel 2017 la componente assistenziale della nuova spesa pensionistica è stata pari a ben il 30%, contro uno stock del 10%. Un dato non fa un trend ma fa certamente riflettere ed accende una spia rossa sul cruscotto dei conti pubblici. Nelle erogazioni assistenziali figurano assegni sociali e prestazioni per invalidi civili, a loro volta ripartite in pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento; la seconda, a differenza della prima, non è soggetta alla prova dei mezzi, cioè è erogabile a prescindere dalle condizioni reddituali e patrimoniali del richiedente. A livello di stock, la spesa per invalidi civili pesa per ben 12,5 miliardi sui quasi 21 della spesa pensionistica assistenziale. Nel 2017, ben il 77,8% delle nuove erogazioni era relativo ad indennità di accompagnamento, a fronte di uno stock di circa il 65%. Non solo. Osserva Inps riguardo al solo anno 2017:





«Nell’ambito delle prestazioni di tipo assistenziale si rilevano percentuali sul totale pari a 8,3% per gli assegni sociali e a 91,7% per le prestazioni di invalidità civile»

Nel 2017, l’età media dei percettori di prestazioni assistenziali era di 69 anni. A inizio 2018, le prestazioni a favore di invalidi civili erano 37,2 ogni 10.000 abitanti in Italia settentrionale, 52,2 nell’Italia centrale, 66,6 nell’Italia meridionale e Isole. La scoperta dell’acqua calda suggerisce che le prestazioni assistenziali di invalidità civile rappresentano un ammortizzatore sociale, soprattutto nelle regioni economicamente meno sviluppate, ma verosimilmente finiranno col diventare anche una sorta di integratore per carriere contributive inesistenti (causa sommerso) o fortemente discontinue.

Questa tendenza pare destinata ad accentuarsi col trascorrere del tempo, mettendo sempre più in comunicazione la componente assistenziale con quella previdenziale, e rendendo piuttosto futile ogni tentativo di separare le due. La forte divergenza in aumento di erogazioni assistenziali nel 2017 rispetto al valore dello stock di prestazioni è un primo, forte campanello d’allarme.



Veniamo alle proposte dei due “vincitori” del 4 marzo, M5S e Lega. Quelle del partito guidato da Matteo Salvini provengono da uno specialista come Alberto Brambilla, e prevedono l’uscita con 41 anni di contributi a prescindere dall’età oppure con quota 100 (somma di versamenti ed età anagrafica) per chi ha almeno 64 anni. In pratica, tornano in forza le famose o famigerate “pensioni di anzianità” o anticipate.

E le coperture? Da quello che si legge, pare che Brambilla preveda un intervento sulla spesa assistenziale mediante una spending review ottenibile tramite un’anagrafe centrale delle prestazioni, sia erogate da enti centrali che locali, che promette risparmi annui per la mirabolante cifra di 5 miliardi. La tipologia di intervento non stupisce, visto che Brambilla è tra i sostenitori della tesi secondo cui la spesa assistenziale “spiazza” quella previdenziale, sommandosi ad essa. Ma servirà fare i conti con il nuovo Matteo Salvini, quello nazionale e sovranista, che in campagna elettorale, proprio per lanciare un amorevole messaggio agli elettori soprattutto del Sud, ha già chiesto a gran voce di elevare gli importi delle pensioni di invalidità. Un caso? Io non credo (cit.)

Ma la vera copertura alla ritrovata flessibilità in uscita sulle pensioni di natura previdenziale verrà dalla riduzione delle prestazioni. Incredibile, chi l’avrebbe mai detto, vero? Leggiamo dal Sole del 31 marzo:

«Mentre in chiave di possibile alleggerimento dell’onere delle nuove anzianità per le generazioni future potrebbe essere condivisa anche l’ipotesi di calcolare con il contributivo pieno tutti i versamenti effettuati dal ’96 in poi per chi utilizzasse questi nuovi requisiti non avendo cumulato più di due anni di contribuzione figurativa»

In particolare:

«Per i contributivi pieni, ovvero chi ha iniziato a lavorare dal gennaio 1996, si prevede l’abbassamento del parametro di 2,8 volte l’assegno sociale per godere del ritiro flessibile (si punta su 1,5 o 1,6 volte). È il modo per cancellare l’incubo dei tanti giovani che, consultando i simulatori Inps con bassi contributi, si sono visti indicare fino a 72 anni come orizzonte per una pensione di vecchiaia»

In pratica, potrete andare in pensione prima, ma con assegni da fame, perché flessibilità farà rima con povertà. E oplà. Ricordiamo che, per il 2018, l’assegno sociale sarà pari a 453 euro per 13 mensilità. Pensate quanti pensionati di anzianità si troveranno a fare la fame, se passasse questa copertura. E che accadrebbe, allora? Sdegno ed esecrazione generale, i talk televisivi monopolizzati da invettive contro il “liberismo”, ed immediate misure di integrazione per gli assegni insufficienti. Oppure, visto che tutto si tiene, esplosione delle indennità di accompagnamento, o assimilate. Perché tra previdenza ed assistenza esiste un vaso comunicante molto evidente, e non solo in Italia.

Però, tranquilli: se i nuovi assegni pensionistici “flessibili” fossero (saranno) tali da produrre poveri assoluti in quantità industriale, ecco correre in aiuto l’integrazione grillina nota come “pensione di cittadinanza”. Sempre dal Sole del 31 marzo, che cita la senatrice Nunzia Catalfo, “esperta” di temi previdenziali del M5S:



«La pensione di cittadinanza è un’integrazione per un pensionato che ha un assegno inferiore ai 780 euro mensili o ai 1.170 euro se si tratta di una coppia»

Ed ecco la “convergenza programmatica” tra Lega e M5S, signori! Un moto perpetuo dove si introduce la “flessibilità” pensionistica, e poi si integrano gli assegni da fame vera che da essa deriveranno. E i soldi? Ma è ovvio: sprechi, corruzzzzione, ka$ta! Il tutto ricordando la disastrosa situazione demografica italiana. Passando al contributivo prevalente o pieno per le nuove pensioni di anzianità, come proposto dalla Lega, si stima che la spesa andrebbe a gonfiarsi tra circa un quindicennio, in perfetto orario per l’appuntamento con la “gobba” figlia del combinato disposto di demografia avversa e crescita economica insufficiente (anche per motivi demografici, visto che tutto si tiene).

Ma notoriamente, quindici anni sono tre ere geologiche, in politica, ed i nostri eroi potranno dire che le proiezioni sono sbagliate, che gli italiani torneranno a riprodursi freneticamente grazie al programma sovranista e che di conseguenza la crescita ripartirà molto prima che Salvini e Di Maio siano stati dimenticati dal Popolo sovrano.



I numeri sono eloquenti: credere che sia possibile separare la spesa previdenziale da quella assistenziale è pura illusione. Le due sono collegate, e lo saranno sempre di più se arriveremo a moltiplicare pensioni previdenziali da fame per dare agli italiani l’illusione che il loro sistema pensionistico non sia più a ripartizione bensì sia divenuto a capitalizzazione in una notte di plenilunio. È la demografia, stupidi.





Mario Seminerio 2 aprile 2018





permalink | inviato da albertolupi il 2/4/2018 alle 15:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lamento d'un vecchio
post pubblicato in diario, il 3 marzo 2018


Lamento – copia incolla – d’un vecchietto bizzos, da giardinetti pubblici, ma oggi va così; sopportatemi. Oggi nell’editoriale del Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia lamenta la scomparsa degli intellettuali “impegnati”. In realtà non è cosa recente. Gli intellettuali “impegnati” erano tutti gramsciani (di credo o di comodo): visto che la rivoluzione armata non si può fare armiamoci di parole per costruire il socialismo attraverso l’egemonia culturale. Impegnati, ma asserviti all’ideologia o – più banalmente – al “partito della classe operaia” dispensatore di prebende e impieghi. I liberali hanno sempre contestato questa idea dell’impegno (vedi Aron). Eppure, paradossi della storia, l’unico intellettuale oggi impegnato nel senso gramsciano ma in chiave antigramsciana, cioè nel tentativo di impedire una egemonia totalitaria, è un liberale, Angelo Panebianco. Che da anni combatte, isolato, la sua guerra culturale contro il populismo ed il giustizialismo. Prima di chiederci se abbiamo vinto o perso le elezioni, può essere utile compilare un primo inventario incompleto delle cose che abbiamo sicuramente perso lungo la strada di questa interminabile campagna elettorale: - Abbiamo perso anzitutto molte intelligenze. Non dico "le menti migliori della mia generazione" di Ginsberg, ma è diventato di colpo evidente il rincitrullimento - per fanatismo, per risentimento, per rassegnazione sarcastica, per opportunismo, per età, per vanità, per ossessioni personali ingovernabili - di cronisti, opinionisti e intellettuali che fino a tempi recenti valeva la pena leggere e ascoltare. Ciascuno di noi potrebbe stilare il suo elenco privato di persone che nell'ultimo anno o poco più hanno completamente perso la trebisonda. Ubriachi. - Abbiamo perso il Corriere della Sera, non solo e non tanto come giornale, ma come simbolo di quella che dovrebbe essere la grande borghesia, o anche solo la borghesia, nel suo senso démodé di "classe civilizzatrice". È mai esistita in Italia? Forse no, forse poco e male, ma in questa prova generale del disastro abbiamo capito che non possiamo contare sulla sua tenuta, sul suo argine. Sono pronti a puntare allegramente sul disastro. - Abbiamo perso ogni residua dignità delle istituzioni, se un vicepresidente della Camera può aizzare una folla di facinorosi a circondare il Senato o inventarsi la pagliacciata della salita al Colle pre-elettorale e dell'email con la lista dei ministri. Ormai tutto è stato consentito, dunque tutto è diventato possibile. Girotondi, non se ne sono visti. Appelli di Zagrebelsky, neppure. - Abbiamo perso ogni sussulto di reazione allo squadrismo mediatico-giudiziario o giudiziario-mediatico: completamente assuefatti. Vedi il caso Consip, vedi il caso Fanpage. Quella è una battaglia persa per i prossimi vent'anni - ed era la prima battaglia che bisognava combattere, dal 1992 in poi. - Abbiamo perso ogni argine alla follia nel dibattito pubblico, ogni senso, ogni valore e ogni misura delle parole, e a breve vedrete che i talk show, per raccattare qualche spettatore in più, organizzeranno dibattiti tra sopravvissuti della Shoah e negazionisti "per sentire entrambe le campane e farsi un'opinione". Già ci siamo andati vicini, visto che per i dibattiti sul fascismo invitano regolarmente la nipote del Duce (dubito che in Germania facciano altrettanto con Gudrun Himmler). - Abbiamo perso quel che restava del rispetto e del prestigio della scienza, perché il fatto che i vaccini per il morbillo siano diventati un tema di campagna elettorale è semplicemente de-men-zia-le. Ed abbiamo perso (definitivamente) ogni ancoraggio alla realtà, perché la maggioranza dei nostri connazionali, là fuori, sono convinti che siamo messi così male per colpa del neoliberismo o dell'euro o di Soros o dei vitalizi dei parlamentari o di altre entità più o meno immaginarie. Cos'altro, poi? È un post interlocutorio e improvvisato, non ho previsto una bella frase a effetto su cui chiudere, ma mi piacerebbe che mi aiutaste a inventariare le perdite, o meglio, le frittate da cui sarà pressoché impossibile ricomporre delle uova. La cosa peggiore è che in troppi non hanno la minima consapevolezza del valore delle cose che abbiamo perso in questi anni. D’altra parte, se questa consapevolezza ci fosse stata, avremmo potuto contare su un minimo di resistenza al disastro. Abbiamo, poi, perso la coscienza del male, la dignità del proprio stato, le parole appropriate, la sicurezza delle proprie convinzioni, il bisogno di essere pensanti quando tutti non pensano, la grazia un po' ipocrita, ma bella, della convivenza civile, il piacere di restare ciò che si e' senza covare invidie e rancori, convinti che veramente l'erba del vicino e' più verde, il sentimento delle regole indispensabili per ogni convivenza, la fede in ogni ideale, ogni sentimento, in ogni speranza, il pensiero unico proposto da personaggi che non hanno pensieri da proporre, solo invettive, la vita come opera d'arte da costruire età per età sfregiata in un malinteso bisogno di eterna giovinezza,il gusto di dire buongiorno pensando ad un giorno buono. Forse si può solo ripetere che la maggior colpa risiede nel sovversivismo istituzionale della magistratura associata; perché, vera la Propaganda e i suoi “dottori”; vera la diserzione della memoria storica; vero il ritorno della superstizione; vera la deriva psichedelico-palingenetica. Ma senza una magistratura che incide sulle carne; che processa “la Prima Repubblica” e la sua storia; reintroduce, letteralmente, le imputazioni «de peste manufacta»; diffonde la nevrastenia di massa con i suoi atti, conformativi e deformativi come nessuna parola può essere; accusa penalmente i rating, i terremoti, le migrazioni bibliche; senza il suo potere infungibile di conferire veste giuridicamente legittima alla metodica distruzione di qualsiasi punto fermo: umano, politico, epistemico; senza tutto questo, niente, niente della viltà, del nichilismo, della corrività carrierista, del moralismo regressivo, che costituiscono la ritrovata grammatica elementare di questo evitabilissimo abisso, avrebbe avuto luogo: con la facilità, il compiacimento, e la diffusione massificata e massificante con cui ha avuto luogo. Noi abbiamo la peggiore e più irresponsabile burocrazia di elites del mondo. Scusatemi, ma sono più vecchio di tanti.



permalink | inviato da albertolupi il 3/3/2018 alle 18:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le colpe della crisi bancaria
post pubblicato in diario, il 22 ottobre 2017


L'Italia è intervenuta poco e tardi. Troppi legami politica-istituti.





P.D. E BANKITALIA: SCENEGGIATA PER NON PAGARE IL CONTO

Che cos’è questa bagarre per Bankitalia?

Il P.D. pensa davvero, senza nemmeno informare il SUO Governo (questa, poi!!!) di poter chiedere conto a Visco, senza aspettare l’esito del lavoro della Commissione d’Inchiesta, di non aver vigilato su Banca Etruria (come dire sullo stesso P.D.) e sulle altre Banche e Banchette, procurando la rovina dei risparmiatori? E perché proprio oggi?

Io di banche me ne intendo poco assai. Finché posso, cioè fino alla scadenza delle imposte, giro alla larga. Sono un analfabeta dell’economia, ma, come diceva il “fornaciaro” di Gioachino Belli “le raggione le capisco ar paro – de chiunque sa intenne la raggione”. E’ capisco quello che è sotto gli occhi di tutti, anche se non degli specialisti, dei giornalisti e dei babbei che vorrebbero sapere a tutti i costi chi sa quale mistero “c’è dietro”. E, intanto, se la prendono dove non s’ha da dire.

Cominciamo dall’ultimo interrogativo. Perché adesso?

E’ fin troppo chiaro: anticipare la vacanza a Via Nazionale è l’unico modo perché il nuovo Presidente possa essere disarcionato mentre Governo e maggioranza sono ancora del P.D.

A primavera le elezioni, pur con quel pochissimo di democrazia che resta nel nostro Paese, scacceranno il P.D. da Palazzo Chigi e lo manderanno in minoranza a Montecitorio ed a Palazzo Madama. E’ vero che il Governatore di Bankitalia non lo nominano né il Governo né il Parlamento. Ma nessuno mi venga a dire che la nomina non è fortissimamente condizionata da quelli là. “Ora o non più” è la formula di Renzi per non perdere certe posizioni di potere (e di controllo delle sue malefatte). E mettere, magari, i bastoni tra le ruote di chi verrà.

Secondo punto. Renzi vuole “tagliare l’erba sotto i piedi” ai Cinquestelluti e al Centrodestra. Farsi lui paladino della rabbia della gente anche e soprattutto, di quella contro il suo operato e le magagne dei suoi, quelle di Banca Etruria e delle altre banche del sistema del credito clientelare. Prendere ancora una volta per i fondelli gli Italiani più tartassati da lui e dai suoi, dire “ci pensiamo noi”. Fare i conti, invece che con l’oste, con i compagni di bevute.

Terzo punto: Renzi vuole distrarre la gente da altre questioni che incombono sul P.D. in piena crisi. Anzitutto dalle elezioni siciliane, dal loro esito catastrofico per il P.D. La questione Bankitalia andrà per le lunghe, molto oltre il 5 novembre, quando il P.D., a Palermo, sarà sfrattato, con il suo ancorché ambiguo “rivoluzionario” Crocetta dal Palazzo d’Orleans. E’ meglio che si riparli d’altro, che si continui per un bel po’ a parlare d’altro.

Quarto punto: Renzi cerca di convincere qualcuno (i cretini, diceva Sciascia, sono tanti) che se la sua Banca, le banche del suo sistema di credito clientelare, se il P.D. l’hanno fatta grossa ed hanno rovinato tanta gente, la colpa è di quel Visco che non le ha “vigilate” a dovere e che lui lo sculaccia. Fa come certi minorenni un po’ delinquenti che prima sfuggono ad ogni controllo, respingono ogni regola e predica dei genitori, e poi, quando li arrestano dicono che sono vittime di una incapacità dei genitori di vigilare su di loro, di fare il loro dovere.

Quinto punto: per Renzi è meglio che si parli del credito facile delle banche del Centronord che del credito difficile, dei rubinetti chiusi di quelle di Sicilia e del Sud a causa della legislazione antimafia. Della quale legislazione proprio ora ha messo nelle mani irresponsabili di molti magistrati fanatici e delle loro consorterie dell’Antimafia mafiosa il famigerato “codice”. Preferisce addirittura che si parli di Banca Etruria che degli stessi ammonimenti della grottesca lettera accompagnatoria delle promulgazioni di quel codice inviatagli da Napolitano.

Meglio, infatti, non inimicarsi i magistrati, dei quali i politici, specie quelli sulla via del tramonto, temono il giusto e, soprattutto l’ingiusto e baggiano attivismo. Quindi rispetto alle esigenze di occuparsi della vera, grande, devastante crisi del credito che l’antimafia provoca in intere Regioni, con ripercussioni su tutta l’intera economia nazionale “resistere, resistere, resistere”, come diceva accoratamente Borrelli. Parlando d’altro. Resistere contro la ragione. Resistere, magari, non per eroismo, seppure caparbio, ma per paura.

Anche la “questione Bankitalia”, la “questione Visco”, sono gestite sotto l’incombere della paura. I malfattori, anche quelli tracotanti e spietati, sono vili.



In questi giorni di polemiche esagerate è forse utile ricordare brevemente l'origine dei problemi delle nostre banche.

Dopo la crisi del 2008 tutto il sistema bancario occidentale entrò in crisi e, dagli Stati Uniti all'Europa, fu necessario immettere cifre colossali per ricapitalizzare le banche, riconoscere le perdite e ridurre le sofferenze - praticamente la sola Lehman Brothers fu sacrificata, ma ne avevano fatte di cotte e di crude.

Come reazione al fatto che i governi europei spesero 671 miliardi di aiuti e acquisti di azioni e 1288 miliardi di garanzie, si decise (in sede UE) di prendere misure per evitare altri futuri "ricatti" del sistema bancario ai contribuenti (si rafforzarono tante misure prudenziali e si introdusse il "bail-in").

L'Italia fu l'unico paese a non intervenire. Questo fu dovuto al fatto che la crisi del sistema bancario italiano inizialmente era meno grave (non è stata dovuta ai "derivati", ma all'accumularsi di "sofferenze"), ma soprattutto al fatto che i legami tra politica e banche - che nel nostro paese sono molto forti - impedirono gli interventi.

Obbligare le banche a ricapitalizzarsi avrebbe significato diluire il controllo della "politica" (cosa che poi è comunque successa); le sofferenze erano tante volte state dovute a spinte politiche e i manager "incapaci" erano spesso di nomina politica. Questo ha anche rallentato l'azione di sorveglianza della Consob e della Banca d'Italia. Le responsabilità della Consob sono in prima linea nella vendita di obbligazioni subordinate ai piccoli risparmiatori. In questo periodo il più grosso dissesto bancario italiano è stato quello del MPS che è tutto targato PD.

I governi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi si sono tutti rifiutati quasi completamente di intervenire e hanno lasciato che il problema si ingigantisse. Oltre a tutto nel 2013 - con l'accordo dell'Italia - è stata chiusa la finestra per la concessione più facile di aiuti di stato alle banche che era stata aperta nel 2009 e nel 2014 è stato introdotto il "bail in" che rende le operazioni di salvataggio bancario più dure per chi ha investito nelle banche (cosa sacrosanta).

I primi interventi decisivi sulle nostre banche sono stati presi dal governo Gentiloni con il decreto da 20 miliardi e le operazioni su MPS, banche venete e altri casi più piccoli.

Dire che la crisi bancaria sia la responsabilità della Banca d'Italia è una falsità. La crisi bancaria italiana è dovuta soprattutto a:

a) i legami malsani tra banche e politica che hanno influenzato ogni decisione per decenni;

b) le due recessioni del 2008/2009 e 2012/2013;

c) il rinvio continuo dei necessari interventi sulle banche operato da tutti i governi in carica tra il 2009 ed il 2016 compreso.




permalink | inviato da albertolupi il 22/10/2017 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
"I migranti hanno votato AfD",
post pubblicato in diario, il 7 ottobre 2017


l'analisi di Roberto Giardina. ITALIA OGGI del 07/10/2017, a pag. 12.



Questa analisi del voto tedesco aiuta a capire la natura del partito Alternative für Deutschland, che i nostri media hanno classificato sostanzialmente neonazista. IC è da sempre attenta alle corrispondenze dalla Germania di Roberto Giardina, a differenza degli altri corrispondenti - e grazie alla sua estrazione liberale - riesce a sottrarsi al conformismo ideologico che contraddistingue le analisi della maggior parte dei suoi colleghi. Sarà il tempo a dirci quale sarà la linea di AfD al Bundestag, per ora, grazie alle analisi di Roberto Giardina, possiamo seguire quanto avviene in Germania con una informazione non condizionata da alcuna preconcetta ideologia.



Leggo che quelli del Pd sarebbero favorevoli allo Ius soli nella speranza e i «nuovi italiani» alle prossime elezioni voterebbero per loro. Non so se sia vero, comunque la sinistra avrebbe una sorpresa. E probabile che avvenga il contrario. Quando ero corrispondente a Parigi, decenni fa, i fattorini della grande azienda presso cui avevo in affitto il mio ufficio, provenivano in gran parte dalle ex colonie, più francesi dei francesi. Ed erano quasi tutti gollisti convinti. Tranne gli algerini che votavano compatti per il Pcf, comunisti tutti d'un pezzo, che perdevano tempo con me per spiegarmi che il mio Berlinguer era un traditore.

Chissà che penserebbero oggi di Renzi e di Bersani. Il motivo è semplice. Chi conquista la cittadinanza (ma i miei fattorini algerini l'avevano di diritto), non vuole che arrivino altri che facilmente abbiano in regalo quel che per loro è stato faticoso ottenere.

Chi ha votato per l'AfD in Germania? Com'era scontato, si continua a descrivere la Germania di Frau Angela come una sorta di IV Reich soft. I tedeschi non cambiano mai. Sempre nazisti. Comunque non è la prima volta che un partito dell'estrema destra entra al Bundestag. Nel primo parlamento, nel settembre 1949, erano presenti dodici partiti, perché la clausola di sbarramento al 5 per cento, pur esistente, non valeva a livello nazionale (fino al 53). Bastava averla superata in uno dei Länder. E al Bundestag entró dunque il Deutsche Partei (Dp), fortemente anticomunista e in parte nostalgico, che aveva ottenuto un buon risultato a Amburgo, Brema, nello Schleswig-Holstein e in Bassa Sassonia.

Gli elettori dell'Alternatave für Deutschland saranno nostalgici al dieci per cento, al massimo per il venti. Gli altri l'hanno votata per altri motivi. E la votano persino gli stranieri. Potrà sembrare paradossale, ma non lo è. I turchi con doppio passaporto sono circa un milione. Erdogan aveva invitato a non votare per i partiti anti Turchia, mai per la nemica Angela, nemmeno per i verdi, per i socialdemocratici, per la Linke, e per i liberali. Dunque astenersi.

Ma la cancelliera è sempre stata contraria all'ingresso della Turchia nella Ue, e già quattro anni fa aveva perso buona parte dei Deutschtürken. «Merkel muss weg» si leggeva nei cartelli di protesta alle manifestazioni pro Erdogan nei mesi scorsi, via la Merkel.

E quale migliore dispetto che votare per l'AfD? I populisti durante la campagna elettorale hanno attaccato la politica dell'accoglienza, ma non si riferivano agli immigrati da lungo tempo, e occupati regolarmente. Gli Ausslãdler (circa 2,4 milioni), cioè quanti sono giunti dai paesi dell'ex Unione Sovietica dopo la caduta del muro e la fine dell'Urss, perché avevano un avo tedesco, e parlavano la lingua di Goethe come il loro avo emigrato nel Settecento, e considerati tedeschi in base all'origine, hanno sempre votato in stragrande maggioranza per la Cdu-Csu, prima per Kohl, poi per la Merkel.

Ma ora, scrive la Süddeutsche Zeitung, in molti sarebbero passati con l'AfD. Il giornale analizza in particolare il voto in Baviera. Ad Augsburg, la nostra Augusta, i rimpatriati formano una piccola colonia, la Kleine Moskau. Avevano votato in massa per i cristianosociali, ma il 24 settembre in città la Csu è giunta appena al 30, dalla maggioranza assoluta che aveva, e l'AfD è balzata al 22. Non solo in Baviera, anche nel vicino Baden Würrtemberg, i due Länder più ricchi della Germania.

E l'Afd ha guadagnato nelle zone dove più forti sono le presenze degli Aussslãder, perché si sono sentiti traditi dalla politica della Merkel. Sono giunti come esuli in una loro patria di cui molti non parlavano nemmeno più la lingua, e si aspettavano protezione e sicurezza.

«E adesso arriva un altro gruppo di stranieri, e crescono le preoccupazioni che i nuovi venuti, ricevano più di loro», ha spiegato Wolfgang Müller, sindaco di Lahr, cittadina della Foresta Nera. E molti che arrivano dal Kazakistan (dove Stalin confinò milioni di russi tedeschi negli anni Trenta), hanno una cattiva esperienza della convivenza con i musulmani «Nessuno di noi ha accolto i profughi a braccia aperte», ha dichiarato al giornale di Monaco Dimitri Korostylev, venuto dall'Est, e da sempre iscritto alla Csu a Augsburg. «I tedeschi venuti dall'Est, sono in genere conservatori, e hanno un'antica idea della Germania, ha aggiunto Müller, e ora la loro patria cambia più rapidamente di quanto si possa immaginare. Ma non sono radicali e neonazi, niente affatto. II loro è un grido di protesta». Sono stati accolti, si sono integrati, ora si sentono dimenticati.




permalink | inviato da albertolupi il 7/10/2017 alle 18:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
riassunto
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2017


Dunque, riassumiamo. In questi ultimi giorni abbiamo visto: a) l’assoluzione di Clemente Mastella (già tirannosauro della Prima Repubblica, poi transitato in varie fasi della seconda) e della di lui consorte al termine di un procedimento penale di 1° grado iniziato 9 (nove) anni fa, guarda caso quando il Mastella era ministro della Giustizia del governo II Prodi: com’è noto il caso fu all’origine della caduta del governo Prodi stesso, peraltro già assai traballante di suo; b) l’assoluzione in primo grado dell’ex sindaco di Venezia, Orsoni, uno stimato professore universitario di diritto amministrativo gettato nel fango con un arresto del tutto evitabile e spiegabile solo con le perverse logiche del protagonismo mediatico-giudiziale (si poteva fare il processo senza spettacolarizzare): quell’arresto causò la caduta della giunta Orsoni e fece perdere al PD le comunali a Padova; c) la putrida vicenda delle intercettazioni inventate da un capitano dei carabinieri al servizio di un noto pm anglo-napoletano con il nome da sceriffo di Nottingham, finalizzate a trascinare artificialmente nel fango l’ex Presidente del Consiglio Renzi ed il di lui genitore; d) il sequestro dei fondi della Lega per una vicenda che ha visto la condanna – ma in primo grado per ora – di alcuni suoi ex dirigenti: sequestro che rischia di condizionare negativamente la possibilità della Lega di competere ad armi pari nella prossima campagna elettorale. Non è che questi episodi rappresentino delle novità epocali: la tendenza alla spettacolarizzazione (il corto circuito con i media studiato vent’anni fa da Pizzorno), il basso rendimento della giustizia penale italiana e i suoi continui interventi in ambiti squisitamente politici con decisioni politiche (nel doppio senso di relativamente libere da norme e di incidenti sul gioco politico) sono cose note anche ai bambini che frequentano le scuole dell’infanzia. Per lungo tempo, devo riconoscerlo, ho creduto che questi fenomeni fossero un male necessario, per combattere l’endemica immoralità della vita pubblica italiana, a livello sia amministrativo che politico. Oggi, a un quarto di secolo da Tangentopoli, premessa la ovvia diversità dei tanti casi che abbiamo visto, ho però una domanda radicale: siamo sicuri che la peculiare forza che la Costituzione (“la più bella del mondooooo”) italiana riconosce ai magistrati del Pubblico ministero (i più potenti nelle democrazie liberali consolidate), pur al prezzo della ripetuta violazione di alcune fra le principali libertà fondamentali dei cittadini (art. 13, 14, 15, fra l’altro) e dell’alterazione delle ordinarie dinamiche democratiche, abbia prodotto qualche risultato concreto in termini di riduzione della corruzione e di miglioramento della qualità della politica e dell’amministrazione? Sono infatti tentato di pensare che le eterne indagini penali sulla politica da parte della magistratura requirente italiana abbiano prodotto risultati ben diversi da quelli attesi: l’immissione della giustizia penale come fattore condizionante del gioco politico, che ha avvantaggiato ora gli uni, ora gli altri (in molti casi essa è stata usata dal centro-sinistra e oggi lo è dai Cinque stelle, ma come non vedere che due delle vicende sopra citate hanno avvantaggiato invece il centro-destra – vincitore delle elezioni del 2008, che seguirono alla caduta di Prodi – o la Lega, il cui candidato fu eletto sindaco di Padova anche grazie allo scandalo Orsoni?). E un altro effetto è stata la de-responsabilizzazione della politica di fonte ai fatti loschi, in base all’idea che “ci penserà la magistratura”. Insomma, il mio dubbio metafisico è il seguente (è un dubbio devastante rispetto a quanto ho creduto per molti anni): siamo sicuri che, senza Tangentopoli e tutto ciò che essa ha rappresentato in termini di giustizia penale in materia politica, avremmo una politica e una morale pubblica migliori di quelle che abbiamo? La storia non si fa con i se, ma mi viene da dire – dubitativamente, of course – che se Tangentopoli non ci fosse mai stata o se fosse stata “stroncata nella culla”, avremmo una giustizia penale migliore (meno prona ai processi spettacolo, se non addirittura a inventarsi le accuse per distruggere un Premier) e una politica non peggiore, costretta ad essere vigilante su se stessa.
continua



permalink | inviato da albertolupi il 17/9/2017 alle 12:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
l'intervento della Sindaca Raggi su Atac, commentato punto per punto.
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2017


"Atac deve rimanere pubblica. ATAC deve rimanere di noi tutti".

Allora: quando si propone un ragionamento, ma si parte dalla sua conclusione, la sensazione è che quel ragionamento non sia esattamente quello che si dice un ragionamento utile. Il seguito, purtroppo, non fa che confermare quella sensazione.

"Finalmente, inizia una nuova vita per ATAC".

Benissimo, era ora! E come funziona, 'sta nuova vita?

"Si avvia un percorso di rinnovamento totale dell’azienda di trasporti di Roma con un obiettivo chiaro: migliorare le linee, rinnovare la flotta degli autobus, la metropolitana; ridurre i tempi d’attesa; dare ai cittadini i servizi che meritano; tutelare i dipendenti onesti".

Perfetto. Questi sono gli obiettivi. Tutti assolutamente edificanti. Ma come si fa? Andiamo avanti, forse lo dice.

"Insomma, parte la rivoluzione che trasforma la più grande società pubblica di trasporti d’Europa in una azienda efficiente".

Ok, è la ripetizione della frase precedente con altre parole. Sul "come" ancora niente. Ma siamo ottimisti, vedrai che adesso arriva.

"Iniziamo un percorso che si chiama 'concordato preventivo' e che stiamo studiando dallo scorso anno: chiediamo ai creditori dell’azienda di realizzare insieme un piano di risanamento e rilancio".

Vediamo di capirci: il "percorso" che sta iniziando, il "concordato preventivo", non lo state studiando voi dallo scorso anno. L'ha studiato, al primo o al secondo anno di università, ogni studente di giurisprudenza o economia del paese: e non consiste propriamente nel "realizzare insieme" ai creditori un'entusiasmante "rivoluzione", ma molto più banalmente nel chiedere ai creditori di rinunciare a una parte dei loro crediti per evitare di perderli del tutto in caso di fallimento. Più che "dai, facciamo insieme una cosa bellissima", insomma, la proposta è "vedi di prenderti il poco che posso darti, perché altrimenti rischi di non prenderti niente".

Dopodiché, una cosa l'abbiamo capita: per consentire il rilancio occorre prima di tutto ridurre i debiti. Ma 'sto rilancio, debiti a parte, in cosa consiste esattamente? Dai, vedrai che ora lo dice.

"Chiediamo ai dipendenti e ai cittadini di seguirci in questo percorso di rinascita e aiutarci a rilanciare la azienda di tutti noi".

Ok, il percorso, la rinascita, il rilancio. Ma, ancora una volta, come?

"Mettiamo in opera uno strumento per trasformare radicalmente l’azienda e che mira a tutelare i livelli occupazionali".

Ah, quindi lo strumento di trasformazione radicale sarebbe il concordato in sé e per sé? Dai, no, non può essere. Sarà un refuso. Andiamo avanti, sicuramente ora ci spiega tutto.

"I lavoratori onesti non hanno nulla da temere".

Non hanno niente da temere rispetto a cosa? Cos'è questo progetto di rinnovamento? Almeno a grandi linee, dai.

"Non credete alla propaganda di chi vuole far fallire questa azienda".

Aspetta, aspetta, questa non è male: voi (mica noi disfattisti) proponete un concordato preventivo, che ha come presupposto un'obiettiva situazione di crisi, però quelli che denunciano quella crisi da anni e paventano il fallimento fanno "propaganda"? Cioè, 'sta crisi c'è o non c'è?

"È un cammino che richiede coraggio, determinazione e una visione di lungo periodo".

Certamente. Ma il coraggio, la determinazione e la visione, per fare cosa?

"Nessuno in passato ci ha provato".

Ma a fare cosa? Cosa?

"Al contrario, hanno preferito non intervenire e lentamente hanno 'spolpato' un patrimonio di tutti i cittadini con il preciso obiettivo, oggi evidente a tutti, di svendere ai privati. Noi non abbiamo paura perché il nostro unico interesse è avere trasporti davvero efficienti. Non siamo legati a logiche clientelari, non dobbiamo niente a nessuno. Questo ci rende liberi".

Ok, vediamo di capirci. Sin qui l'unica "rivoluzione" del trasporto pubblico paventata consiste nel cercare di ridurre i debiti dell'ATAC attraverso il concordato preventivo. Non c'è una parola, una sola, neppure vaga, su come questa, rivoluzione si realizzerà una volta ridotti quei debiti. Sarete pure liberi, ma con questa libertà, di grazia, che ci volete fare?

"Abbiamo un obiettivo chiaro".

Ohhhhh, finalmente. Vediamo l'obiettivo.

"Atac deve rimanere pubblica, deve rimanere dei cittadini e non finire nelle mani di privati che puntano esclusivamente a fare cassa sulle spalle dei romani e dei dipendenti".

Ah. Tutto qua? Questo sarebbe l'obiettivo chiaro? Questa sarebbe la rivoluzione? Faccio sommessamente notare che si tratta della stessa cosa che altri vanno dicendo da trent'anni: e che a forza di dirla, senza aggiungere una parola su come cambiare le cose, ci ha portato al baratro che abbiamo davanti agli occhi. Insomma, con tutto il rispetto, questa è roba che abbiamo sentito e risentito fino alla nausea. Altro che rivoluzione.

"Sull’azienda ci sono le mire di chi la vuole a tutti i costi privatizzare e vuole dividersi le spoglie. I privati puntano a creare linee di serie A e linee di serie B; a fare profitto".

Ah, certo. Le linee di serie A e le linee di serie B, un altro grande classico. La grande scusa, la madre di tutte le scuse, grazie alla quale oggi ci vengono inflitte solo linee di serie C. Tutte. Altro che serie A o serie B. Magari. Dopodiché, il vero tema è: perché non si dice che è perfettamente possibile lasciare al comune il compito di disegnare le linee, di assicurarsi che siano tutte linee di serie A, delegando ai privati solo l'esecuzione materiale del servizio e sanzionandoli se non rispettano il contratto, perché non dire che ciò è compatibile anche col famigerato "profitto", ma che quel profitto dev'essere subordinato alla progettazione fatta dal comune, cioè dal pubblico, e che tutta questa cosa si chiama "messa a gara" o "liberalizzazione"?

"È arrivato il momento di scegliere: o si va con i privati o si lascia ATAC in mano pubblica, in una buona mano pubblica".

Ecco, ci siamo: questo non è vero. È la grande bugia che da decenni giustifica lo schifo in cui ci troviamo. La scelta non è tra l'ATAC e l'arbitrio dei privati, perché c'è in mezzo un oceano che si chiama "liberalizzazione", che mette insieme l'efficienza delle imprese e il governo saldamente nelle mani del pubblico. E questo oceano è stato scelto dai 33mila cittadini romani che hanno firmato per il referendum "Mobilitiamo Roma". Ma non diciamolo troppo forte, del resto la partecipazione popolare conta solo quando fa comodo, eppoi non sia mai detto che i problemi si possano risolvere sul serio.

"Non è vero che 'il pubblico non funziona': se ben condotto può funzionare bene".

Oggesù, questo l'abbiamo già detto otto o nove volte: ma aspettiamo da cinquanta righe che ci venga detto anche cosa significhi "ben condotto". In cosa consista. Insomma aspettiamo da cinquanta righe il "come". Stiamo chiedendo troppo?

"Noi abbiamo scelto".

Ohhhh, bene. E cosa avete scelto?

"L'azienda deve rimanere di proprietà dei romani. Noi non la svendiamo, i servizi pubblici non hanno prezzo".

Aridaje. Abbiamo capito. Il concetto ci è chiaro. Non serve ripeterlo dieci volte. Piuttosto, moriamo dalla voglia di capire come si fa a cambiare tutto. Quale sia 'sta rivoluzione. Come si fa, concretamente, a rendere l'Atac finalmente efficiente. Si può sapere o no?

"Cedere ai privati non è la soluzione, non è la cura per ATAC. I privati non offrono una risposta immediata ai problemi strutturali ed economici della municipalizzata, non preservano il servizio ma lo rendono vulnerabile, sofferente e facile preda di chi punta solo a fare cassa".

Niente, è la sindrome del disco rotto: si continua a ripetere sempre la stessa cosa, ma al punto non si arriva mai. Oltre al concordato, qual è il vostro mirabolante progetto di rilancio?

"Con il privato vige la legge del profitto a discapito di quella della solidarietà e del servizio, scendono in campo interessi economici che tolgono sostanza al servizio e che nulla hanno a che fare con le mirabolanti soluzioni sponsorizzate dai partiti politici".

Ecco, anche questa mi pare di averla già letta. Venti righe più su.

"Non vogliamo creare disparità nel trasporto pubblico; non vogliamo linee o tratte maggiormente servite, perché più convenienti, e altre deliberatamente messe da parte perché poco remunerative; non vogliamo costi esorbitanti del biglietto; non vogliamo che il privato faccia prevalere i suoi interessi a danno della città e dell’interesse pubblico".

Niente, qualcuno deve averla convinta che se non ripete le stesse cose almeno tre volte non vale. A questo punto, visto che non abbiamo nulla di nuovo, approfitto io per segnalare una cosa en passant: a volte sono proprio i concordati, che possono prevedere la figura del cosiddetto "assuntore", cioè un terzo che interviene assumendo debiti e crediti dell'impresa, a spalancare le porte alle privatizzazioni incontrollate. Sono proprio curioso di vedere se avverrà anche in questo caso.

"Siamo perfettamente consapevoli che attuare cambiamenti veloci in un'azienda con oltre 1,3 miliardi di debiti non è impresa facile, ma siamo altrettanto consci del nostro obiettivo, del fine verso cui stiamo indirizzando i nostri sforzi".

Ancora? Ma quali sforzi? Quali sono 'sti sforzi? In cosa consistono precisamente, oltre a ridurre i debiti? Si può sapere? È mezz'ora che cerco di capirlo.

"Se avessimo puntato solo al consenso immediato avremmo fatto un passo indietro, abbandonato la partita, cedendo alla propaganda sulla liberalizzazione del trasporto pubblico locale che, invece, altri schieramenti politici cavalcano solo per acquisire una manciata di voti o solo per interessi elettorali".

Ah, ecco. Peccato, Sindaca, che qui di cui ha parlato finora come con la "liberalizzazione" non c'entra niente. Ma proprio niente, eh. Confondere strumentalmente privatizzazione è liberalizzazione, questa è l'operazione chiara che abbiamo davanti agli occhi. E poi saremmo noi, quelli che fanno propaganda?

"Stiamo giocando una partita che ha terrorizzato i nostri predecessori e li ha fatti indietreggiare: noi andiamo avanti con coraggio".

Ecco, ci siamo: vedrai che adesso ci spiega bene qual è la direzione in cui loro andranno avanti "con coraggio". Concordato a parte.

Come dite? Ah, il post è finito? Ma manca la parte più importante!

Dev'esserci stato un errore nella pubblicazione.

Oppure no?




permalink | inviato da albertolupi il 2/9/2017 alle 12:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
statistiche e bugie
post pubblicato in diario, il 22 luglio 2017


Un sondaggio della Stampa ci rivela che siamo poveri ma sereni: «L’80 per cento degli italiani si ritiene abbastanza o molto felice», a prescindere dalla situazione economica poco rosea. Del resto gli indicatori cui diamo la priorità sono altri: prima vengono la salute, la famiglia, i buoni rapporti, gli amici e l'amore; solo dopo diamo peso a soldi e lavoro. Viene da pensare che, al di là di tutto, gli anni di magra ci abbiano costretto a ripensare la vita, e che in fondo non sia stato un esercizio così negativo.

Lascia un po’ basiti che la stessa testata, il giorno prima, rilancia un sondaggio secondo il quale «un italiano su due (48.7%) si scopre incapace di apprezzare gli aspetti positivi della propria vita e cade in quella che gli esperti definiscono "insoddisfazione cronica"», e come antidoto suggeriva di «imparare a stupirsi delle piccole gioie quotidiane». Felici o insoddisfatti? Dipende dai punti di vista, e poi si sa: i sondaggi non sono scienza ma uno strumento di riflessione, ossia fantascienza.




permalink | inviato da albertolupi il 22/7/2017 alle 4:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
IL NOSTRO CUPO FUTURO
post pubblicato in diario, il 9 luglio 2017


Di

Mattia Feltri


La sentenza della Cassazione su Bruno Contrada (trovate un piccolo approfondimento sulla mia pagina Facebook, non qui) non dovrebbe essere un semplice atto d'accusa contro la magistratura, o contro la politica, ma un atto d'accusa sul nostro modo di ragionare e di reagire ai problemi.


Gran parte della legislazione antimafia è emergenziale, e dunque uno strappo alla regola dello stato di diritto. Il 41bis, e cioè il carcere duro per i mafiosi, è un esempio. Un esempio di palese tortura, per la precisione, che abbiamo deciso di accettare, o di non vedere, in nome di una lotta d'emergenza a un problema eccezionale, la mafia. E' già abbastanza interessante che queste leggi eccezionali durino da decenni, diventando così ordinarie, e facendo dell'Italia uno stato che ha in parte rinunciato alla sua Costituzione e allo stato di diritto, e lo ha fatto stabilmente. Non vado oltre, non voglio discutere le leggi antimafia perché si passa immediatamente per fiancheggiatori ideologici della criminalità organizzata.


Le leggi emergenziali furono varate, con successo, negli anni del terrorismo rosso e nero, e servirono per combatterlo e vincerlo. Da allora se ne fa uso, qua e là, oltre la mafia. L'ultima legge approvata al Senato, chiamata codice antimafia, estende il sequestro cautelativo dei beni ai casi di corruzione se ci sia associazione per delinquere. Traduco: se uno è sospettato (semplicemente sospettato) di corruzione in associazione con altri, gli si possono sequestrare i beni. Quelli della famiglia, l'azienda, tutto. Con questa legge (per fortuna non ancora definitiva) nel biennio 92-93 lo Stato avrebbe potuto sequestrare il 70-80 per cento delle grandi aziende italiane, dalla Fiat in giù, cancellando dalla faccia dell'Italia l'impresa privata. E farlo prima di una sentenza di condanna.


Tutto questo ha una spiegazione e una conseguenza. La spiegazione è che, disarmati davanti alla plateale illegalità dell'intero paese (non soltanto mafia e corruzione, ma evasione fiscale, assenteismo, truffe delle e alle banche, truffe delle e alle assicurazione, noi siamo una specie di associazione per delinquere fatta di sessanta milioni di italiani) non sappiamo che reagire con una smania repressiva montante, dilagante, fatta di inasprimento delle pene e leggi emergenziali.


La conseguenza è che stiamo disarticolando lo stato di diritto, attribuendo alla magistratura un potere sterminato (così che poi gli errori giudiziari diventano sempre più devastanti), ma soprattutto stiamo fornendo armi formidabili a un governo che domani, o dopodomani, ispirato da sentimenti illiberali, avrebbe gioco più facile di instaurare una dittatura.


Ora, noi pensiamo che la democrazia sia incrollabile e non lo è. Già oggi l'Italia non è più psicologicamente democratica, e lo si evince dalla furia e scorrettezza del dibattito pubblico. Le dittature non sono mai arrivate annunciate, ma di colpo, e quando era troppo tardi.


Non buttiamoci giù. E' sabato. C'è il sole.







permalink | inviato da albertolupi il 9/7/2017 alle 18:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SULL’IDEOLOGIA REGRESSIVA DEL “CHILOMETRO ZERO”
post pubblicato in diario, il 7 luglio 2017


Perché i No-Global il 1° maggio a Milano manifestavano contro Expo 2015?

Lo dice il loro nome stesso: manifestavano contro la globalizzazione.

Più precisamente contro le multinazionali depredatrici dei Paesi poveri e devastatrici del pianeta, per una economia “a chilometro zero”. Cioè sostanzialmente per il modello dell’economia curtense risalente al medioevo profondo, prima delle crociate e di Marco Polo.

Per poter organizzare e attuare le loro manifestazioni, certo, e probabilmente anche per molte altre loro attività, i No-Global usano telefonini, aerei, automobili e treni ad alta velocità prodotti esclusivamente da grandi multinazionali. Ma questo è un ostacolo logico facilmente superabile: si combatte il Male utilizzando i suoi stessi strumenti.



Meno facilmente superabile è forse la constatazione che per lo sviluppo dei Paesi poveri, nell’ultimo secolo, ha fatto più la globalizzazione di quanto abbiano fatto tutte le iniziative filantropiche messe insieme.

Ma diranno che non è così, che questa affermazione è solo un frutto del “pensiero unico” liberista dominante. C’è però una circostanza preoccupante che i No-Global non possono negare: la perfetta coincidenza dei loro obiettivi fondamentali con quelli dell’ISIS: anche gli incappucciati della Jihad si propongono essenzialmente di combattere la contaminazione del mondo islamico da parte della cultura occidentale, difendendo quel tanto di medievale che ancora lo caratterizza e bloccando la globalizzazione.

Gli uni coi caschi neri, gli altri coi burqa e i passamontagna, tutti insieme contro la modernità e per un mondo in cui ciascuno resti rigorosamente a casa propria. Gli uni e gli altri, però, alla disperata ricerca di uno spazio nella comunicazione globale, attraverso quelli che sono i suoi strumenti per eccellenza: la televisione e Internet.

.

Tutta la storia del progresso umano è fondata sull’aumento del raggio di mobilità delle persone, delle idee e dei beni di cui disponiamo. Ritornare a un’economia in cui anche soltanto persone e beni si muovono soltanto nel raggio di un chilometro o poco più significa tornare a una situazione di povertà materiale grave; ma anche, in qualche misura, a una situazione di povertà spirituale, se è vero che il nostro spirito si nutre anche dell’incontro con gli altri. E poi vedo un intreccio pericoloso tra l’ideologia del “chilometro zero” e quella della chiusura delle frontiere, del restauro delle sovranità nazionali in contrapposizione con la costruzione dell’Unione Europea, dei muri e fili spinati contro i profughi. Insomma, penso che la globalizzazione costituisca un fenomeno complessivamente positivo: un fenomeno che – certo – ci impone di attrezzarci per farvi fronte, ma che complessivamente fa del bene al mondo e in particolare alla parte più povera e più arretrata dell’umanità.



Contro la ratifica del CETA, l’accordo di libero scambio euro-canadese, come già contro quello analogo con gli U.S.A., si sta scatenando in tutta Europa un’opposizione che ha tutti i caratteri della psicosi di massa. Tanto diffusa e accanita, quanto sono false le notizie su cui è fondata. Viene denunciato il pericolo che il vecchio continente sia invaso da prodotti geneticamente modificati o da carne agli ormoni (anche se l’accordo li esclude), che le normative nazionali a tutela della salute e dell’ambiente ne vengano travolte (l’accordo invece le salvaguarda espressamente), che ne conseguano gravi crisi occupazionali (al contrario, l’accordo aumenterà occupazione e redditi, perché quella europea e quella canadese sono economie fortemente complementari). Si teme, ancora, che l’assoggettamento alla giurisdizione speciale di una Corte sovranazionale istituita dal trattato leda la sovranità delle nostre istituzioni democratiche; ma questa Corte opererà anche a tutela di nostri diritti commerciali, che oggi in Canada non sono protetti per nulla; e comunque qualsiasi trattato internazionale deve prevedere una giurisdizione sovranazionale che lo garantisca: lo prevede la nostra stessa Costituzione. Che cosa, dunque, si annida sotto questa reazione irragionevole, da destra e da sinistra, contro un ragionevolissimo accordo di libero scambio, prezioso per un Paese esportatore qual è l’Italia?



Se si scava un po’, alla radice di tutte le opposizioni si trova l’ideologia del “chilometro zero”. Cioè il vagheggiamento di una economia nella quale sia le persone sia le merci si muovono molto meno e le cose restano uguali a se stesse per una vita e anche più (salvo apprezzare l’I-Phone, il pc, Internet e il biglietto Milano-Londra a 30 euro). Nulla da eccepire, purché sia chiaro che in una economia di quel tipo il lavoro umano è mediamente molto meno produttivo e meno retribuito che in una economia aperta alla specializzazione internazionale.

.




permalink | inviato da albertolupi il 7/7/2017 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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