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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
data fatale
post pubblicato in diario, il 10 novembre 2018


Per ordine di Adolf Hitler, il 9 novembre del 1938 le sinagoghe, le scuole, le proprietà e le vetrine degli ebrei di Germania, Austria e di parte dell'odierna Repubblica Ceca furono distrutte e incendiate nell'indifferenza della polizia. Secondo gli storici in quella notte poi passata alla storia come la «prova generale» dello sterminio, gli ebrei uccisi furono alcune centinaia.
II 9 novembre è una data molto controversa perla storia tedesca, «con luci e ombre», ha ricordato Steinmeier la mattina rivolto al Bundestag. In quella data i tedeschi celebrano il crollo dell'impero di Guglielmo II con la rivoluzione di novembre del 1918. Nata socialista, la rivoluzione fallirà pochi mesi dopo aprendo la strada alla Repubblica di Weimar. Anche il crollo del Muro di Berlino è avvenuto il 9 novembre (del 1989), il che ha permesso agli storici di indicare quel giorno come «data del destino» (Schicksaalstag). Dietro ad almeno due altre ricorrenze si nasconde la mano di Adolf Hitler. L'8 novembre 1923 Hitler e le SA guidate da Eric Röhm irruppero nella Bürgerbräukeller di Monaco di Baviera per rovesciare il triunvirato allora al potere nella regione meridionale della Germania. L'indomani le forze regolari bavaresi aprirono il fuoco su Hitler e il Putsch di Monaco falli nel sangue. Una volta al potere Hitler dichiarerà il 9 novembre festa nazionale per ricordare i 14 «martiri del nazismo». Occasione perfetta per nascondere la memoria della rivoluzione del 1918 e dei suoi leader comunisti Karl Liebknecht e Rosa Luxembourg. Anche la morte a Parigi del diplomatico tedesco Ernst vom Rath il 9 novembre 1938 fornì a Hitler un'occasione «fatale». Quella di scatenare la Reichspogromnacht: a vom Rath aveva sparato due giorni prima l'ebreo polacco Herschel Grynszpan. La violenza di massa contro gli ebrei del Terzo Reich doveva rappresentare per Hitler la naturale reazione di rabbia degli ariani per la morte del diplomatico.



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Il piano B degli altri, ...
post pubblicato in diario, il 27 ottobre 2018


attendere il crollo non serve a nulla, perché la demolizione è molto ben controllata

di @Böse Büro · Oct 22, 2018 · 10 min read

La notizia della vendita di Magneti Marelli mi ha ricordato quello che scrissi tempo fa, quando scrissi il post sul piano B degli altri : è inutile aspettare il momento del crollo, perché l’ Italia è un problema che verrà gestito senza arrivare alla crisi. Sta avvenendo sotto i vostri occhi, e il caso di Magneti Marelli è solo uno di una lunga serie. Ma non è né il primo né l’ultimo.

La prima convinzione errata è che l’ Italia sia la sola ad essere “too big to fail”. E quindi, chi fa una politica pseudo-suicida costringerà l’avversario alla ritirata. In questo caso l’avversario è l’eurozona.

Bene. Allora ho una brutta notizia per voi: l’ Euro è molto più “too big to fail”. E a volerla dire tutta è MOLTO più “too big” dell’Italia. Diciamo che è “too enormous to fail” . Cosa significa? Significa che il giorno in cui si dovesse scegliere tra il “too big to fail”- Italia e il “too enormous to fail” - Euro, si lascerebbe fallire l’Italia e tutti gli sforzi si concentrerebbero nel proteggere l’Euro dal botto italiano.

Di conseguenza, mettere l’Eurozona di fronte alla terribile eventualità di un fallimento italiano non ha l’effetto desiderato, perché essendo l’ Euro ancora più “too big to fail”, nessuno lascerà che la minaccia di fallimento dell’Italia diventi una minaccia di fallimento per l’Euro.

Quindi, per i grandi notabili dell’ Eurozona è fuori di dubbio che tra salvare l’Italia e salvare l’Euro , sia meglio concentrarsi per salvare l’Euro. Il che significa, gestire un eventuale crollo dell’Italia.

Se un paese è determinato ad usare il proprio crollo come minaccia per tutti, la cosa migliore da fare è trasformare il crollo in una demolizione controllata.

Sia chiaro, non sto parlando di complotti: sto parlando di razionalissime misure che gli operatori finanziari più grandi prenderanno per tutelare i loro risparmi. Per un operatore di breve termine il problema è cosa comprare o cosa vendere, ma per chi ha fatto investimenti a medio e lungo termine uscirne non è facile, per cui si muoveranno allo scopo di proteggere gli investimenti che hanno in Europa.

Non è un complotto ordito da Soros: la “demolizione controllata” non è altro che una strategia messa in campo dai grandi investitori per proteggere i propri investimenti in Euro. Non credo proprio che loro la chiamino “demolizione controllata”, e non penso proprio che sia frutto di un odio verso l’Italia: se l’Italia si gestisse bene da sé, per gli investitori sarebbe ancora meglio perché i loro soldi sarebbero al sicuro senza sforzo.

Quindi, ricapitoliamo: questo piano che io definisco “demolizione controllata” ha lo scopo di proteggere gli investimenti in Euro dal collasso dell’Italia, minacciato dal governo italiano in una strategia molto “Varoufakis-like”. Quali sono gli obiettivi di questa strategia? possiamo indovinarne alcuni:

Rallentare il “botto” dell’Italia in modo da dare il tempo agli operatori di mercato di attuare contromisure, spostare investimenti e riassicurarli.

Per evitare che l’Eurozona perda il valore delle aziende italiane, occorre spostare le aziende italiane nel resto d’Europa, o addirittura del mondo. Cioè serve che siano vendute a stranieri.

Per evitare un default del debito, occorre forzare il governo italiano ad usare i risparmi degli italiani come garanzia, in modo da poterli usare in caso di fallimento di un’asta. Occorre cioè forzare il governo italiano a riempire le banche di debito.

Se possibile , farci due soldi.

Ora, sull’ultimo punto non ho una visione ben chiara: esistono molti metodi per far soldi sul calo progressivo e prevedibile di valore di qualcosa. Gli altri punti, però, sono sotto i vostri occhi.

Come avete visto, Moody’s non è stata molto aggressiva nel confronto della manovra italiana. Anzi, è stata insolitamente tollerante . Se avessero spinto la mano un pochino di più sarebbe stato il botto, ma hanno fatto in modo da esercitare una lieve pressione, che ha lasciato invariati i mercati.

Quando una cosa del genere avviene, si dice che “i mercati l’avevano scontata prima”, cioè significa che “sapendo che tu sarai messo peggio fra tre mesi, ti faccio pagare interessi più alti da subito”. Quindi lo spread non è aumentato, ma è rimasto attorno ai 300punti base. Potrebbe anche calare attorno ai 290: chi (specialmente all’opposizione) spera in un disastro finanziario che ripeta l’esperienza Monti, si sbaglia di grosso.

Il primo punto della strategia è già sotto i vostri occhi: “evitare le crisi improvvise”. L’Italia sta venendo spolpata lentamente, a furia di interessi alti sul debito, che lentamente compenseranno qualsiasi danno fatto all’Eurozona nel complesso.

Il secondo punto è la spoliazione dell’ Italia. Immaginate che l’Italia esca dall’Euro. Si potrebbe pensare che l’Euro ci abbia perso molto, ma questo è vero soltanto se insieme all’Italia dall’Euro escono le sue aziende. Se le aziende italiane fossero, per esempio, molto globalizzate , basterebbe comprarle ed esse non uscirebbero dall’Euro insieme all’Italia. Se poi a comprarle fossero aziende extra-europee, le aziende uscirebbero dall’ Euro ancora prima dell’Italia. Lo farebbero in una maniera controllata, senza scossoni di mercato, porterebbero liquidità ai vecchi proprietari (in un periodo ove la liquidità comincia a scarseggiare) e alla fine, se anche l’Italia uscisse dall’Euro, ne uscirebbe poco più di una lattina vuota. per l’Eurozona sarebbe una perdita da poco.

Per diminuire la dimensione della crisi in una eventuale uscita dell’Italia dall’Euro, quindi, stanno lentamente portando all’estero tutte le aziende di valore. significa che stanno creando le condizioni che portano le proprietà a venderle. In questo modo, tra un paio di anni, se anche l’Italia uscisse , ad uscire sarebbero solo gli anziani e l’amministrazione pubblica. Il resto, sarebbe già uscito dall’Italia , cioè di proprietà di stranieri, e l’uscita dell’Italia dall’Euro non cambierebbe lo scenario economico.

Questo è il motivo per il quale la chiamo “demolizione controllata”: se tutte le aziende vendute a stranieri negli ultimi 2 anni fossero state vendute in un giorno solo, si sarebbe parlato di apocalisse. Ma se la facciamo succedere lentamente, in molti anni, questa apocalisse diventa “un lento declino” che non allarma più nessuno. C’è tutto il tempo per prendere provvedimenti.

L’altra parte è quella di costringere il governo ad usare i risparmi degli italiani per coprire il debito. Se infatti andassimo verso una brusca crisi e si chiamasse il default, sarebbe un disastro sia per l’Italia sia per i possessori di debito, sia per gli investitori.

Ma adesso immaginiamo di procedere lentamente . Lo spread rimane alto, ma non troppo alto, per anni. Prima iniziano a boccheggiare le banche, le quali cominciano ad aver bisogno di ossigeno. A quel punto ci sono molte strade: o si convertono i bond in azioni, o il governo interviene con soldi pubblici, oppure le banche si mettono in vendita, oppure si fa pagare l’aumento di capitale ai risparmiatori, oppure…

…oppure, qualsiasi cosa si farà, la pagheranno i risparmiatori italiani. Ma se facciamo un grosso crash improvviso, i risparmiatori si vedono togliere tutto di botto. Se invece lasciamo che le banche boccheggino, hanno il tempo di “spennare” i risparmiatori. Alti costi ai correntisti, bassi interessi ai risparmiatori nel settore private banking, qualche perdituccia qui e lì, e meno zero virgola qui e meno zero virgola là, alla fine dei conti se tutto avviene lentamente, giocando sugli interessi si fanno i soldi.

Occorre capire una cosa: tutto ciò che si basa sul pagamento degli interessi rende remunerativo il tempo. Diluire gli eventi nel tempo serve a guadagnare sugli interessi.

Ad un certo punto, però, succederà che le aste del governo saranno sempre più costose, oppure andranno deserte. Ma non è ancora allarmante: prima di fare le aste, c’è sempre un gruzzoletto da parte, in modo che se l’Asta fallisse, il governo ricomprerebbe il debito. Il debito, cioè, non viene messo in vendita tutto insieme. l’Italia ne vende circa ~400 miliardi in un anno, cioè meno di 40 miliardi al mese. Essi sono divisi in diverse aste. Quindi non è che se ti fallisce una sola asta sei già in default.

Ma che succede se falliscono aste per, diciamo, 40 miliardi in un anno? Occorre che il governo, se vuole pagare quegli stipendi e quelle pensioni, recuperi quei 40 miliardi. E come fa? Beh, lo ha detto Di Maio chiaramente: gli italiani hanno un sacco di risparmi. E lo stesso capita se l’asta di titoli a breve scadenza richiede molti interessi da pagare.

Tra uno, due anni (non prima) qualche asta fallirà sistematicamente, oppure richiederà uno yeld molto alto con una certa regolarità. In questo caso,il governo metterà le mani sui risparmi degli italiani. Non deve essere per forza un prelievo forzoso: basta alzare qualche tassa sui depositi di tipo X, poi sugli investimenti di tipo Y, e piano piano si recuperano i soldi.

Per ottenere tutto questo , basta semplicemente rendere molto lento tutto il processo.

I politicanti che sperano nei crolli “dopo il rating delle agenzie” o dopo “la fine del QE della BCE” non hanno capito nulla. Questo non è un crollo , è una demolizione controllata.

Non mi aspetto grosse variazioni dello spread o degli interessi sul debito italiano, ovvero non tali da mettere il governo a rischio. Perché se cadesse il governo ora, prima della legge finanziaria (cosa che la rinvierebbe di mesi e mesi), allora sarebbe davvero un crollo. Ma se lo spread rimane ad una distanza di sicurezza dal 400, abbastanza alto da pagare begli interessi ma abbastanza basso da non causare una crisi politica, gli investimenti sono salvi e fruttano anche molto bene.

Non ci sarà nessuna apocalisse: chi aspetta il biblico redde retionem si illude. Sarà una demolizione controllata, esattamente come la trattativa infinita del brexit, che sta lasciando alle aziende inglesi il tempo di delocalizzarsi senza venire danneggiate troppo.

L’ultimo punto, “come guadagnarci dei soldi sulla demolizione controllata”, è molto confuso. Nel senso che i beneficiari sono tanti.

Per esempio, un paio di anni coi mercati che gridano “L’Europa ha un problema italiano” tengono basso l’euro e quindi aiutano l’esportazione. Una demolizione controllata della durata di 2-3 anni è un toccasana per l’export europeo. Non per quello italiano visto che le aziende vengono comprate quindi non vanno più nel conto “export”, ma rimane un toccasana per i paesi che hanno export forti.

Altri beneficiari saranno coloro che comprano il debito messo in vendita dai disperati che hanno bisogno di liquidità. Se alla scadenza il debito paga 10.000 , per fare un esempio, ma oggi sul mercato ne vale 8500, conviene comprarlo sul mercato e poi aspettare la scadenza. Quindi sarà pieno di speculatori che offrono debito italiano a meno del valore alla scadenza, e per ottenere questo effetto utilizzeranno il gioco delle vendite allo scoperto.

Un altro modo che vedo è di comprare CDS sul mercato non regolato (i CDS si vendono solo off the counter) in modo da guadagnarci dei bei soldi mano a mano che il rating del debito pubblico e delle aziende peggiora.

Di per sé, quindi, Di Maio può anche evitare di parlare di “piani A ” e “piani B”: il “Piano B degli altri” (magari lo chiameranno “contingency plan” ,o roba simile) è già in atto, sotto gli occhi di tutti. Solo che viene ignorato, perché è lento. Essendo lento non colpisce le opinioni pubbliche che sono fatte di depressi e chiedono adrenalina. Loro vogliono il crollo, l’apocalisse, lo scontro. Un piano di demolizione controllata della lunghezza di anni, non eccita le masse e non finisce sui giornali.

Ed è proprio nel piano di contingenza degli investitori, che vogliono fare profitto e proteggere gli investimenti, che si infrange la mania di coloro che tifano per l’Apocalisse.

Non si sarà nessuna apocalisse. Quello che vedete , sotto i vostri occhi, è già il piano di contingenza




permalink | inviato da albertolupi il 27/10/2018 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cos’è il Liberalismo Classico?
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2018


Il Liberalismo Classico è una dottrina che valorizza la libertà individuale, è un modus vivendi che si ripercuote anche nelle più banali azioni quotidiani e nei più semplici rapporti con gli altri Individui, si fa forte delle caratteristiche derivanti dalla Libertà di scelta, che nei rapporti con la società coincide sia con le libertà di culto, di parola, di stampa, di riunione e di commercio sia con il contenimento del ruolo dello stato nell’economia.

È una corrente sviluppatasi nel XVIII secolo in Europa, la quale attinse numerose idee dagli scritti di Adam Smith e dalla crescente nozione di progresso sociale. L’Enciclopedia di Stanford annota che:”Liberalismo Classico e proprietà privata sono correlati”, il movimento illuminista -che sfociò nella Rivoluzione Francese- decretò come sacrosanta la correlazione fra proprietà privata e Libertà: entrambe finiscono dove iniziano quelle altrui.

Infatti, dal XVIII secolo sino ad oggi, i Liberali Classici hanno sempre sostenuto che il sistema economico basato sulla proprietà privata è l’unico «consistente» con la libertà individuale, permettendo a ciascuno di vivere la propria vita come meglio crede, sia nella scelta di come impiegare le proprie risorse che il proprio capitale.

CONFRONTO COL LIBERTARIANESIMO

Detto ciò, i Liberali Classici differiscono dai Libertari, specialmente nell’estremità del proprio credo. Sebbene tra Liberalismo Classico e Libertarianeismo ci siano notevoli sovrapposizioni, i Liberali Classici sono più disposti ad accettare compromessi.

I Liberali Classici più famosi del XX secolo sono Milton Friedman e Friedrich von Hayek, entrambi Premi Nobel in economia, credevano che lo stato dovesse garantire i minimi servizi a tutti i meno abbienti.

Friedman sosteneva anche che lo stato dovesse garantire dei voucher, cosicché le famiglie avessero l’opportunità di frequentare scuole private, inoltre era a favore della tassa sull’inquinamento per costringere gli individui ad assorbire i costi che impongono alla società.

In altre parole, i Liberali Classici (come Friedman e Hayek) credono fortemente nel libero mercato ma, a differenza dei Libertari, sostengono anche alcune misure garantite dallo stato per integrare (come il reddito minimo per le fasce meno abbienti) o promuovere (voucher scolastici) il mercato.

CONFRONTO COL PROGRESSISMO

Il Liberalismo Classico differisce tantissimo dal Progressismo Moderno. Infatti, mentre i Progressisti sostegno alcuni diritti, definendoli positivi (diritto alla salute, norme coercitive nei confronti altrui) posti dal potere dello stato e senza alcun contenuto intrinseco, i Liberali Classici enfatizzano i diritti negativi (diritto alla libertà di parola, religione, associazione).

Mentre i Liberali Classici sostengono che la soluzione ai problemi sociali possa essere risolta dal libero mercato, dagli scambi volontari e dalle libere associazioni, i Progressisti vedono, quasi sempre, nello stato il mezzo attraverso il quale la società progredisce.

Per esempio, un Liberale Classico non cercherebbe mai di costringere una persona religiosa a cucinare una torta per una coppia di sposi gay in unione civile, contro la sua volontà, mentre i Progressisti sarebbero favorevoli a tali coercizioni.

Nella visione Liberale Classica questo costituirebbe una violazione della libertà religiosa e di associazione. Nessuno dovrebbe essere costretto ad associarsi ad altri contro la propria volontà.

CONFRONTO COL CONSERVATORISMO

Il Conservatorismo è molto eterogeneo. Molti filosofi conservatori hanno delle sovrapposizioni col Liberalismo Classico, specialmente quelle che enfatizzano l’importanza della Costituzione e della Carta dei Diritti.

Eppure, il Liberalismo Classico, come filosofia, non cerca esplicitamente di conservare una particolare norma, al di fuori dei principi di libertà, a differenza dei Conservatori, i quali vogliono mantenere una particolare definizione di matrimonio, ruolo dei sessi, e così via.

In genere, i Liberali Classici non sono grandi sostenitori delle politiche estere interventiste, a differenza dei Conservatori, e inoltre danno molta meno importanza alla religione, sia all’interno della società che dello stato, rispetto ai cosiddetti “principi religiosi”.

I Liberali Classici tendono a voler conservare i diritti naturali, mentre i Conservatori spesso e volentieri divengono Reazionari e tendono a voler conservare anche diritti acquisiti in taluni momenti storici, oramai obsoleti se confrontati con la società contemporanea.

CONFRONTO CON L’ESTREMA DESTRA

L’Estrema Destra promuove il nazionalismo e il protezionismo economico (per esempio barriere commerciali), mentre i Liberali Classici sono sempre stati promotori del libero scambio per centinaia di anni.

I Liberali classici hanno sempre avuto una visione più globale rispetto all’Estrema Destra, specialmente su come il libero scambio possa favorire la pace e maggiore cooperazione tra nazioni.

Sui temi del multiculturalismo e dell’immigrazione l’Estrema Destra si oppone fortemente, mentre i Liberali Classici si dividono, alcuni sono favorevoli, altri sono contro.

Alcuni Liberali Classici credono – benché in maniera molto più moderata e ragionata e meno populista – alle tesi dell’estrema destra, secondo cui queste metterebbero in pericolo le Istituzioni e la civiltà Occidentale, mentre altri, proprio grazie a una maggiore diversità e minor restrizione dei confini, intravedono più benefici economici e sociali.






permalink | inviato da albertolupi il 2/9/2018 alle 7:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
eurafrica
post pubblicato in diario, il 23 giugno 2018


Roma. “Siamo di fronte a un fenomeno migratorio senza precedenti” ha detto Emmanuel Macron qualche settimana fa nell’intervista con Edwy Plenel. Un fenomeno che secondo il presidente francese è “descritto tremendamente bene” da Stephen Smith nel suo libro appena pubblicato da Grasset, La Ruée vers l’Europe. Sottotitolo: “La giovane Africa sulla strada per il Vecchio continente”. In copertina, la notte buia del continente africano e quella illuminata dell’Eldorado europeo. Già analista per le Nazioni Unite e l’Interna - tional Crisis Group, Smith è stato a lungo l’africanista di Libération e le Monde e adesso insegna in America alla Duke University. Nel suo romanzo del 1972 “Il campo dei santi”, Jean Raspail immaginava l’immigrazione che travolgeva l’Europa. La scelta, scrisse lo scrittore reazionario e monarchico, era fra “scatenare un massacro per salvare una civiltà o perdere quella civiltà”. “C’è chi ha paura di perdere l‘anima’, altri vogliono dimostrare di averne una” scrive Smith, che vuole invece “demoraliz - zare” il dibattito sull’immigrazione. “Non si tratta di scegliere tra il bene e il male, ma di governare la città nell’interesse dei cittadini”. Il nazionalismo per lui fa il paio con l’“uomo senza qualità” propugnato dall’“irenismo umanitario”. Spiega che “la giovane Africa correrà verso il Vecchio continente, è inscritto nell’ordine delle cose, così come lo fu, alla fine del XIX secolo, la corsa dell’Europa verso l’Africa”. L’Africa di Smith “non è un paese da cartolina dappertutto arretrato. E’ un continente povero, certamente, ma penetrato dalla modernità e da luoghi che funzionano come un palcoscenico, prima tappa del grande esodo”. Qui Smith sfata un mito di sinistra: non partono perché poveri, partono perché stanno emergendo da quella povertà. “I più poveri non possono permettersi di emigrare, non ci pensano nemmeno, impegnati a sbarcare il lunario”. L’Africa è a un punto di svolta e le due principali condizioni dell’esodo verso l’Europa sono soddisfatte. “La prima è l’attraversamento di una soglia di prosperità minima per una massa critica di africani in un contesto di persistente diseguaglianza tra l’Africa e l’Europa; il secondo è l’esistenza di comunità diasporiche che costituiscono le teste di ponte dall’altra parte del Mediterraneo”. Gli aiuti occidentali all’Africa? “Un premio per la migrazione. Così facendo, i paesi ricchi si sparano sui piedi”. “Nel 1900, un quarto della popolazione mondiale era europea” scrive Smith. Nel 2050, tale quota sarà il 7 per cento, “con quasi un terzo che avrà più di 65 anni”. Oggi vivono nell’Unione europea 510 milioni di persone, a fronte di 1,3 miliardi di africani. “In trentacinque anni ci saranno 450 milioni di europei per 2,5 miliardi di africani, cinque volte di più”, prevede Smith. Lo “choc migratorio” è inevitabile. Che fare, si chiedeva Lenin? “Il Maghreb sta stabilizzando la demografia e completando la trasformazione” scrive Stephen Smith nel suo libro La Ruée vers l’Europe. “Non l’Africa subsahariana. Ieri erano senza mezzi per emigrare, ora le sue masse sulla soglia della prosperità sono sulla strada per il ‘paradiso’ dell’Europa”. E’ la partenza a cascata. “Li porterà dal villaggio alla città più vicina, dalla città di provincia alla capitale, dalla capitale nazionale alla metropoli regionale e, infine, all’estero, oltre i mari, in Europa. Questo movimento è il cuore pulsante della gioventù africana che va sempre oltre. Per citare Aimé Césaire, ‘la gioventù nera volta le spalle alla tribù dei vecchi’. Fece questa osservazione nel 1935, quando l’Africa – dal punto di vista demografico – iniziò a partire”. Per l’Europa, scrive Smith, è impensabile continuare ad accogliere senza freni. “Tra il 1975 e il 2010, venti milioni di messicani sono entrati negli Stati Uniti; con i loro figli, ora rappresentano il dieci per cento della popolazione americana. Se la migrazione africana seguisse il modello messicano, ci troveremo in questo ordine di grandezza: da 150 a 200 milioni di afro-europei entro il 2050”. Il guadagno in termini di contributi pensionistici non compenserebbe i costi dell’immi - grazione in termini di coesione, cultura, sicurezza. “Certo, i migranti adulti entrerebbero nella forza lavoro e contribuirebbero a finanziare il sistema pensionistico, ma, date le loro famiglie, che sono, in media, più numerose, il guadagno sarebbe compensato dal costo per educare, formare e prendersi cura dei bambini”. Sarebbe la fine dello stato sociale. “Sarebbe la guerra di tutti contro tutti in una società senza un minimo di codice comune”. Questo è lo scenario che Smith chiama “Eurafrica”. Inaccettabile. Poi c’è l’alter - nativa della “Fortezza Europa”, anche questo irrealistica, anche “se ha più possibilità di successo”. “Ma le dighe che possono essere erette non saranno sufficienti a fermare le molte onde che ci attendono”. C’è la terza opzione. Il “ritorno al protettorato”. Rifarsi carico dell’Africa, come pagare i governanti africani per fermare le migrazioni e chiudere un occhio sulle violazioni e conseguenze interne, che quasi sempre non superano l’esame del nostro umanitarismo, che ne uscirà comunque suicida o sconfitto.




permalink | inviato da albertolupi il 23/6/2018 alle 19:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
honestà
post pubblicato in diario, il 16 giugno 2018


Tangentopoli NON cominciò nel 1992.

Il presupposto, in verità mal fondato, di questa Stagione riposava su una presunta differenza antropologica dei politici comunisti, un loro essere “geneticamente” immuni da ogni corruzione, vantato da Berlinguer nel 1981... In questo scenario – secondo Piperno – si configura e ha successo la proposta di Berlinguer per sfuggire alla omologazione con gli altri partiti: regredire dalla politica alla morale,sollevare la questione morale, traghettare il partito dalla lotta di classe alla lotta senza fine al crimine e alla corruzione.

Questa strategia ha portato il PCI a promuovere una legislazione liberticida per distruggere le insorgenze degli studenti e degli operai negli anni settanta del secolo scorso; e ha finito col consegnare il partito ai giustizieri delle procure, cosa mai avvenuta sotto il cielo.



Le reliquie ideologiche del berlinguerismo giacciono ora disponibili alla bisogna del ceto politico: tutti, o quasi, si affannano a farne propria qualcuna, perfino Casaleggio l’oscuro. Il compromesso storico si chiama ora larghe intese e l’eterna questione morale continua ad alime

ntare la retorica politica. Tutto è come prima, solo un po’ peggio.

Quel che nei trent’anni trascorsi dalla morte di Berlinguer è cresciuto in forma smodata, come un cancro delle coscienze, è l’ipocrisia, il male estremo della repubblica italiana. Male al quale, messe a parte le buone intenzioni, grandemente ha contribuito l’agire politico di Enrico Berlinguer.

E pare che non sia ancora finita. Guardiamo quegli anni lontani (l’entusiasmo per Mani Pulite – che condivisi anch’io) con gli occhi della fiction televisiva.

Con saggi corposi di stimati docenti. Ci dicono che la “rivoluzione populista” arriva da lì.



Poi scoppia l’ennesimo scandalo di corruzione (lo Stadio di Roma). E a essere inquisiti sono politici e tecnici d’area dei Cinque stelle, del PD, di Forza Italia. E magari domani se ne scopriranno altri. Io credo che l’onestà, prima che essere un modo di comportarsi, sia un sentimento. Come ogni sentimento, anche l’onestà può essere costruita, plasmata, o rimossa.



Possiamo seppellire la nostra onestà da qualche parte nel nostro inconscio. Però continuare a parlarne. A invocarla. E accade una cosa stranissima: i primi a credersi onesti, sono i corrotti; un disturbo dissociativo dell'identità (DDI - conosciuto anche come disturbo di personalità multipla), che è un'alterazione dell'identità in cui il malato presenta almeno due distinte personalità… che esistono tutte in buona perfetta fede. Una scissione dell’io che dovrebbe indagare Ronald Laing.



Una cosa che abbiamo tutti sotto gli occhi. Nei nostri privati comportamenti. Anche noi, che politici non siamo. Praticare l’onestà è un costo enorme. Sul piano delle conseguenze. Pratiche. Emotive. Familiari. Di carriera. Di relazioni. Quando l’onestà incontra il denaro , di solito è il denaro che prevale. Ma lo travestiamo da necessità, da opportunità. Persino da fin di bene.



Perché noi vogliamo essere fieri di noi stessi. Non ci vogliamo vergognare. E dunque tiriamo l’onestà di qua e di là. Perché arrivi a coprire la nostra pochezza. Ce la aggiustiamo addosso come ci fa comodo.








permalink | inviato da albertolupi il 16/6/2018 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L’EUROPA E LA PATRIA
post pubblicato in diario, il 3 giugno 2018


Era la grande speranza dell'ingresso nell'Eurozona: auto-correggersi grazie alle regole europee e alla supervisione delle istituzioni sovranazionali. Purtroppo la politica e l'establishment italiano non riusciranno mai a completare il processo di auto-riforma poiché molti settori dell'impresa resteranno al riparo dalla concorrenza e i bassi tassi d'interesse sul debito pubblico ottenuto grazie alla politica monetaria europea incentiveranno la classe politica a rilassare la propria spinta riformistica, in special modo in settori come quello pensionistico, dell'amministrazione e servizi pubblici. La spesa pubblica è rimasta elevata e frammentata, il debito è esploso con la crisi, la produttività si è abbassata e le regole europee si sono irrigidite per la grande divergenza tra nord e sud del continente.

Ritornava, così, il vincolo esterno non come forma di disciplina interna, ma come intervento promosso da Bruxelles. L'inverno di Monti, che ha salvato i conti pubblici di un Paese spinto sull'orlo del default, ma ha certificato la fine di una intera classe politica avviando la primavera dei populisti. Sull'attestato di questo fallimento i partiti anti-establishment hanno vinto le elezioni del 2018.

E il patriottismo dov'è finito? La volontà di correggersi da sé? Abbiamo visto un establishment economico e politico legato ai vecchi partiti e scioccato dai risultati elettorali gioire di fronte all'impennata dello spread. Coltivare pensieri pericolosi secondo cui si doveva dibattere apertamente dell'uscita dall'euro nella campagna elettorale che pensavano imminente, ma allo stesso tempo premevano sul Quirinale perché non venisse nominato alcun ministro dalle idee eurocritiche.

Idee rischiose, quelle del piccolo establishment, perché lontane dal principio di realtà. Infatti se è vero che i mercati non tollerano l'incertezza politica ciò vale nel caso in cui sia ventilato un piano B di uscita dall'euro e, a maggior ragione, nel caso di una campagna elettorale sull'euro. Sperare di terrorizzare gli italiani prefigurando il disastro di fronte a qualunque idea euroscettica, e non solo l'abbandono della moneta unica, è una pia illusione se si considera il terremoto politico e culturale di fronte a cui ci troviamo. Significa castrare in partenza ogni speranza di riforma di una architettura europea sempre più imbolsita e delegittimata.

Da qui l'invocazione della risoluzione verso l'alto e l'esterno: saranno i mercati, le alte cariche di Bruxelles e i diligenti tedeschi a punire gli irriformabili italiani. Dietro le parole del commissario tedesco Oettinger molti commentatori hanno ostentato indignazione, ma quante volte li abbiamo sentiti ripetere concetti assai simili? Le élite del Paese per gran parte si vergognano per il voto dei propri compatrioti e non fanno nulla per nasconderlo. Il vincolo esterno diventa la scorciatoia migliore di chi considera l'Italia un paese "minus habens" rispetto ai partner europei. Per questo si guarda sempre alla rigidità della Germania o alla grandeur della Francia con parole ricolme di ammirazione, ma senza avanzare mai alcun piano strategico né per l'Italia né per l'Unione Europea, come invece fanno i francesi e i tedeschi.

Qual sia il contributo al dibattito pubblico sull'Europa di coloro che inneggiano a spread e default per l'Italia non è chiaro. O forse si: è inesistente perché è più facile dar sempre la ragione al commissario europeo straniero. Un complesso di inferiorità che si traduce in debolezza concettuale e politica secondo cui l'Italia non sarebbe nelle condizioni di partecipare al gioco del potere europeo. Non è nelle condizioni o la sua classe dirigente non vuole sobbarcarsi lo sforzo (e i rischi) di farlo?

È vero i populisti sanno cosa combattono, ma non sanno ancora cosa vogliono costruire. Intercettano pulsioni che vogliono riportare al "politico", codificato da Carl Schmitt, un paese in commissariamento permanente. Sconfinano, troppo spesso, in manifestazioni da nazionalismo d'operetta.

Patriottismo e sovranità possono incontrarsi poiché grazie al primo è possibile contrattare la seconda. Qui arriva la sfida dei populisti d'oggi: seguire la lezione di Gaetano Mosca passando dalla contestazione delle élite alla circolazione delle élite. E questo senza patriottismo, che è volontà di prendersi cura del Paese senza anestetizzarne la politica per imposizione esterna, non è possibile farlo poiché la nuova classe dirigente italiana dovrà recuperare un minimo di auto-consapevolezza, sui suoi limiti e le sue forze, e amor patrio.

Se non si vuole finire dritti in un neo impero carolingio, in cui l'indirizzo politico italiano sia formulato dall'esterno e congelato nella capacità di riforma domestica ed europea, le nuove forze politiche dovranno trovare la forza per autoriformare il Paese dall'interno per rafforzarlo all'esterno.

La ricostruzione della sovranità passa dalla capacità di correggere le istituzioni, avviare la crescita economica e, allo stesso tempo, scambiare queste azioni con la richiesta di riformare alcuni aspetti dell'Europa. Il Paese deve andare verso una sovranità contributiva rispetto all'Unione Europea guadagnando una flessibilità istituzionale che permetta di contrattare ciò che si dà e ciò che si riceve, superando un impasse su cui si è avvitata l'intera struttura europea. Per questo una sana audacia intellettuale anti-conformistica non è materiale da disprezzare quando si parla di riformare Bruxelles. Senza questa, d'altronde, la Comunità Europea non sarebbe mai nata e rinunciando ad essa mai l'Unione Europea uscirà dalla sua catalessi rischiando, a causa di questo immobilismo, di sfasciarsi sul nazionalismo.

Chi tifa per lo spread, il default e il commissariamento perenne rischia di gettare benzina sulle venature nazionaliste che già si scorgono sotto traccia ed esacerbare le reazioni. Un paternalismo ed una pedagogia, quella secondo cui gli italiani devono comportarsi soltanto in un determinato modo poiché questo è ciò che si richiede per alimentare lo status quo europeo, che si pongono lontani persino dalla lezione patriottica di Ciampi, che tutto era fuorché un pericoloso populista euroscettico. Non si cambierà l'Italia e il suo ethos assumendo toni anti-italiani, tifando per il disastro catartico, perché la storia insegna che è dal disastro economico che nascono gli incubi peggiori.

Ci sono molti modi validi per spronare, responsabilizzare e condizionare la politica, ma tifare per lo spread, lo shock esterno e, infine, per il default è la via sbagliata da prendere per la classe dirigente italiana di fronte alla crisi politica. È un atteggiamento elementare, di mera risposta irrazionale alla vittoria dei populisti, che danneggia se stessi e il Paese.

Edmund Burke scriveva che ciò che è incapace di cambiare è incapace di conservarsi. Vale per l'Italia, come Patria, per la sua classe dirigente, se ce n'è una, e anche per l'Unione Europea.






permalink | inviato da albertolupi il 3/6/2018 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il capitalismo municipale in Italia
post pubblicato in diario, il 19 maggio 2018


HERA, malgrado la quotazione in borsa è posseduta maggioritariamente da enti pubblici: HERA (Holding Energia Risorse Ambiente) nacque nel 2002 dalla fusione di 11 aziende operanti nel settore della pubblica utilità emiliano-romagnola.
Situazione aggiornata sulla base delle comunicazioni pervenute ai sensi di legge ed elaborate fino al 09/10/2017:
Comune di Bologna (12,599%)
Comune di Modena (6,863%)
Comune di Imola (7,375%)
Comune di Ravenna (6,470%)
Comune di Trieste (5,482%)
Comune di Padova (4,803%)
Comune di Udine (3,055%)
Questo fa il 46.47%, che vanno sommati agli altri 190 azionisti pubblici (prevalentemente comuni dei territori di riferimento), e totalizza il 49,5% del capitale sociale. Se si pensa che Consob considera il 30% come il limite a cui si può arrivare senza obbligo di OPA sul resto del Capitale...

Viene chiamato Capitalismo Municipale; molta gente, anche dotta, ritiene che i Comuni facciano bene a essere proprietari delle aziende della nettezza urbana, della gestione idrica, di quelle del trasporto pubblico locale, dell’energia, perché così il profitto di queste attività rimane all’ente pubblico anziché andare a capitalisti privati. Non sanno che il profitto è la remunerazione del capitale investito dai proprietari delle aziende, e che fra i diversi tipi di investimento quello in aziende è il più rischioso. Così, senza saperlo, incoraggia i propri amministratori a tassarla di più per poter investire in queste aziende. Forse si illudono che in questo modo i servizi erogati siano di miglior qualità e di minor costo.
Invece è vero il contrario perché l’ente pubblico proprietario dell’azienda erogatrice non pretenderà da essa la stessa prestazione che pretenderebbe da un fornitore appaltatore in regime di concorrenza. Non per niente la Comunità europea pretenderebbe proprio appalti a imprese private in regime di concorrenza. Ma gli amministratori locali italiani preferiscono non darle retta, perché grazie al conflitto di interessi dovuto ad un unica gestione di appaltante e appaltatore evitano ogni controllo.
Alcuni dotti hanno spiegato che acqua, igiene pubblica, etc. sono beni comuni e come tali non devono cadere nelle mani di speculatori, i proprietari delle imprese private. Peccato che se l’acqua non passasse attraverso i contatori verrebbe sprecata e non ce ne sarebbe abbastanza per tutti. Nessuno sembra voler spiegare alla gente che per preservare i beni comuni basta conservare la proprietà delle infrastrutture e vendere agli utenti i servizi a prezzi amministrati, non di mercato.
Invece tenersi la proprietà delle aziende produttrici dei servizi fa comodo solo agli amministratori corrotti e serve ad assegnare posti pubblici ai loro amici privati.

A questi proposito può essere interessante:
Comuni S.p.A.
Il capitalismo municipale in Italia
Il Mulino 2009
Comuni, regioni e province sono azionisti di centinaia di società di capitale: 240.000 dipendenti, un giro d’affari di 43 miliardi di euro: un mezzo impero. A partire da un’analisi dei loro bilanci, il libro dà uno spaccato della situazione di oltre 700 imprese pubbliche locali italiane, mostrandone luci e ombre, con un paese anche qui pesantemente diviso. Il "capitalismo municipale" vede protagonista il centro nord, mentre al sud, oltre all’imprenditoria privata, langue anche una iniziativa pubblica in forma genuinamente imprenditoriale.
Abbiamo imprese pubbliche che forniscono servizi pubblici locali, ma anche imprese di informatica e di logistica, imprese di costruzioni e farmacie, miniere e case da gioco. Con una "missione" pubblica spesso oscura e differenze nelle performance – anche tra imprese simili – che talvolta lasciano sconcertati. Alcuni comuni usano queste imprese per finanziarsi, altri per spendere, purtroppo senza preoccuparsi di come coprire le spese. Alcuni le usano per promuovere lo sviluppo delle infrastrutture, altri per pagare sussidi a lavoratori "socialmente utili", mascherando forme di assistenza sotto le sembianze di imprese.
Sono imprese da cui dipendono tanti servizi e flussi finanziari imponenti. Chi ha un vero progetto industriale, riesce a fare affluire nelle casse comunali utili complessivi per centinaia di milioni di euro. Chi invece le usa per spendere, riesce a creare buchi di bilancio ugualmente importanti, con pochi controlli e un sistematico rinvio delle soluzioni ai problemi. Soprattutto al sud, ma neanche il nord può scagliare la prima pietra. Forse servono riforme, ma forse, più semplicemente, il rispetto delle regole e dei vincoli di bilancio.





permalink | inviato da albertolupi il 19/5/2018 alle 13:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Separare la spesa previdenziale da quella per assistenza, ultima illusione italiana
post pubblicato in diario, il 2 aprile 2018


Giorni addietro, Inps ha pubblicato i dati 2017 del suo Osservatorio sulle pensioni. Da cui pare di potersi evincere che la mitologica separazione tra spesa previdenziale ed assistenziale, brandita da molti come ennesimo proiettile d’argento per non toccare o addirittura per allentare le maglie dei requisiti di pensionamento da lavoro, è in realtà il l’ultimo autoinganno «Made in Italy», mentre uno sguardo alle proposte di Lega e M5S sulla materia ci garantisce un futuro assai gramo, come da attese.



Intanto, i numeri Inps in sintesi estrema. Al primo gennaio 2018, le pensioni di natura assistenziale ammontavano a 20,9 miliardi su un totale di poco più di 200 miliardi, quindi il 10% circa. Visto così, non appare molto, in effetti. Ma nel 2017 c’è un’anomalia, visto che lo scorso anno sono state liquidate pensioni per un importo annuo di circa 11 miliardi di euro, di cui però le assistenziali erano pari a circa 3 miliardi.

Quindi, con un complesso algoritmo, scopriamo che nel 2017 la componente assistenziale della nuova spesa pensionistica è stata pari a ben il 30%, contro uno stock del 10%. Un dato non fa un trend ma fa certamente riflettere ed accende una spia rossa sul cruscotto dei conti pubblici. Nelle erogazioni assistenziali figurano assegni sociali e prestazioni per invalidi civili, a loro volta ripartite in pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento; la seconda, a differenza della prima, non è soggetta alla prova dei mezzi, cioè è erogabile a prescindere dalle condizioni reddituali e patrimoniali del richiedente. A livello di stock, la spesa per invalidi civili pesa per ben 12,5 miliardi sui quasi 21 della spesa pensionistica assistenziale. Nel 2017, ben il 77,8% delle nuove erogazioni era relativo ad indennità di accompagnamento, a fronte di uno stock di circa il 65%. Non solo. Osserva Inps riguardo al solo anno 2017:





«Nell’ambito delle prestazioni di tipo assistenziale si rilevano percentuali sul totale pari a 8,3% per gli assegni sociali e a 91,7% per le prestazioni di invalidità civile»

Nel 2017, l’età media dei percettori di prestazioni assistenziali era di 69 anni. A inizio 2018, le prestazioni a favore di invalidi civili erano 37,2 ogni 10.000 abitanti in Italia settentrionale, 52,2 nell’Italia centrale, 66,6 nell’Italia meridionale e Isole. La scoperta dell’acqua calda suggerisce che le prestazioni assistenziali di invalidità civile rappresentano un ammortizzatore sociale, soprattutto nelle regioni economicamente meno sviluppate, ma verosimilmente finiranno col diventare anche una sorta di integratore per carriere contributive inesistenti (causa sommerso) o fortemente discontinue.

Questa tendenza pare destinata ad accentuarsi col trascorrere del tempo, mettendo sempre più in comunicazione la componente assistenziale con quella previdenziale, e rendendo piuttosto futile ogni tentativo di separare le due. La forte divergenza in aumento di erogazioni assistenziali nel 2017 rispetto al valore dello stock di prestazioni è un primo, forte campanello d’allarme.



Veniamo alle proposte dei due “vincitori” del 4 marzo, M5S e Lega. Quelle del partito guidato da Matteo Salvini provengono da uno specialista come Alberto Brambilla, e prevedono l’uscita con 41 anni di contributi a prescindere dall’età oppure con quota 100 (somma di versamenti ed età anagrafica) per chi ha almeno 64 anni. In pratica, tornano in forza le famose o famigerate “pensioni di anzianità” o anticipate.

E le coperture? Da quello che si legge, pare che Brambilla preveda un intervento sulla spesa assistenziale mediante una spending review ottenibile tramite un’anagrafe centrale delle prestazioni, sia erogate da enti centrali che locali, che promette risparmi annui per la mirabolante cifra di 5 miliardi. La tipologia di intervento non stupisce, visto che Brambilla è tra i sostenitori della tesi secondo cui la spesa assistenziale “spiazza” quella previdenziale, sommandosi ad essa. Ma servirà fare i conti con il nuovo Matteo Salvini, quello nazionale e sovranista, che in campagna elettorale, proprio per lanciare un amorevole messaggio agli elettori soprattutto del Sud, ha già chiesto a gran voce di elevare gli importi delle pensioni di invalidità. Un caso? Io non credo (cit.)

Ma la vera copertura alla ritrovata flessibilità in uscita sulle pensioni di natura previdenziale verrà dalla riduzione delle prestazioni. Incredibile, chi l’avrebbe mai detto, vero? Leggiamo dal Sole del 31 marzo:

«Mentre in chiave di possibile alleggerimento dell’onere delle nuove anzianità per le generazioni future potrebbe essere condivisa anche l’ipotesi di calcolare con il contributivo pieno tutti i versamenti effettuati dal ’96 in poi per chi utilizzasse questi nuovi requisiti non avendo cumulato più di due anni di contribuzione figurativa»

In particolare:

«Per i contributivi pieni, ovvero chi ha iniziato a lavorare dal gennaio 1996, si prevede l’abbassamento del parametro di 2,8 volte l’assegno sociale per godere del ritiro flessibile (si punta su 1,5 o 1,6 volte). È il modo per cancellare l’incubo dei tanti giovani che, consultando i simulatori Inps con bassi contributi, si sono visti indicare fino a 72 anni come orizzonte per una pensione di vecchiaia»

In pratica, potrete andare in pensione prima, ma con assegni da fame, perché flessibilità farà rima con povertà. E oplà. Ricordiamo che, per il 2018, l’assegno sociale sarà pari a 453 euro per 13 mensilità. Pensate quanti pensionati di anzianità si troveranno a fare la fame, se passasse questa copertura. E che accadrebbe, allora? Sdegno ed esecrazione generale, i talk televisivi monopolizzati da invettive contro il “liberismo”, ed immediate misure di integrazione per gli assegni insufficienti. Oppure, visto che tutto si tiene, esplosione delle indennità di accompagnamento, o assimilate. Perché tra previdenza ed assistenza esiste un vaso comunicante molto evidente, e non solo in Italia.

Però, tranquilli: se i nuovi assegni pensionistici “flessibili” fossero (saranno) tali da produrre poveri assoluti in quantità industriale, ecco correre in aiuto l’integrazione grillina nota come “pensione di cittadinanza”. Sempre dal Sole del 31 marzo, che cita la senatrice Nunzia Catalfo, “esperta” di temi previdenziali del M5S:



«La pensione di cittadinanza è un’integrazione per un pensionato che ha un assegno inferiore ai 780 euro mensili o ai 1.170 euro se si tratta di una coppia»

Ed ecco la “convergenza programmatica” tra Lega e M5S, signori! Un moto perpetuo dove si introduce la “flessibilità” pensionistica, e poi si integrano gli assegni da fame vera che da essa deriveranno. E i soldi? Ma è ovvio: sprechi, corruzzzzione, ka$ta! Il tutto ricordando la disastrosa situazione demografica italiana. Passando al contributivo prevalente o pieno per le nuove pensioni di anzianità, come proposto dalla Lega, si stima che la spesa andrebbe a gonfiarsi tra circa un quindicennio, in perfetto orario per l’appuntamento con la “gobba” figlia del combinato disposto di demografia avversa e crescita economica insufficiente (anche per motivi demografici, visto che tutto si tiene).

Ma notoriamente, quindici anni sono tre ere geologiche, in politica, ed i nostri eroi potranno dire che le proiezioni sono sbagliate, che gli italiani torneranno a riprodursi freneticamente grazie al programma sovranista e che di conseguenza la crescita ripartirà molto prima che Salvini e Di Maio siano stati dimenticati dal Popolo sovrano.



I numeri sono eloquenti: credere che sia possibile separare la spesa previdenziale da quella assistenziale è pura illusione. Le due sono collegate, e lo saranno sempre di più se arriveremo a moltiplicare pensioni previdenziali da fame per dare agli italiani l’illusione che il loro sistema pensionistico non sia più a ripartizione bensì sia divenuto a capitalizzazione in una notte di plenilunio. È la demografia, stupidi.





Mario Seminerio 2 aprile 2018





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Lamento d'un vecchio
post pubblicato in diario, il 3 marzo 2018


Lamento – copia incolla – d’un vecchietto bizzos, da giardinetti pubblici, ma oggi va così; sopportatemi. Oggi nell’editoriale del Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia lamenta la scomparsa degli intellettuali “impegnati”. In realtà non è cosa recente. Gli intellettuali “impegnati” erano tutti gramsciani (di credo o di comodo): visto che la rivoluzione armata non si può fare armiamoci di parole per costruire il socialismo attraverso l’egemonia culturale. Impegnati, ma asserviti all’ideologia o – più banalmente – al “partito della classe operaia” dispensatore di prebende e impieghi. I liberali hanno sempre contestato questa idea dell’impegno (vedi Aron). Eppure, paradossi della storia, l’unico intellettuale oggi impegnato nel senso gramsciano ma in chiave antigramsciana, cioè nel tentativo di impedire una egemonia totalitaria, è un liberale, Angelo Panebianco. Che da anni combatte, isolato, la sua guerra culturale contro il populismo ed il giustizialismo. Prima di chiederci se abbiamo vinto o perso le elezioni, può essere utile compilare un primo inventario incompleto delle cose che abbiamo sicuramente perso lungo la strada di questa interminabile campagna elettorale: - Abbiamo perso anzitutto molte intelligenze. Non dico "le menti migliori della mia generazione" di Ginsberg, ma è diventato di colpo evidente il rincitrullimento - per fanatismo, per risentimento, per rassegnazione sarcastica, per opportunismo, per età, per vanità, per ossessioni personali ingovernabili - di cronisti, opinionisti e intellettuali che fino a tempi recenti valeva la pena leggere e ascoltare. Ciascuno di noi potrebbe stilare il suo elenco privato di persone che nell'ultimo anno o poco più hanno completamente perso la trebisonda. Ubriachi. - Abbiamo perso il Corriere della Sera, non solo e non tanto come giornale, ma come simbolo di quella che dovrebbe essere la grande borghesia, o anche solo la borghesia, nel suo senso démodé di "classe civilizzatrice". È mai esistita in Italia? Forse no, forse poco e male, ma in questa prova generale del disastro abbiamo capito che non possiamo contare sulla sua tenuta, sul suo argine. Sono pronti a puntare allegramente sul disastro. - Abbiamo perso ogni residua dignità delle istituzioni, se un vicepresidente della Camera può aizzare una folla di facinorosi a circondare il Senato o inventarsi la pagliacciata della salita al Colle pre-elettorale e dell'email con la lista dei ministri. Ormai tutto è stato consentito, dunque tutto è diventato possibile. Girotondi, non se ne sono visti. Appelli di Zagrebelsky, neppure. - Abbiamo perso ogni sussulto di reazione allo squadrismo mediatico-giudiziario o giudiziario-mediatico: completamente assuefatti. Vedi il caso Consip, vedi il caso Fanpage. Quella è una battaglia persa per i prossimi vent'anni - ed era la prima battaglia che bisognava combattere, dal 1992 in poi. - Abbiamo perso ogni argine alla follia nel dibattito pubblico, ogni senso, ogni valore e ogni misura delle parole, e a breve vedrete che i talk show, per raccattare qualche spettatore in più, organizzeranno dibattiti tra sopravvissuti della Shoah e negazionisti "per sentire entrambe le campane e farsi un'opinione". Già ci siamo andati vicini, visto che per i dibattiti sul fascismo invitano regolarmente la nipote del Duce (dubito che in Germania facciano altrettanto con Gudrun Himmler). - Abbiamo perso quel che restava del rispetto e del prestigio della scienza, perché il fatto che i vaccini per il morbillo siano diventati un tema di campagna elettorale è semplicemente de-men-zia-le. Ed abbiamo perso (definitivamente) ogni ancoraggio alla realtà, perché la maggioranza dei nostri connazionali, là fuori, sono convinti che siamo messi così male per colpa del neoliberismo o dell'euro o di Soros o dei vitalizi dei parlamentari o di altre entità più o meno immaginarie. Cos'altro, poi? È un post interlocutorio e improvvisato, non ho previsto una bella frase a effetto su cui chiudere, ma mi piacerebbe che mi aiutaste a inventariare le perdite, o meglio, le frittate da cui sarà pressoché impossibile ricomporre delle uova. La cosa peggiore è che in troppi non hanno la minima consapevolezza del valore delle cose che abbiamo perso in questi anni. D’altra parte, se questa consapevolezza ci fosse stata, avremmo potuto contare su un minimo di resistenza al disastro. Abbiamo, poi, perso la coscienza del male, la dignità del proprio stato, le parole appropriate, la sicurezza delle proprie convinzioni, il bisogno di essere pensanti quando tutti non pensano, la grazia un po' ipocrita, ma bella, della convivenza civile, il piacere di restare ciò che si e' senza covare invidie e rancori, convinti che veramente l'erba del vicino e' più verde, il sentimento delle regole indispensabili per ogni convivenza, la fede in ogni ideale, ogni sentimento, in ogni speranza, il pensiero unico proposto da personaggi che non hanno pensieri da proporre, solo invettive, la vita come opera d'arte da costruire età per età sfregiata in un malinteso bisogno di eterna giovinezza,il gusto di dire buongiorno pensando ad un giorno buono. Forse si può solo ripetere che la maggior colpa risiede nel sovversivismo istituzionale della magistratura associata; perché, vera la Propaganda e i suoi “dottori”; vera la diserzione della memoria storica; vero il ritorno della superstizione; vera la deriva psichedelico-palingenetica. Ma senza una magistratura che incide sulle carne; che processa “la Prima Repubblica” e la sua storia; reintroduce, letteralmente, le imputazioni «de peste manufacta»; diffonde la nevrastenia di massa con i suoi atti, conformativi e deformativi come nessuna parola può essere; accusa penalmente i rating, i terremoti, le migrazioni bibliche; senza il suo potere infungibile di conferire veste giuridicamente legittima alla metodica distruzione di qualsiasi punto fermo: umano, politico, epistemico; senza tutto questo, niente, niente della viltà, del nichilismo, della corrività carrierista, del moralismo regressivo, che costituiscono la ritrovata grammatica elementare di questo evitabilissimo abisso, avrebbe avuto luogo: con la facilità, il compiacimento, e la diffusione massificata e massificante con cui ha avuto luogo. Noi abbiamo la peggiore e più irresponsabile burocrazia di elites del mondo. Scusatemi, ma sono più vecchio di tanti.



permalink | inviato da albertolupi il 3/3/2018 alle 18:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le colpe della crisi bancaria
post pubblicato in diario, il 22 ottobre 2017


L'Italia è intervenuta poco e tardi. Troppi legami politica-istituti.





P.D. E BANKITALIA: SCENEGGIATA PER NON PAGARE IL CONTO

Che cos’è questa bagarre per Bankitalia?

Il P.D. pensa davvero, senza nemmeno informare il SUO Governo (questa, poi!!!) di poter chiedere conto a Visco, senza aspettare l’esito del lavoro della Commissione d’Inchiesta, di non aver vigilato su Banca Etruria (come dire sullo stesso P.D.) e sulle altre Banche e Banchette, procurando la rovina dei risparmiatori? E perché proprio oggi?

Io di banche me ne intendo poco assai. Finché posso, cioè fino alla scadenza delle imposte, giro alla larga. Sono un analfabeta dell’economia, ma, come diceva il “fornaciaro” di Gioachino Belli “le raggione le capisco ar paro – de chiunque sa intenne la raggione”. E’ capisco quello che è sotto gli occhi di tutti, anche se non degli specialisti, dei giornalisti e dei babbei che vorrebbero sapere a tutti i costi chi sa quale mistero “c’è dietro”. E, intanto, se la prendono dove non s’ha da dire.

Cominciamo dall’ultimo interrogativo. Perché adesso?

E’ fin troppo chiaro: anticipare la vacanza a Via Nazionale è l’unico modo perché il nuovo Presidente possa essere disarcionato mentre Governo e maggioranza sono ancora del P.D.

A primavera le elezioni, pur con quel pochissimo di democrazia che resta nel nostro Paese, scacceranno il P.D. da Palazzo Chigi e lo manderanno in minoranza a Montecitorio ed a Palazzo Madama. E’ vero che il Governatore di Bankitalia non lo nominano né il Governo né il Parlamento. Ma nessuno mi venga a dire che la nomina non è fortissimamente condizionata da quelli là. “Ora o non più” è la formula di Renzi per non perdere certe posizioni di potere (e di controllo delle sue malefatte). E mettere, magari, i bastoni tra le ruote di chi verrà.

Secondo punto. Renzi vuole “tagliare l’erba sotto i piedi” ai Cinquestelluti e al Centrodestra. Farsi lui paladino della rabbia della gente anche e soprattutto, di quella contro il suo operato e le magagne dei suoi, quelle di Banca Etruria e delle altre banche del sistema del credito clientelare. Prendere ancora una volta per i fondelli gli Italiani più tartassati da lui e dai suoi, dire “ci pensiamo noi”. Fare i conti, invece che con l’oste, con i compagni di bevute.

Terzo punto: Renzi vuole distrarre la gente da altre questioni che incombono sul P.D. in piena crisi. Anzitutto dalle elezioni siciliane, dal loro esito catastrofico per il P.D. La questione Bankitalia andrà per le lunghe, molto oltre il 5 novembre, quando il P.D., a Palermo, sarà sfrattato, con il suo ancorché ambiguo “rivoluzionario” Crocetta dal Palazzo d’Orleans. E’ meglio che si riparli d’altro, che si continui per un bel po’ a parlare d’altro.

Quarto punto: Renzi cerca di convincere qualcuno (i cretini, diceva Sciascia, sono tanti) che se la sua Banca, le banche del suo sistema di credito clientelare, se il P.D. l’hanno fatta grossa ed hanno rovinato tanta gente, la colpa è di quel Visco che non le ha “vigilate” a dovere e che lui lo sculaccia. Fa come certi minorenni un po’ delinquenti che prima sfuggono ad ogni controllo, respingono ogni regola e predica dei genitori, e poi, quando li arrestano dicono che sono vittime di una incapacità dei genitori di vigilare su di loro, di fare il loro dovere.

Quinto punto: per Renzi è meglio che si parli del credito facile delle banche del Centronord che del credito difficile, dei rubinetti chiusi di quelle di Sicilia e del Sud a causa della legislazione antimafia. Della quale legislazione proprio ora ha messo nelle mani irresponsabili di molti magistrati fanatici e delle loro consorterie dell’Antimafia mafiosa il famigerato “codice”. Preferisce addirittura che si parli di Banca Etruria che degli stessi ammonimenti della grottesca lettera accompagnatoria delle promulgazioni di quel codice inviatagli da Napolitano.

Meglio, infatti, non inimicarsi i magistrati, dei quali i politici, specie quelli sulla via del tramonto, temono il giusto e, soprattutto l’ingiusto e baggiano attivismo. Quindi rispetto alle esigenze di occuparsi della vera, grande, devastante crisi del credito che l’antimafia provoca in intere Regioni, con ripercussioni su tutta l’intera economia nazionale “resistere, resistere, resistere”, come diceva accoratamente Borrelli. Parlando d’altro. Resistere contro la ragione. Resistere, magari, non per eroismo, seppure caparbio, ma per paura.

Anche la “questione Bankitalia”, la “questione Visco”, sono gestite sotto l’incombere della paura. I malfattori, anche quelli tracotanti e spietati, sono vili.



In questi giorni di polemiche esagerate è forse utile ricordare brevemente l'origine dei problemi delle nostre banche.

Dopo la crisi del 2008 tutto il sistema bancario occidentale entrò in crisi e, dagli Stati Uniti all'Europa, fu necessario immettere cifre colossali per ricapitalizzare le banche, riconoscere le perdite e ridurre le sofferenze - praticamente la sola Lehman Brothers fu sacrificata, ma ne avevano fatte di cotte e di crude.

Come reazione al fatto che i governi europei spesero 671 miliardi di aiuti e acquisti di azioni e 1288 miliardi di garanzie, si decise (in sede UE) di prendere misure per evitare altri futuri "ricatti" del sistema bancario ai contribuenti (si rafforzarono tante misure prudenziali e si introdusse il "bail-in").

L'Italia fu l'unico paese a non intervenire. Questo fu dovuto al fatto che la crisi del sistema bancario italiano inizialmente era meno grave (non è stata dovuta ai "derivati", ma all'accumularsi di "sofferenze"), ma soprattutto al fatto che i legami tra politica e banche - che nel nostro paese sono molto forti - impedirono gli interventi.

Obbligare le banche a ricapitalizzarsi avrebbe significato diluire il controllo della "politica" (cosa che poi è comunque successa); le sofferenze erano tante volte state dovute a spinte politiche e i manager "incapaci" erano spesso di nomina politica. Questo ha anche rallentato l'azione di sorveglianza della Consob e della Banca d'Italia. Le responsabilità della Consob sono in prima linea nella vendita di obbligazioni subordinate ai piccoli risparmiatori. In questo periodo il più grosso dissesto bancario italiano è stato quello del MPS che è tutto targato PD.

I governi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi si sono tutti rifiutati quasi completamente di intervenire e hanno lasciato che il problema si ingigantisse. Oltre a tutto nel 2013 - con l'accordo dell'Italia - è stata chiusa la finestra per la concessione più facile di aiuti di stato alle banche che era stata aperta nel 2009 e nel 2014 è stato introdotto il "bail in" che rende le operazioni di salvataggio bancario più dure per chi ha investito nelle banche (cosa sacrosanta).

I primi interventi decisivi sulle nostre banche sono stati presi dal governo Gentiloni con il decreto da 20 miliardi e le operazioni su MPS, banche venete e altri casi più piccoli.

Dire che la crisi bancaria sia la responsabilità della Banca d'Italia è una falsità. La crisi bancaria italiana è dovuta soprattutto a:

a) i legami malsani tra banche e politica che hanno influenzato ogni decisione per decenni;

b) le due recessioni del 2008/2009 e 2012/2013;

c) il rinvio continuo dei necessari interventi sulle banche operato da tutti i governi in carica tra il 2009 ed il 2016 compreso.




permalink | inviato da albertolupi il 22/10/2017 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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