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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
“No a riti della memoria, uccidono l’Olocausto”.
post pubblicato in diario, il 28 gennaio 2012


“La morte di milioni è stata trasformata in intrattenimento popolare e in una forma di liturgia teologica, persino in una banale piattaforma di educazione civica”. Alvin Rosenfeld, storico americano dell’Università dell’Indiana e pioniere di fama negli studi sull’antisemitismo, è durissimo con i guardiani della memoria dell’Olocausto. Ha scritto un libro, “The end of the Holocaust”, la fine dell’Olocausto, per denunciare e sviscerare la “volgarizzazione”, la “banalizzazione” e i rischi dietro a questa dittatura della memoria.

Il professor Arnold Ages sul Jewish Tribune ha così commentato il libro: “Manca una categoria fra i premi Nobel, ovvero la critica culturale e intellettuale. Se questa categoria esistesse, l’opus magnum di Alvin Rosenfeld meriterebbe certamente questo premio Nobel”. Nelle pagine del libro ricorre spesso la figura di Anna Frank, la ragazzina di Amsterdam autrice del celebre “Diario” e assurta a simbolo della Shoah. Rosenfeld scrive che Anna Frank è stata oggetto di una “mistica della vittimizzazione”, ne è stata fatta una “santa laica” e un’icona della “bontà umana”. Secondo Rosenfeld, “la continua evocazione di Anne Frank come metafora di altri eventi ha trasfigurato la sua storia fino al punto che è stata privata di ogni base storica”. “Il termine ‘Olocausto’ è diventato plastico e senza significato”, è stato “americanizzato”, perfino “de-giudaizzato”, ovvero svuotato del suo carattere religioso specifico della distruzione del giudaismo europeo. Rosenfeld attacca il film “Schindler’s List” di Steven Spielberg, perché a suo dire descrive “gli ebrei come figure irreali, vittime passive o venali collaboratori”. Rosenfeld riprende qui la critica durissima che anche il più importante e controverso storico della Shoah, Raul Hilberg, rivolse al blockbuster hollywoodiano: “Non è un film sullo sterminio degli ebrei. E’ la storia di una persona, scandita da inesattezze. Ci vuole ben altro per raccontare l’annientamento di un popolo”.
Il libro decritta la martellante “retorica di pubblica e vuota pietà” che ha fatto sì che l’enormità della Shoah venisse alla fine “disumanizzata”. Una memoria vuota, “placida”, universale, facilmente politicizzabile a fini antiebraici. Un tema enucleato anche da “The Holocaust and Collective Memory”, il libro di Peter Novick in cui ha avvertito: “La memoria ha sensibilizzato e desensibilizzato”. Sempre più consistenti gruppi militanti di minoranza (gay, afroamericani, latinos, indiani, senza tetto, animalisti e malati di Aids) si sono appropriati facilmente dell’Olocausto. Secondo Rosenfeld si tratta di operazioni “revisioniste per esprimere il senso di ‘oppressione’ e ‘vittimizzazione’”. Un fenomeno particolarmente evidente negli Stati Uniti: “Il linguaggio dell’‘Olocausto’ è usato da coloro che vogliono attirare l’attenzione sui crimini, gli abusi e le presunte sofferenze che costituirebbero i mali sociali dell’America. Qualunque male che si abbatte su altri esseri umani è diventato ‘un Olocausto’”.
“Più diventa mainstream, più l’Olocausto diventa banale”, afferma Rosenfeld. “Una versione della storia ancora ricolma di sofferenza, ma una sofferenza senza peso morale, più facile da sopportare”. Nel recensire il libro sul Tablet, Ron Rosenbaum, il celebre storico e giornalista americano autore del “Mistero Hitler”, ha scritto che lo scopo del saggio di Rosenfeld è salvare “l’ebraicità dello sterminio” contro un banale “universalismo” infarcito di frasi come “la barbarie dell’uomo sull’uomo”, che tanto ricorrono oggi nelle celebrazioni della giornata della memoria. “La libertà artistica porta alla corruzione della verità, alla ‘Vita è bella’”, scrive Rosenbaum riferendosi al film di Roberto Benigni.
Secondo Rosenfeld è stata anche compiuta una operazione culturale sui sopravvissuti tesa alla “trasformazione artificiale della vittima in prototipo culturale privilegiato”. Eccolo il paradosso: “Il successo stesso della disseminazione della conoscenza dell’Olocausto nella sfera pubblica può sminuirne la gravità e renderlo più familiare. La storia è stata normalizzata”. Nonostante tutti i musei, i curricula, i libri, i film, i documentari, gli articoli di giornale e le visite guidate ai campi, la memoria dell’Olocausto è diventata “pop”, una sorta di sacrario laico delle buone intenzioni per ipocrite promesse di “never again”. Mai più. “Così fra due generazioni la parola ‘Olocausto’ sarà ancora in circolazione, ma senza riferimenti storici. E’ la fine dell’Olocausto”. Secondo Rosenfeld, la vittima principale di questa operazione è stato proprio lo stato d’Israele. Mai quanto oggi la memoria è disseminata, eppure mai quanto oggi l’Olocausto viene usato contro l’eredità vivente dei sei milioni, il piccolo stato ebraico sotto assedio pre atomico. “La memoria dell’Olocausto, lungi dall’essere una profilassi, è stata capace di provocare nuove forme di ostilità antiebraica. In pochi presero Hitler sul serio. Il risultato fu Auschwitz, un avvertimento per il passato, il presente e il futuro”.Il titolo dell’ultimo capitolo del libro non poteva essere più chiaro: “Un nuovo Olocausto”.
 

Copiato di peso dal FOGLIO se non l'unico scritto serio apparso per la giornata dlla memoria uno dei migliori.




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un gioco di parole intraducibile
post pubblicato in diario, il 19 gennaio 2012


La cosa è oramai nota: «Il coniglio dei mari» (il «pollo» scrivono gli americani per definire un codardo): è il titolo di apertura del New York Post, che come tutti i principali quotidiani statunitensi apre con la foto del capitano della Costa Concordia ed i passaggi salienti della «mitica» telefonata in cui l'ufficiale della Capitaneria di porto, Gregorio De Falco, gli ordina di tornare a bordo della nave. «Le registrazioni rivelano la codardia del capitano», scrive il New York Post che all'interno dedica due pagine alla vicenda. Ovviamente esiste una ragione interna per cui gli americani seguono con tanta apprensione la cosa: tra i dispersi sono due pensionati USA.

Ma c’è un gioco intraducibile sull’epiteto dato al capitano Schettino il «pollo del mare» è anche un tonno.

Naturalmente desso vorreste una storia su un LUPO di MARE: eccovela!




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S'avanza lo strano europeista: Monti
post pubblicato in diario, il 16 gennaio 2012


Segnalato durante la conversazione settimanale tra Marco Pannella e Massimo Bordin, su Radio Radicale.

Il rilancio di un’Europa sovranazionale, capace di vincere la crisi togliendo l’ultima parola ai mercati: Monti sembrava essersi dato questo compito primario. Ha cominciato ad assolverlo, restituendo prestigio all’Italia. Ma qui s’è fermato. L’intervista di ieri alla Welt, pubblicata in parte da Repubblica, è sconfortante; non fa presagire l’intrepidezza che ci aspettavamo da chi si professava europeista. Alla domanda del giornale (Dov’è finita l’utopia di Ventotene?) Monti risponde perentorio: «Son convinto che non avremo mai gli Stati Uniti dEuropa, non fosse altro perché non ne abbiamo bisogno». È una brutta capitolazione, perché se non ne abbiamo bisogno ora, quando? È vero, «non sono più in gioco pace e guerra». Ma altre prove ci attendono, molto gravi. Secondo Monti l’utopia è già realizzata, «grazie alla sussidiarietà» (se lo Stato da solo non ce la fa interviene l’Unione, e viceversa). Ma la sussidiarietà funziona se l’Europa ha una sovranità statuale: altrimenti non significa nulla. Non saremmo nella fossa, se l’Unione esistesse. Monti non è europeista o blandisce Berlino e Parigi? Non è chiaro. Non è comunque promettente: i mercati continueranno ad avere l’ultima parola.




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“Stai attento, perché Pericle era un figlio di puttana”…
post pubblicato in diario, il 15 gennaio 2012


non è che avevo bisogno me lo venissero a dire, ma così Eco ricorda a chi si accinge a salire sul palco per pronunciare il discorso di Pericle agli ateniesi, come elogio della democrazia…l’anticipazione di un brano su “la Repubblica” di sabato scorso, estratto dal suo saggio "Figlio di una etera" che apparirà presto nel volume “La subdola arte di falsificare la storia”. Il brano di Eco fa immediatamente il giro della Rete, e viene retoricamente elogiato come esempio di “smascheramento” sul modo in cui si “falsifica” la storia. E così, leggendo il brano di Eco dall’inizio alla fine, scopriamo due tratti fondamentali della personalità di Pericle: la sua malafede e il suo populismo.

Scrive Eco: quello che Pericle “voleva elogiare era la sua forma di democrazia, che altro non era che populismo – e non dimentichiamo che uno dei suoi primi provvedimenti per ingraziarsi il popolo era stato di permettere ai poveri di andare gratis agli spettacoli teatrali. Non so se dava pane, ma certamente abbondava in circenses. Oggi diremmo che si trattava di un populismo Mediaset”.

Più avanti Eco ricorda che il discorso di Pericle, riportato da Tucidide, è stato inteso nei secoli come un elogio della democrazia, in realtà, secondo il semiologo, si tratta di un “discorso populista”: “Pericle non menziona il fatto che in quei tempi ad Atene c’erano, accanto a 150.000 abitanti, 100.000 schiavi”. A cosa mira, si domanda ancora Eco, questo elogio della democrazia ateniese, idealizzata al massimo? “A legittimare l’egemonia ateniese sugli altri suoi vicini greci e sui popoli stranieri”. Insomma, secondo Eco, il discorso di Pericle agli ateniesi “è un classico esempio di malafede”.

Io direi a Eco: ecco un classico modo sbagliato di insegnare la storia nelle scuole.

 

Comunque era ora che Ella arrivasse alla pagina della Wikipedia.

Ovviamente falsifica oggi e falsifica domani tutto è falso... quello che non coincide coi nostri interessi. Ed Eco, cieco ma intelligente come diceva Gaber, non fa eccezione.

Il vero "crimine" di Pericle è usare le finanze della lega-non-ricordo-quale per costruire il Partenone, Fu dal tesoro dell'alleanza che Pericle raccolse i fondi necessari per realizzare il suo piano ambizioso di costruzione, con particolare attenzione alla ristrutturazione dell'Acropoli, che comprendeva i Propilei, il Partenone e la statua d'oro di Atena, scolpita da Fidia, amico di Pericle. Nel 449 a.C., Pericle propose un decreto che permette l'utilizzo di 9.000 talenti per finanziare il vasto programma di ricostruzione dei templi ateniesi. Angelos Vlachos, un accademico greco, sostiene che l'utilizzo del tesoro dell'alleanza, avviato ed eseguito da Pericle, è una delle più grandi malversazioni della storia umana; questa appropriazione indebita finanziò, tuttavia, alcune delle creazioni artistiche più belle del mondo antico, io voto per la condanna altri per l’assoluzione.

Alla fine poi l’imperialismo ateniese ebbe il risultato di iniziare una guerra scellerata: la guerra del Peloponneso cambiò il volto della Grecia antica. Atene, che dalle guerre persiane aveva visto crescere esponenzialmente il proprio potere, dovette sopportare alla fine dello scontro con Sparta un gravissimo crollo in favore della forza egemone del Peloponneso. Tutta la Grecia interessata dalla guerra risentì fortemente del lungo periodo di devastazione, sia dal punto di vista della perdita di vite umane sia da quello economico. Alla fine con Alesando arrivò l’Ellenismo, ma come si chiedeva il Mancini «Fu vera Gloria?»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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misica
post pubblicato in diario, il 15 gennaio 2012


Negli ultimi due giorni, commenta Claudio Cerasa su Il FOGLIO, subito dopo la clamorosa scelta di Standard & Poors di declassare nove stati dell’Unione Europea (tra cui spiccano Austria e la Francia, dell’Italia ce lo spettavamo), i giornali italiani hanno ospitato un gran numero di articoli tutti finalizzati a dimostrare (chi con dati, con chi intervitse, chi con commenti, chi con grafici, chi con dossier, chi con approfondimenti vari – mi pare di leggere Dante: "O insensata cura de' mortali,...Chi dietro a iura, e chi ad aforismi sen giva, e chi seguendo sacerdozio, e chi regnar per forza o per sofismi, e chi rubare, e chi civil negozio, chi nel diletto de la carne involto s'affaticava e chi si dava a l'ozio") che in fondo in fondo le valutazioni delle agenzie di rating non devono essere prese come oro colato ma devono bensì essere considerate come se fossero delle semplici valutazioni di alcuni semplici(otti) operatori di mercati. Che alcune volte ci prendono e che altre volte invece non c’azzeccano mai.

 
Non possiamo permettere che il nostro futuro e il futuro delle nostre istituzioni democratiche – ha scritto sul Messaggero un noto ciclista bolognese – sia progressivamente delegato a strutture che non solo sono fallibili per definizione [ma mi pare che d’infallibile per definizione ci sia solo la chiesa cattolica!] ma che, pur correttamente (sic!), perseguono interessi che sono quelli dei loro azionisti, dei loro dirigenti e dei gruppi finanziari ad esse pur legittimamente collegati”.
 
Lo stesso discorso, naturalmente, quello sulla potenziale inaffidabilità delle agenzie di rating, sarebbe dovuto valere anche prima dell’arrivo di Mario Monti, ma considerando il numero di critiche (pochine eh) dedicate alle agenzie di rating dai grandi giornaloni quando alla guida del governo c’era Silvio Berlusconi si vede che all’epoca i grandi giornaloni pensavano che delegittimare chi stava delegittimato la solvibilità del debito sovrano di un paese guidato da un governante che andava delegittimato con tutti i mezzi a disposizione non era poi cosa così conveniente.
 
Detto questo, oggi come allora, oggi come ai tempi del governo Berlusconi, mi sembra piuttosto chiaro che ciò che in modo disperato ci segnalano periodicamente tanto le agenzie di rating quanto i differenziali di rendimento (soprattutto quelli decennali) non riguarda tanto la credibilità di questo o quel governo ma riguarda piuttosto un problema legato a una questione elementare: una politica sbagliata, per non dire dannosa.
E’ questo quello che, politicamente, ci dicono le agenzie di rating e gli spread. Ma se fino a oggi le agenzie di rating (e in questo caso parlo soprattutto dell’Italia) sono state trattate come se fossero un vangelo canonico la colpa non è delle agenzie di rating ma semplicemente di chi ha permesso che quelle agenzie di rating diventassero in qualche modo la voce della verità. Cosa che ovviamente non sono oggi e non erano neanche prima però.
 



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l' anniversario
post pubblicato in diario, il 14 gennaio 2012


13.01.2012: l’anniversario della cattura di Totò Riina. Una foto lo ritrae accompagnato dal maresciallo Lombardo, che si suicidò dopo la delegittimazione subita ad opera del sindaco Orlando durante una trasmissione di Santoro. Tutti gli altri che a vario titolo parteciparono a quella cattura sono stati inquisiti dalla Procura di Palermo e alcuni ancora sono sotto processo, come se, invece di catturarlo, ne avessero favorito la latitanza. Intanto si affievoliscono le speranze che possa venir fatta piena luce su quanto successo.




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IL "CAPITALE UMANO"
post pubblicato in diario, il 14 gennaio 2012


 

Su “Il Messaggero”, del 9 gennaio 2012 Giorgio Israel commenta che il presidente del Consiglio Monti (noto per l’acume economico con cui sacrifica dei vecchietti alle oscillazioni di mercato) inviti a metter mano al miglioramento del “capitale umano” italiano, poiché il paese è in coda per il numero di diplomati, dopo l'Estonia, la Polonia, il Cile e la Slovenia. Occorre chiedersi (sottolinea Israel) se questi parametri misurino un'effettiva inferiorità formativa. Orbene la notizia parrebbe (anche a me) da prendersi con le molle, non penso certo che quelli siano paesi di selvaggi, ma come fari d’istruzione non è che li vedo proprio.

 

Un corretto procedere scientifico – riprendo qua il discorso del professore – sarebbe piuttosto di spiegare il paradosso: quando un risultato statistico è in stridente contrasto con l'evidenza occorre verificare se non si è capito qualcosa o se sia l'analisi che non funziona, tanto più se il paradosso investe altri paesi: incredibilmente l'Estonia è al vertice mondiale, la Francia fa una cattiva figura (sotto la media Ocse), la Spagna è al disastro, Israele è battuto dalla Slovenia.
Gli ingegneri francesi, che furono i primi a introdurre la statistica nelle scienze sociali e nel management, ammonivano che con i numeri si dimostra tutto e il contrario di tutto. Questa saggezza si è persa e siamo all'opposto della tesi del grande matematico Poincaré, secondo cui la misurazione delle qualità "morali" è lo scandalo della scienza: si crede ciecamente a qualsiasi tabella.

Occorrerebbe invece chiedersi cosa vi sia dietro quei titoli di studio messi a confronto, e magari inconfrontabili: persino i numeri possono essere incommensurabili tra loro, figuriamoci i contenuti della formazione.

Prima di dire che il "capitale umano" estone è superiore a quello italiano occorrerebbe esaminare a fondo il livello di alfabetizzazione, di formazione letteraria, matematica e scientifica sulla base dei contenuti della formazione, invece di giustapporre dati il cui confronto può essere privo di senso.

Se pensiamo che non serve sapere cosa sia una frazione e che la matematica debba essere ridotta a un insieme di ricette di calcolo, allora siamo malmessi: una simile visione è sbagliata e miope.

Nel caso Steve Jobs fosse stato soltanto un abile tecnico informatico non avrebbe conseguito tanti successi. Per salvare l'industria musicale non bastava la tecnica mp3 o l'invenzione dell'iPod: ci voleva un'idea rivoluzionaria della diffusione e gestione dell'informazione che è frutto di una visione culturale, e Jobs stesso ha ricordato il ruolo che ebbe per lui: a) lo studio della calligrafia, b) la scoperta di Leon Battista Alberti e del Rinascimento italiano (e quanto questi riferimenti culturali l'abbiano ispirato).

 

Il nodo non è qua certo (nei diplomati estoni). Perché il nodo starebbe nel vedere (capirea) e riparare il drammatico declino culturale e dei sistemi dell'istruzione del continente (un minimo di salvezza il Regno Unito lo trova nei suoi sistemi privati) ma il vero sistema di formazione pubblico vincente oggi è quello asiatico (con buona pace del vecchio Marx).

 

Non si tratta di riproporre la qua critica per aver costruito l'Europa sull'economia. Si poteva ben iniziare dalla moneta, con la ferma consapevolezza però che il primo compito era por mano a un processo di integrazione culturale e della formazione reso difficile dall'esistenza di tante lingue e culture diverse. L'obbiettivo – come diceva già una decina di anni or sono un intellettuale francese – doveva essere la formazione di giovani dotati della conoscenza di non meno di tre delle lingue principali del continente e della capacità di assimilarne le culture portanti, di amarle come la propria (io sono a due – vabbé 1 e ½  – oltre quella italiana), ed invece non abbiamo visto che il simbolo del fallimento era tra le nostre mani: in quelle carte-moneta per le quali non si era trovato il consenso necessario a stamparvi le grandi figure della civiltà europea, Galileo Gauss Gay Lussac – e neppure i monumenti principali, bensì solo forme stilizzate: è stato un fallimento provocato dal politicamente corretto che ha respinto il fatto ovvio che non tutte le culture e le lingue europee hanno lo stesso peso. Ma se non è stato possibile battere in breccia queste diffidenze e queste chiusure, su che basi costruire l'amore per la civiltà e la cultura dell'altro? Di che stupirsi se progetti che dovevano essere il motore della conoscenza culturale reciproca, come l’Erasmus, si sono ridotti a viaggi-vacanze in cui neppure ci si sforza di apprendere la lingua dell'altro e che offrono ai docenti di ogni paese il mezzo gaudio di un mal comune? Di che stupirsi se le chiusure nazionalistiche sono più forti di prima? Questi sono i veri problemi del continente, così strettamente connessi alla crisi economica che lo mette in affanno.

 




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quelli buoni...
post pubblicato in diario, il 13 gennaio 2012


La vicenda dell'appartamento al Colosseo del ministro della Pa Filippo Patroni Griffi inizia nel 1986 con un equo canone, poi diventato patto in deroga del '92 (con un incremento del 30% circa). Nel 2003 l'acquisto nell'ambito di Scip 1 come casa di pregio, infine i ricorsi al Tar che escludono l'immobile da quelli di pregio per «motivi sismici». Risultato: la vendita nel 2008 a 1.630 euro al metro quadro, un quinto del valore di mercato.

Il procuratore aggiunto di Roma, Alberto Caperna, ha aperto un'indagine conoscitiva sulla casa acquistata dall'Inps a prezzi di favore dal ministro della Pubblica Istruzione Filippo Patroni Griffi. Caperna ha avviato anche contatti con la Guardia di Finanza, cui conferirà nei prossimi giorni la delega per acquisire elementi sulla vicenda. Al momento non ci sono indagati e neppure ipotesi di reato, ma la Procura intende verificare se dietro la vendita dell'immobile, fino al 2008 in mano pubblica, all'attuale ministro, nonché presidente di sezione del Consiglio di Stato, ci siano state irregolarità.

Un immobile di pregio in via Monte Oppio, nel pieno centro di Roma, pagato da Patroni Griffi a prezzi molto inferiori a quelli di mercato: 177 mila e 754 euro per 109 metri quadrati con vista sul Colosseo e il Foro romano. A gennaio del 2008 il ministro ha pagato, come gli altri condomini dello stabile nell'ambito delle dismissioni degli enti previdenzuiali "Scip 1", un prezzo fissato sulla base di vecchie stime e ulteriormente scontato del 40% grazie allo sconto riservato agli inquilini che comprano in blocco. Il ministero dell'Economia, all'epoca guidato da Giulio Tremonti, voleva vendere senza lo sconto, come previsto per le case di pregio. Tuttavia gli inquilini fecero ricorso per lo stato di degrado dell'immobile, che effettivamente necessitava di interventi di restauro. A curare il ricorso fu Carlo Malinconico, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dimessosi pochi giorni fa per le vacanze nel lussuoso hotel Il Pellicano di Porto Ercole a lui pagate da Francesco De Vito Piscicelli, il costruttore rimasto coinvolto nelle inchieste sui grandi eventi.

Grazie al ricorso curato da Malinconico, Patroni Griffi e gli altri condomini sono riusciti ad ottenere dal Tar e dal Consiglio di Stato il riconoscimento di casa "non di pregio" dell'immobile.
E questa è la gente che ha tolto la pensionabilità alla classe 1952... cosa sinifica l'espressione pute au chien?




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Frasi del giorno (opinioni a geometria variabile, peggio che i Tornado)
post pubblicato in diario, il 13 gennaio 2012


«L’attacco del giorno dopo da parte di Berlusconi alla Consulta e a Napolitano dimostra ancora una volta non solo che egli non è uomo di governo, ma che non ha rispetto per le istituzioni. Berlusconi è letteralmente matto, se non da legare, da rimandare a casa»

Antonio Di Pietro il 7 ottobre 2009, dopo la sentenza della Corte sul lodo Alfano
 
«L'Italia si sta avviando, lentamente ma inesorabilmente verso una pericolosa deriva antidemocratica, ormai manca solo l'olio di ricino». «Quella della Corte non è una scelta giuridica ma politica per fare un piacere al capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista che appoggia Monti, una volgarità che rischia di farci diventare un regime».
 
Antonio Di Pietro il 12 gennaio 2012, dopo la sentenza della Corte sul Referendum.
 
 “Si comporta come un elefante in una cristalleria e spara a palle incatenate contro la Corte costituzionale… E siccome ha perso la partita, denuncia gli arbitri e si lascia sfiorare dalla tentazione del provocare l’invasione di campo”.
Nichi Vendola commenta le parole di Silvio Berlusconi dopo la sentenza con cui la Corte Costituzionale un anno fa bocciò il Lodo Alfano
 
 
“Provo un’immensa amarezza, di fronte a una sentenza della Corte Costituzionale che frustra la straripante domanda di cambiamento che si era espressa attraverso 1.2 milioni (ma davvero dice “uno punto due milioni”?) di firme di cittadini. C’era un intero popolo (a Niki: gli italiani di milioni sono 60) chiedeva di poterla cambiare questa legge elettorale e invece il referendum è stato impedito e questo è preoccupante, e non è una bella giornata per la democrazia italiana”
Nichi Vendola commenta la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha bocciato il referendum elettorale



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La pagliuzza e la trave: ovvero il vangelo delle liberalizzazioni
post pubblicato in diario, il 11 gennaio 2012


La pagliuzza e la trave

Antonio Polito, 11 gennaio 2012, sul Corsera

 

A PROPOSITO DI LIBERALIZZAZIONI

ricopiato con commenti miei dal sito corriere.it

Come Fiorello, qualcuno di noi alla mattina va dal giornalaio, scambia due chiacchiere col benzinaio, saluta la farmacista, salta su un taxi. Sono giornate di grandi discussioni. Noi consumatori sosteniamo che se questi mestieri si aprissero a un po' di concorrenza, spenderemmo qualche euro in meno e avremmo qualche occupato in più. Loro ci mostrano i volti di gente modesta e lavoratrice, che di certo non ha passato le vacanze a Cortina (a crderci), e che comincia a soffrire di una sindrome da accerchiamento….

Su un punto hanno ragione: non meritano di portare da soli la croce dei ritardi italiani in materia di libero mercato, né di essere additati come l'ostacolo principale alla crescita.


L'altra sera in tv Antonio Catricalà ha detto che il governo sarà «senza pietà» (oh questi sono dei nuovi pasdaran, dei talebani dell'economia) con chi evade, e analoga inflessibilità ha annunciato nei confronti delle categorie cosiddette protette.

Contemporaneamente lo stesso sottosegretario, a una domanda sui vantaggi che porterebbe la separazione proprietaria tra Eni e Snam rete gas, ha risposto che (questa) «non è una priorità» del governo. Ora, poiché noi italiani paghiamo il gas fino al 50% in più del Paese più liberalizzato d'Europa, la Gran Bretagna (fonte Istituto Bruno Leoni), e poiché negli ultimi dieci anni abbiamo pagato il gas il 43,3% in più (fonte Cgia di Mestre), e poiché una famiglia tipo pagava 1.050 euro nel 2010 e ora ne paga 1.209 (fonte senatore Morando e onorevole Testa), ci domandiamo come mai non sia una "priorità" intervenire in questo settore. Quanti giornalai e tassisti e farmacisti liberalizzati ci vogliono per ottenere lo stesso vantaggio di un mercato del gas liberalizzato? Personalmente (e questo è Alberto non l'autore originario) da anni uso quotidianamente il gas metano mentre prendo un taxi se va bene ogni anno e compro un giornale ogni 2 3 mesi!


L'equità, stella polare dichiarata di questo governo, deve valere anche per i lavoratori autonomi e i professionisti.

Ma prima di cercare la pagliuzza nell'occhio dei «piccoli» e dei «privati», bisogna rimuovere la trave in quello dei «grandi» e dei «pubblici». Sono infatti i mercati in cui il soggetto dominante è pubblico quelli dove c'è più grasso da raschiare. Negli ultimi quattro anni l'impennata maggiore l'hanno registrata le bollette dell'acqua (+25,5%) e i biglietti dei trasporti ferroviari (+23,6%), a fronte di un'inflazione del 4,9%. Si parla tanto di concorrenza nell'Alta velocità, ma pochi sanno che un recente decreto legge del governo Berlusconi proibisce ai concorrenti delle Fs sulle tratte regionali di effettuare fermate tra una regione e un'altra, con l'esplicita finalità di... evitare la concorrenza alle Fs, i cui treni locali sussidiati con i soldi dei contribuenti sono anche resi più scomodi per obbligare all'uso dei treni Frccia-sto-cappio.
Quanto ci costa tutto ciò? E quanto ci costa spostare un conto corrente da una banca a un'altra? E quanto pesa sulle nostre bollette il grande business degli incentivi che paghiamo non solo alle energie «rinnovabili» ma anche a quelle cosiddette «assimilate», al punto che in Italia in nome dell'ambiente diamo soldi perfino ai petrolieri? E perché le tariffe della raccolta dei rifiuti urbani sono cresciute del 60% in dieci anni, e quelle delle assicurazioni auto quattro volte più dell'inflazione dal '94 a oggi?
Di barriere da rimuovere per liberare la crescita il governo ne ha (avrebbe) dunque a sufficienza lavorando su di sé. Siccome è tecnico, non può avere timore di cominciare da quelle che proteggono i santuari più ricchi e più inaccessibili.

 

 




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