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proprio giaguaro non e', ma il sestante proprio manca!
Quello che non vi dicono sulla Grecia
post pubblicato in diario, il 16 maggio 2012


Quando François Hollande (detto il "fulmine della politica europea") e Angela Merkel si augurano che la Grecia resti nella zona euro, in realtà fanno una semplice preghiera: non hanno gli strumenti per far sì che effettivamente Atene resti nella zona euro. Le pressioni sui greci non hanno mai ottenuto risultati concreti, anzi. Come scrive il Wall Street Journal, il 17 giugno, data delle nuove elezioni, accadrà quello che già Atene voleva nell’autunno scorso: un referendum sull’euro. Magari non è proprio la vendetta di Papandreou, come la chiama il quotidiano del gruppo Murdoch, ma certo è che l’allora premier fu quasi strangolato in diretta da Angela Merkel quando propose il referendum e ora, con milioni di euro persi nel frattempo, la situazione è di nuovo la stessa. Con l’unica differenza che né il direttorio franco-tedesco né tutta Bruxelles possono imporre ai greci di votare come piacerebbe a loro. Possono minacciare, ma i greci paiono insensibili, oltre che - come loro millenaria tradizione - autolesionisti.

Il problema è perdere questo voto-referendum.
I greci
ritirano soldi dai conti correnti a ritmi spaventosi perché temono che il ritorno alla dracma azzeri i loro risparmi, ma così facendo accelerano la crisi e il panico (se volete vedere che faccia ha il panico - e ricordate che l'arte anticipa sempre la realtà, basta Mary Poppins - altro che un “momento Lehman Brothers”) e rafforzano quei partiti che non vogliono l’euro, bensì la dracma. Questa trappola porta dritta a un’uscita dall’euro che, come racconta in splendidi pezzi il Financial Times, sarebbe drammatica prima di tutto per i greci. I quali però, disperati, pensano che il peggio sia già arrivato e che non ci sia molto altro da perdere. C’è anche una terza via, che pare sia la preferita dai greci: dichiarare default restando dentro alla zona Euro in modo da salvare il sistema fiscale e le aziende indebitate in euro. Fondo monetario e Unione europea perderebbero i soldi stanziati, la Grecia potrebbe provare a ripartire dal budget primario che è più o meno in equilibrio, a parte ovviamente gli interessi sul debito. Le possibilità che la Grecia riparta sono basse comunque, ma l’Europa non dovrebbe affrontare il disastro della fine dell’Unione monetaria – che forse è anche la fine dell’Unione europea.

Benché la stampa non ne parli molto, una causa alla base della crisi di Eurolandia – ora di ostacolo alla crescita nel Sud Europa – è stata la divergenza nei costi di produzione tra il Sud periferico (in particolare, Grecia, Spagna, Italia e Portogallo) e il Nord (per semplicità, la Germania) durante il primo decennio successivo all’introduzione dell’euro. I costi del lavoro per unità nei quattro Paesi periferici sono incrementati rispettivamente del 36%, 28%, 30% e 25%, tra il 2000 e il 2010, rispetto a meno del 5% in Germania, e si sono trasformati alla fine del 2010 in una divergenza cumulativa superiore al 30% in Grecia e al 20% in Portogallo, Italia e Spagna. Contestualmente alla diminizione del costo del lavoro, in Germania è diminuita ala disoccupazione giovanile: l'aria di disfatta europea ha cantagiato anche il Governo di Berlino, nelle recente elezioni, ma non facciamoci abbindolare.

Gli inglesi, che
temono il contagio finanziario più di tutti per il peso che la City ha nella loro economia, sostengono che l’uscita della Grecia dall’euro dovrebbe essere accelerata, invece che impedita. Via il dente, via il dolore. Ma nonostante le rassicurazioni europee e internazionali – “siamo pronti a tutto” è il nuovo mantra – non è quantificabile il contagio della Grexit. L’unica speranza ora è non doverci pensare, una grande prova di coraggio politico europeo.

Quello che non vi dicono sulla Grecia è la necessità di mutande di latta.




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magistrale
post pubblicato in diario, il 16 maggio 2012


La caduta del socialismo italiano magistralmente riassunta da Pansa in tre frasi: «Craxi morì nell’esilio di Hammamet. Di Martelli non si parla più. Il professor Amato è sempre tra noi».




permalink | inviato da albertolupi il 16/5/2012 alle 14:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
limare
post pubblicato in diario, il 15 maggio 2012


Tutti vogliono ammazzare le povere Province nell’ottica di limare la spesa pubblica: quello di limare la spesa pubblica è un obiettivo popolare, almeno a giudicare dal numero di segnalazioni e suggerimenti che i cittadini hanno inviato al governo: 95 mila mail spedite in una settimana di consultazione pubblica. Un obiettivo popolare ma complicato da raggiungere, tanto che ieri Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alla “spending review”, parlando a decine di dirigenti della Pa riuniti alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione, ha consigliato loro “una purga” per “digerire i risparmi” necessari. Alla purga in questione – visto che da dicembre a oggi “la riduzione dello spread non è avvenuta con la velocità che avremmo sperato”, ha detto ieri il premier Mario Monti – dovrà ricorrere l’amministrazione centrale e poi soprattutto gli enti locali, regioni in primis.
 
Anche per questo il solitamente compassato Vittorio Grilli, viceministro dell’Economia, non perde occasione pure in privato per punzecchiare i governatori: la spesa per i ministeri, ricorda, rappresenta appena il 5 per cento della spesa pubblica. E ancora, come ha spiegato alla trasmissione “Ballarò”: “I dipendenti pubblici sono 3,2 milioni, nei ministeri sono 175 mila. I numeri più grandi sono nella scuola (1 milione di occupati), nella sanità (720 mila), nelle regioni e negli enti locali (500 mila, principalmente nei comuni, poi ci sono le «bonifiche» e via dicendo)”. Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, gli ha dato man forte ricordando che contro la riduzione della spesa pubblica “ci sono resistenze nella Pubblica amministrazione, per esempio nei diversi costi sanitari delle regioni”. Non solo dipendenti pubblici e sanità; anche l’acquisto di beni e servizi dipende dalle regioni, come ha spiegato Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia: “Parliamo di 130 miliardi di euro. La Consip (società del ministero dell’Economia, ndr) copre solo il 30 per cento di questi acquisti, il resto dipende da province, regioni e comuni”. Per non dire dei debiti di enti locali e regionali verso le imprese, stimati tra i 30 e i 70 miliardi di euro. D’altronde lo stesso Giarda, autore nel 2011 di una “analisi preliminare della spesa” e oggi del “rapporto sulla spending review”, non ha mai risparmiato frecciatine alle regioni.
 
Nel rapporto pubblicato la scorsa settimana, e che assieme alla nomina del super commissario Enrico Bondi ha dato ufficialmente il via alla fase operativa della spending review, Giarda azzarda un’ipotesi politologica per spiegare il ruolo decisivo delle regioni nell’alimentare la spesa pubblica: “La sanità trova nei governi regionali (per i quali la spesa sanitaria assorbe il 70 per cento della spesa complessiva) potenti interpreti delle popolazioni interessate, ai quali fanno eco gli interessi delle ditte fornitrici di farmaci e attrezzature sanitarie. Ne deriva una pressione molto forte sulle risorse pubbliche da assegnare alla sanità”. Mentre “la scuola e la sicurezza trovano la propria constituency in una successione di ministri tratti, negli ultimi 20 anni, da 13 diversi governi e in una burocrazia dispersa”. Così si spiega il potere relativamente forte delle 20 amministrazioni che si dividono il territorio italiano, anche rispetto a Roma. A fronte di questa voracità, aggiunge Giarda, “è da rilevare che nessuna regione, nessuna provincia e solo pochi comuni riescono a finanziare interamente la propria attività con entrate proprie”. Così è diventata “pratica assai diffusa” quella di spendere creando “debiti cosiddetti fuori bilancio, successivamente ripianati con interventi straordinari a carico del bilancio statale”. La tendenza non è nuova, e così oggi – contrariamente a quello che comunemente si pensa – “una parte rilevante” della spesa pubblica complessiva, al netto delle pensioni, è “nella competenza del livello decentrato”: il 60 per cento delle uscite della Repubblica italiana dipende da regioni ed enti locali, solo il restante 40 per cento è di competenza dello stato centrale. Dei 295 miliardi di euro di “spesa aggredibile nel medio periodo” – spiega il governo – 20,2 miliardi sono direttamente addebitabili alle regioni, e altri 97,6 miliardi alimentano la sanità dopo essere stati largamente intermediati dalle stesse regioni. C’è da tagliare, non più solo a Roma.
 
Per limare le unghie alle regioni italiane, il governo non ha bisogno di attendere la spending review. La spesa sanitaria, per esempio, può già essere razionalizzata facendo funzionare gli strumenti legislativi oggi in vigore. Parola di Francesco Longo, professore di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche alla Bocconi e già direttore del Cergas (Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale) dello stesso ateneo milanese. In una conversazione con il Foglio, Longo esordisce sfatando l’immagine di una sanità quasi in bancarotta: “I conti nel complesso sono sotto controllo. La spesa pubblica per le cure degli italiani si aggira attorno ai 106 miliardi di euro, ancora al di sotto della media Ue sia in termini pro capite che rispetto al pil”. Eppure il governo ha indicato quella della sanità come una voce fondamentale della spesa pubblica “aggredibile”, finora difesa da governatori, consigli regionali, industria dei farmaci e delle attrezzature (“mix non banale” lo ha definito Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento). “Ovunque si può migliorare – ammette Longo – anche se la battaglia all’inefficienza prosegue positivamente da anni e quindi per ottenere costi più bassi vanno piuttosto assunte scelte tutte politiche”. Tagliare i benefit garantiti ai cittadini non è facile, lascia intendere l’economista, ma prim’ancora si potrebbe “sanare la posizione di alcune regioni i cui bilanci restano effettivamente in rosso”.
 
Il centro di ricerche Cergas della Bocconi ha appena pubblicato l’ultima versione del “Rapporto Oasi”, dal quale emerge “forte preoccupazione” per il fatto che tre regioni da sole – Lazio, Campania e Sicilia – hanno prodotto il 69 per cento sia del disavanzo sanitario del 2010 che del disavanzo cumulato 2001-2010. Il rosso, per queste tre regioni, ammontava a 1,6 miliardi di euro nel 2010 (ultimi dati disponibili). Questo ovviamente ha un peso per i conti pubblici, ma anche per le imprese – visto che i tempi di pagamento dei fornitori aumentano – e soprattutto per i “‘debiti impliciti’ di cui dovranno farsi carico le future generazioni sotto forma di maggiori spese e/o minori servizi”. “La mannaia dei tagli uguali per tutti sarebbe ingiusta, oltre che inefficiente”, spiega Longo. “La spending review in questo settore – osserva l’economista – potrebbe finire per aggiungere meccanismi di revisione e creare confusione istituzionale”.
 
Il problema, piuttosto, è che l’istituto del “commissariamento” pensato per riportare i conti in equilibrio oggi non funziona: “Innanzitutto, il governo deve poter nominare commissari indipendenti dalla sanità e dalla politica locale, e non solo subcommissari per quanto estremamente abili”. Attualmente, infatti, Renata Polverini è per esempio governatore del Lazio, regione commissariata per il suo deficit, e allo stesso tempo commissario straordinario per la sanità laziale. “Inoltre – continua Longo – ai commissari straordinari va assegnato pieno potere sugli assessorati competenti e su eventuali agenzie sanitarie. Sempre i commissari devono poter nominare i direttori generali delle Asl, e questi ultimi devono avere un mandato almeno triennale, più dei 3-6 mesi attuali. Questo governo tecnico ha le carte in regola per fare le migliori nomine e ridurre le inefficienze facendo rispettare norme già oggi in vigore”.
 



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cose che voi umani, come sempre
post pubblicato in diario, il 15 maggio 2012


Le banche prendono in prestito soldi per comprare titoli di stato, i titoli di stato perdono però sempre di valore, le banche che hanno quei titoli di stato perdono sempre più di valore e così – anche se non solo per questo – Moody's ha tagliato il rating di 26 istituti di credito italiani, 5 dei quali sono dei grandi gruppi. Dura reazione dell'Abi, l'associazione dei banchieri guidata da Giuseppe Mussari: «Irresponsabile il giudizio di Moody's sulle banche italiane. E' un'aggressione», si legge in una nota, che pare un volantino della CGIL-CISL-UIL.




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quando Napo non andava in USA per opposizione DC
post pubblicato in diario, il 13 maggio 2012


 

Maurizio Molinari è probabilmente il più bravo, preparato e infaticabile corrispondente Italiano in America, ha recentemente scritto un altro libro che si promette formidabile: «Governo ombra - I documenti segreti degli Usa sull'Italia degli anni di piombo» per i tipi di Rizzoli.
Molinari non ha bisogno degli hacker di Wikileaks per raccontare ai lettori i documenti segreti del Dipartimento di Stato americano sull'anno del sequestro e dell'omicidio Moro. Fa il giornalista: utilizza la legge sulla trasparenza dell'informazione in vigore nella grande democrazia americana e chiede direttamente alla fonte i cablogrammi che i diplomatici Usa di stanza a Roma inviavano a Washington nel 1978.
Prima ancora di parlare dei contenuti, questa è una doppia lezione di giornalismo e di democrazia che altri saggisti e altri paesi dovrebbero studiare a fondo.
Il racconto di Molinari, via Dipartimento di Stato, dell'anno di piombo per eccellenza, il 1978, è interessante perché svela la battaglia per la democrazia nell'Italia di quell'epoca nella più ampia guerra fredda tra il mondo libero e l'impero del male. Solo la incipiente miseria (dovuta a spese giustificate solo da una personale necessità di accontentare la mia paranoia) mi obbliga ad attendere che il libro finisca in biblioteca.
 
Oltre a qualche svarione americano tipo il giudizio su Berlusconi (compare per la prima volta nei cabli Usa) allora giudicato come democristiano – ma in fondo fece aderire FI e PdL al PPE no? ci viene promesso che ci sono varie cose interessanti, ed oggi incredibili, ad attenderci: il no dei democristiani alla visita di Napolitano negli Usa per esempio, o la disinvoltura di Montanelli nel considerarsi un capo partito, con giudizi su Craxi che faranno venire l'orticaria a Travaglio (ed una imbarazzante – per coloro che rivalutarono il Fucecchiese in base al suo antiberlusconismo finale – indulgenza montanelliana verso il regime poliziesco di Pinochet).
Ma quello che piace soprattutto a C. Rocca, che segnala il volume oggi, è il capitolo sui giornalisti nostrani, quello intorno alla rumorosa e bislacca campagna ispirata dai sovietici e bevuta, chissà se consapevolmente o meno, da molti giornali italiani tra cui Panorama ed Europeo a proposito di un coinvolgimento americano nel rapimento Moro (sarebbe interessante andare a vedere quanti tra questi giornalisti ebbero un passato all’EST, però). Una lezione di stupidità giornalistica e di deficienza democratica.



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le cose importanti
post pubblicato in diario, il 13 maggio 2012


 "Ricordo quello degli anni '60, altri boom non ne vedo" con queste parole Il Presidente della Repubblica ha commentato il risultato del M5S di Beppe Grillo. Ora non amare Grillo è un diritto, ma un po' di senso delle misura serve sempre. Ad esempio non dimenticare che (quando s'era comunisti) a quel boom non si è partecipato, anzi in verità il boom finì coll'arrivo dei socialisti al governo. I commenti dei "grillini" non è che siano stati molto gentili.

La Procura di Nocera Inferiore (si ricordi che Diaz chiese "do cazzo sta sto Vittorio Veneto" quando gli dissero che lì s'era vinta la Grande Guerra: chi sa dire dov'è questa pricura?) ha aperto un fascicolo "contro ignoti" per il reato di offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato. La polizia postale ha ricevuto il mandato dal magistrato di accertare su quali siti, inneggianti a Beppe Grillo, siano comparsi commenti, invettive (o peggio) che possano configurare il reato. Non mi risulta simile attivismo quando si laciavano carriolate di merda contro Berlusconi.




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fase due
post pubblicato in diario, il 10 maggio 2012


Der Spiegel ha scagliato il sasso e il Times volentieri lo rilancia.




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sempre più in basso
post pubblicato in diario, il 9 maggio 2012


In una ricerca, su 183 paesi classificati la Banca mondiale, governo tecnico o non governo tecnico, in Italia resta difficile fare impresa.

Secondo la classifica "Ease of doing business" per l'anno 2012, infatti, l'Italia si piazza all'87esimo posto tra i paesi di tutto il mondo in quanto a facilità di aprire e condurre un'attività economica. Vale a dire: non solo dietro ai principali paesi dell'Ocse, ma anche a stati quali Moldova, Zambia, Ghana o Ruanda.

Due fattori contribuiscono a farci scendere nella classifica - guidata da Singapore. Hong Kong, Nuova Zelanda e Stati Uniti.

Uno sono le "bellissime"tasse, ovviamente, per le quali siamo al 134esimo posto della classifica.

Ma, soprattutto, a rendere impossibile la vita agli imprenditori che si muovono nel nostro paese è la giustizia civile: quest'ultima pone l'Italia è al 158esimo posto sui 183 paesi. Nello specifico, "in Italia la durata media dei processi civili inerenti a inadempienze contrattuali si aggira attorno ai 1.210 giorni; negli altri paesi Ocse, la tutela giurisdizionale di un contratto avviene in poco più di 500 giorni".

 




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l'auto inganno
post pubblicato in diario, il 7 maggio 2012


L’Italia non aveva i conti in regola per entrare nell’euro e l’allora cancelliere tedesco Helmut Kohl ne era consapevole, ma per motivi di opportunità politica (svelati in coda) non si mise di traverso. Lo sostiene lo Spiegel in un articolo di cinque pagine dal titolo «Operazione autoinganno». Il settimanale tedesco ha avuto accesso a centinaia di pagine di documenti del governo Kohl sull’introduzione dell’euro tra il 1994 ed il 1998. Si tratta di rapporti dell’ambasciata tedesca a Roma, di note interne dell’esecutivo e di verbali manoscritti di colloqui avuti dal cancelliere della riunificazione.

«I documenti dimostrano ciò che finora si supponeva: l’Italia non avrebbe mai dovuto essere accolta nell’euro», scrive lo Spiegel, aggiungendo che a decidere sull’ingresso dell’Italia «non furono i criteri economici, ma le considerazioni politiche». «In questo modo», denuncia il settimanale di Amburgo, «si creò il precedente per una decisione sbagliata ancora maggiore presa due anni dopo: l’ingresso nell’euro della Grecia». Per lo Spiegel il governo Kohl non può sostenere di essere stato all’oscuro della reale situazione italiana dell’epoca, poiché «era perfettamente informato sulla situazione di bilancio».
«Molte misure di risparmio erano solo cosmetiche, si basavano su trucchi contabili o vennero subito ritirale non appena venne meno la pressione politica», scrive il settimanale. «Fino al 1997 avanzato, al ministero delle Finanze non credevamo che l’Italia riuscisse a rispettare i criteri di convergenza», ha dichiarato al settimanale Klaus Regling, attuale responsabile del fondo salva-stati Efsf ed all’epoca capo dipartimento del ministero delle Finanze tedesco. Il 3 febbraio 1997 lo stesso ministero constatava che a Roma «importanti misure strutturali di risparmio sono venute quasi del tutto meno per garantire il consenso sociale».
 
Il 22 aprile dello stesso anno in una nota per Kohl era scritto che «non ci sono quasi chance che l’Italia rispetti i criteri». Il 5 giugno il dipartimento di Economia della cancelleria comunicava che le previsioni di crescita dell’Italia apparivano «modeste» ed i progressi nel consolidamento delle finanze pubbliche «sopravvalutati». In preparazione di un vertice con una delegazione governativa italiana del 22 gennaio 1998 l’allora sottosegretario alle Finanze, Juergen Stark, constatava che in Italia «la durevolezza di solide finanze pubbliche non è ancora garantita». A metà marzo 1998 era Horst Koehler, allora presidente dell’Associazione delle Casse di Risparmio tedesche, a scrivere una lettera a Kohl, accompagnata da uno studio dell’Archivio dell’Economia mondiale di Amburgo, in cui era scritto che l’Italia non aveva rispettato le condizioni «per una durevole riduzione del deficit» e che pertanto costituiva «un rischio particolare» per l’euro.
Lo Spiegel scrive che «Kohl rispose picche ai suoi consiglieri di allora», anche perchè, come afferma Joachim Bitterlich, allora consulente di Kohl per la politica estera, al vertice Ue di maggio 1998 «la parola d’ordine politica era: per favore non senza gli italiani». Il settimanale di Amburgo rileva che i documenti visionati «fanno sorgere il sospetto che sul problema Italia il governo Kohl abbia ingannato non solo l’opinione pubblica, ma anche il Bundesverfassungsgericht (la Corte Costituzionale di Karlsruhe, ndr)». Secondo lo storico Hans Woller, al momento di entrare nell’euro l’Italia era «sull’orlo della bancarotta finanziaria», mentre dai documenti visionati dallo ’Spiegel’ risulta che nel corso del 1997 l’Italia propose per due volte di rinviare la partenza dell’euro, ma la Germania rifiutò.
Bitterlich spiega che questa data era diventata «un tabù» e che tutte le speranze tedesche erano riposte in Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro nel governo Prodi. «Per tutti era come un garante dell’Italia, lui ce l’avrebbe fatta!», spiega Bitterlich, ma lo Spiegel scrive che «alla fine con una combinazione di trucchi e di circostanze fortunate gli italiani riuscirono sul piano formale a rispettare i criteri di Maastricht. Il Paese trasse vantaggio da tassi di interesse storicamente bassi, inoltre Ciampi si dimostrò un creativo giocoliere finanziario». Il settimanale cita in proposito l’introduzione della «tassa per l’Europa», la vendita delle riserve auree alla banca centrale e le tasse sugli utili, con il risultato che «il deficit di bilancio scese in misura corrispondente, anche se gli esperti statistici dell’Ue in seguito non accettarono questi trucchi». Ai primi del 1998 rappresentanti del governo olandese chiesero a Kohl un «colloquio confidenziale» alla Cancelleria, durante il quale chiesero di fare maggiori pressioni su Roma, poiché «senza ulteriori misure dell’Italia a conferma del durevole consolidamento, un ingresso dell’Italia nell’euro non è accettabile». Kohl respinse la proposta olandese, anche perché il governo francese (il presidente era Jacques Chirac) gli aveva fatto sapere che senza l’ingresso nell’euro dell’Italia, neanche la Francia sarebbe entrata, con il risultato che, come scrive lo ’Spiegel’, «i tedeschi erano in una posizione di trattativa debole». La conclusione del lungo articolo è che riguardo all’Italia «molti sapevano che i numeri erano truccati e che un’autentica riduzione del debito era fuori discussione. Nessuno però osò trarne le conseguenze e Kohl si fidò delle melodiose dichiarazioni di Ciampi, che assicurava un “cammino virtuoso”, con il governo di Roma che prevedeva al più tardi per il 2010 la riduzione al 60% del debito pubblico. È andata diversamente».



permalink | inviato da albertolupi il 7/5/2012 alle 19:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La Svizzera
post pubblicato in diario, il 6 maggio 2012


Una Germania senza Hitler,
Una Francia senza Napoleone,
Un'Italia senza Papa e meridione!

Che culo!



permalink | inviato da albertolupi il 6/5/2012 alle 13:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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